La democrazia americana in mano alle imprese

10 febbraio 2010 00:00

Il 21 gennaio 2010 sarà ricordato come uno dei giorni più bui nella storia della democrazia americana e come l’inizio del suo declino. La corte suprema degli Stati Uniti ha deciso che il governo non può impedire alle imprese di finanziare le campagne elettorali.

Questa sentenza influirà profondamente sulla politica nazionale e internazionale, perché permette alle imprese statunitensi di esercitare un controllo ancora più forte sul sistema politico.

Secondo il New York Times, la decisione dei giudici “colpisce al cuore la democrazia” e “permetterà alle aziende di usare la loro immensa ricchezza per condizionare i risultati delle elezioni e per costringere gli eletti a obbedire ai loro ordini”.

La decisione è stata presa con una maggioranza risicata, cinque a quattro, perché ai giudici reazionari (erroneamente chiamati “conservatori”) si è unito il giudice Anthony M. Kennedy. Ora i manager possono comprare direttamente le elezioni, perché i finanziamenti delle imprese ai partiti sono in grado di condizionare la politica. I giudici della corte suprema hanno consegnato nelle mani di quel piccolo settore della popolazione che domina l’economia un potere ancora più grande.

La “teoria politica degli investimenti” dell’economista Thomas Ferguson è un ottimo strumento per prevedere il comportamento del governo a lungo termine. Per Ferguson le elezioni sono occasioni in cui alcuni gruppi di potere si uniscono per investire nel controllo dello stato. La decisione del 21 gennaio rafforza i mezzi a loro disposizione per indebolire il funzionamento della democrazia.

Il modo in cui si è arrivati a questo risultato è illuminante. Nella sua dissenting opinion il giudice della corte John Paul Stevens ha ammesso che “è stato stabilito da tempo che il primo emendamento della costituzione vale anche per le imprese”, le quali hanno diritto a esprimersi liberamente anche a sostegno dei candidati politici.

Dall’inizio del novecento i teorici del diritto e i tribunali hanno tenuto conto della sentenza della corte suprema del 1886 secondo cui le imprese, in quanto persone giuridiche collettive, “hanno gli stessi diritti delle persone in carne e ossa”. Ma questo attacco al liberismo classico è sempre stato criticato da un gruppo di conservatori ormai in estinzione.

Christopher G. Tiedeman definì il principio “una minaccia alla libertà degli individui e alla stabilità degli stati americani”. Un secolo fa Woodrow Wilson, all’epoca rettore dell’università di Princeton, descriveva gli Stati Uniti come un paese in cui dei “piccoli gruppi di persone”, i manager, “controllano tutta la ricchezza e gli affari della nazione”.

La decisione del 21 gennaio è arrivata tre giorni dopo l’elezione al senato del repubblicano Scott Brown, che ha preso il posto di Ted M. Kennedy, il “leone” democratico del Massachusetts, morto pochi mesi fa. È stata definita una “rivolta populista” contro le élite progressiste al governo, ma i dati raccontano una storia diversa. A determinare l’elezione di Brown è stata l’alta affluenza ai seggi nei quartieri ricchi e la bassissima partecipazione nelle aree urbane più povere di fede democratica.

Un sondaggio del gruppo Wall ­Street Journal/Nbc ha rivelato che il 55 per cento degli elettori repubblicani era “molto interessato” alle elezioni, rispetto al 38 per cento dei democratici. Il risultato, quindi, è davvero una rivolta contro la politica di Barack Obama: secondo i ricchi non sta facendo abbastanza per farli arricchire ancora, secondo i poveri sta facendo troppo.

La rabbia popolare è comprensibile: le banche si sono riprese grazie al piano di salvataggio del governo, mentre la disoccupazione è salita al 10 per cento. A influire sulle elezioni nel Massachusetts è stato il progetto di riforma sanitaria di Obama. I giornali hanno ragione quando dicono che i cittadini gli si stanno sollevando contro. Il sondaggio spiega anche il motivo: la riforma è troppo timida. La maggioranza degli elettori disapprova il modo in cui i repubblicani e Obama hanno affrontato il problema.

Le percentuali sono perfettamente allineate con quelle di alcuni recenti sondaggi condotti a livello nazionale. L’85 per cento ritiene che il governo dovrebbe avere il diritto di negoziare i prezzi dei farmaci, ma Obama ha garantito alle case farmaceutiche che non avrebbe portato avanti questa proposta.

La grande maggioranza è favorevole alla riduzione dei costi, dato che negli Stati Uniti la spesa pro capite per l’assistenza sanitaria è circa il doppio di quella degli altri paesi industrializzati e i servizi sono tra i peggiori. Ma non è possibile ridurre i costi quando le case farmaceutiche ricevono finanziamenti generosi e l’assistenza sanitaria è nelle mani di compagnie di assicurazione private senza regole.

Dopo la decisione del 21 gennaio sarà più difficile superare la crisi dell’assistenza sanitaria e affrontare problemi seri come la crisi energetica e ambientale. Il divario tra opinione pubblica e politica è aumentato. E le conseguenze per la democrazia non devono essere sottovalutate.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 833, 12 febbraio 2010*

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