15 settembre 2015 11:48

“Perché è tanto difficile seguire i nostri stessi consigli?”, si chiede la studiosa di psicologia Melissa Dahl in un saggio pubblicato qualche mese fa su una rivista newyorchese, e questa domanda mi sta tormentando da allora.

Ho l’enorme arroganza di pensare che se voi seguiste alcuni dei suggerimenti che vi do ogni settimana in questa rubrica, potreste essere un po’ più felici o più produttivi, avere rapporti meno tesi con gli altri e un po’ più di calma interiore (dalle email che mi arrivano so che almeno ogni tanto questo succede).

Ma se per caso pensate che io segua immancabilmente i miei stessi consigli, siete proprio fuori strada. Quando un amico accenna alle difficoltà con il proprio partner o con un capufficio, scrive Dahl, lei gli consiglia sempre di discuterne con la persona interessata: parlatene!

“Probabilmente questo è un buon consiglio, ma sinceramente non lo so, perché io non lo faccio quasi mai”, aggiunge. La capisco perfettamente. E suppongo che la capisca anche la maggior parte di voi. Per citare una vecchia battuta: “Accetta il mio consiglio, tanto io non lo uso”.

La lettura più cinica di questo atteggiamento è che ignoriamo i nostri consigli perché sono sciocchezze: li dispensiamo per apparire saggi, ma in realtà sono solo chiacchiere (tutte le esortazioni del tipo“impegnati di più”, “cerca di uscirne” o “guarda il lato positivo” rientrano in questa categoria: se chi le riceve potesse farlo, lo avrebbe già fatto senza il nostro cosiddetto aiuto).

Crediamo che il nostro problema sia speciale, e quindi che quel consiglio non si applichi alla nostra situazione

Una lettura più interessante è che spesso il consiglio è buono, ma qualcosa ci impedisce di applicarlo per noi stessi. Uno di questi ostacoli è semplicemente l’eccesso di informazioni: abbiamo in mente tutta una serie di dettagli che ci spingono a credere che il nostro problema di rapporto, o di lavoro, sia speciale, e quindi quel consiglio non si applichi alla nostra situazione.

Dahl cita uno studio dello psicologo Dan Ariely, dal quale emerge che quando a un amico viene diagnosticata una malattia grave, la maggior parte delle persone lo invita a chiedere un secondo parere. Ma, se succede a loro, probabilmente non lo fanno per timore di offendere il loro medico. La paura di offendere ci viene in mente solo quando si tratta di noi, e non è di nessun aiuto.

C’è anche un altro importante motivo per cui io non seguo i miei stessi consigli: l’enorme differenza che c’è tra capire qualcosa in teoria e introiettarla.

Per esempio, ho capito già da molti anni che l’ansia e l’insicurezza non si riducono cercando di tenere tutto il mondo sotto controllo, anzi, questo di solito peggiora le cose. Lo so benissimo. Ma a quanto sembra devo continuare a impararlo ogni volta. Il semplice fatto di sapere che è così, non è sufficiente a fissare il concetto nella mia mente, devo ripetere continuamente l’esperienza. Il risultato, purtroppo, è che ogni volta “mi rendo improvvisamente conto” di cose sulle quali ho scritto un intero libro.

Se non altro, questo dovrebbe aiutarci a non sentirci troppo frustrati quando un amico continua a mettersi sempre nello stesso genere di guai, sordo ai consigli palesemente giusti che tutti gli danno. Conoscete il tipo. Tutti abbiamo un amico così. La cosa allarmante è che, per alcuni dei vostri amici, probabilmente quella persona siete voi.

(Traduzione Bruna Tortorella)