Il primo ministro italiano Matteo Renzi a Roma, il 7 aprile 2016. (Remo Casilli, Reuters/Contrasto)

Matteo Renzi si gioca tutto con la riforma della costituzione

Il primo ministro italiano Matteo Renzi a Roma, il 7 aprile 2016. (Remo Casilli, Reuters/Contrasto)
14 aprile 2016 15:09

Anche se l’aggettivo “storico” ricorre un po’ troppo spesso nei commenti, in alcuni casi non è eccessivo usarlo. Per esempio questo: dopo 170 sedute e sei votazioni spalmate su due anni, il parlamento italiano ha quindi finalmente approvato un’architettura radicalmente nuova delle istituzioni del paese. Si tratta della più grande revisione della costituzione italiana da quando è stata promulgata 68 anni fa. In sostanza, con il senato svuotato dei suoi poteri, sarà archiviato il vecchio sistema bicamerale, che con l’andirivieni dei provvedimenti tra una camera e l’altra ha spesso bloccato il paese. Un risultato storico, appunto, ma anche epocale, per usare un altro aggettivo che va di moda nella propaganda politica.

Peraltro l’ultima votazione, avvenuta la sera del 12 aprile alla camera dei deputati, è stata forse l’ostacolo minore, visto che Matteo Renzi, il promotore della riforma, lì gode di una buona maggioranza. E infatti i voti a favore sono stati 361 e i contrari solo sette. L’opposizione aveva abbandonato l’aula per protesta già prima della votazione, accusando Renzi di essersi comportato “con arroganza” in una questione così importante, che riguarda un po’ tutti, e di non essere stata coinvolta.

Un plebiscito sul governo

Ma la cronaca politica di questi ultimi anni mostra quanto l’accusa sia pretestuosa. Una parte dell’opposizione, compresa Forza Italia, aveva infatti collaborato al progetto iniziale della riforma, tanto da concludere addirittura un patto segreto con il Partito democratico: il cosiddetto patto del Nazareno, dal nome della sede centrale del partito di Renzi. Ma a metà strada, e precisamente dopo l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della repubblica, Silvio Berlusconi aveva improvvisamente ritenuto opportuno rompere il patto, precludendosi con ciò l’ultima opportunità di contribuire a decidere le sorti future del paese.

Renzi percorrerà il paese in lungo e in largo per spiegare e promuovere i 41 articoli della sua riforma

Alla fine sono mancati parecchi voti per raggiungere quell’ideale maggioranza dei due terzi che la costituzione prescrive per una riforma costituzionale. E così la legge approvata il 12 aprile sarà sottoposta a un referendum confermativo nell’autunno prossimo, probabilmente in ottobre.

Renzi tenta adesso di trasformare il referendum in un plebiscito sulla sua persona e sul suo governo, quindi in una legittimazione ex post della sua carica di presidente del consiglio, che non è dovuta direttamente alla volontà popolare, bensì alla decisione dell’allora presidente della repubblica. Qualche giorno fa Renzi ha dichiarato che nel referendum si gioca il tutto per tutto: “Se vince il no, trarrò le conseguenze del mio fallimento politico”.

Detta così suona come una sfida ultimativa per il primo ministro, e non banale, visto che ha appena 41 anni.

Perciò Renzi percorrerà il paese in lungo e in largo per spiegare e promuovere nel dettaglio i 41 articoli della sua riforma. Quest’ultima dovrebbe servire a mettere fine alle doppie letture nelle due camere del parlamento, rendendo così più dinamico il processo legislativo affinché in futuro il governo possa svolgere il suo compito con più efficienza e stabilità. Renzi è addirittura convinto che adesso l’Italia diventerà “il paese più stabile d’Europa”: parole sue.

Forse per questo ci vuole ben altro che una riforma. Alcuni suoi avversari mettono in guardia da una “deriva autoritaria”, il che peraltro suona come una grossolana esagerazione. Altri sono convinti della necessità di una riforma, ma puntano a far cadere Renzi; e di questi ce n’è perfino nell’ala sinistra del suo partito.

Sarà bello vedere che ne pensano i cittadini. Nei sondaggi, più della metà degli italiani continua a rispondere che voterà a favore della riforma, ma ultimamente, ogni volta che viene a galla un nuovo scandalo in seno al governo, si osserva un calo costante di questa tendenza. Si può quindi supporre che nei prossimi mesi l’uso dell’aggettivo “storico” toccherà nuovi record, soprattutto grazie allo stesso Renzi, mai avaro nell’autocelebrarsi. Lo farà con enfasi e con buona ragione.

(Traduzione di Marina Astrologo)

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