12 settembre 2020 15:33

Ha parlato Donald Trump, hanno parlato suo figlio, la ragazza del figlio, la figlia e un altro figlio ancora. Hanno detto soprattutto bugie, sullo sfidante alle presidenziali statunitensi Joe Biden e sui democratici. Man mano che gli oratori si succedevano sul palco della convention del Partito repubblicano, le bugie diventavano sempre più grandi. Di fronte alla pandemia Trump avrebbe reagito con “decisione”, mentre i democratici e i mezzi d’informazione l’avrebbero “minimizzata”. Oltre alle bugie, ha trovato spazio tutta una serie di parole in codice e frasi incendiarie di estrema destra. Trump ha accusato i democratici di voler truccare le elezioni sfruttando il servizio postale, giustificando così la rimozione di molte cassette postali e la chiusura di vari centri di smistamento.

Dopo la convention non ci sono dubbi su quello che la famiglia Trump sta pianificando: una presidenza dinastica, che riesce a mantenere il potere impedendo ad alcuni elettori di votare, adottando una strategia della tensione e contestando i risultati delle urne. I voti postali potranno essere eliminati bloccando il sistema. È anche possibile che il giorno delle elezioni, in alcune aree contese, gli elettori dovranno fare i conti (oltre che con le code chilometriche e gli scogli burocratici) con la presenza di milizie ai seggi. Quella notte, se sarà sconfitto, Trump potrebbe mettere in discussione il risultato, rifiutandosi di riconoscere la vittoria di Biden e invocando prerogative presidenziali inesistenti per bloccare la transizione. Tutti questi ostacoli si possono superare ricorrendo alle vie legali, monitorando il voto e con una solida strategia per favorire l’affluenza, sempre se i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario degli Stati Uniti saranno pronti a difendere la costituzione.

La società statunitense si è lasciata alle spalle da tempo l’epoca in cui esisteva un unico criterio per definire
la verità

Ma gli americani dovranno prepararsi anche a quello che succederà dopo, perché Trump ha dato il via a una specie di ribellione. I suoi più strenui sostenitori hanno una base organizzata, non solo grazie al partito o ad altre reti conservatrici, ma anche attraverso la teoria del complotto QAnon, in base alla quale Trump starebbe conducendo una guerra segreta contro una congrega di pedofili e satanisti guidata dai democratici. Trump ha definito i seguaci di QAnon “persone che amano gli Stati Uniti”, e ha detto di “non sapere granché del movimento, ma di aver capito di piacergli molto”. QAnon è diventata per i conservatori e l’estrema destra una mitologia unificante, un lubrificante ideologico che permette alle persone di destra di muoversi tra un conservatorismo testuale e un sottotesto fascista. Inoltre, in risposta alle proteste del movimento Black lives matter, le autorità degli Stati Uniti hanno cominciato a tollerare la presenza di altri gruppi armati accanto alle forze dell’ordine regolari, l’intimidazione dei manifestanti e lo spiegamento di forze dell’ordine federali che soppiantano quelle dei singoli stati. La società statunitense si è lasciata alle spalle da tempo l’epoca in cui esistevano un’unica sfera dell’informazione e un unico criterio per definire la verità. Durante queste elezioni le divisioni s’inaspriranno.

Per la sinistra statunitense, e i progressisti in generale, è arrivato il momento di prendere alcune decisioni tattiche. La prima dovrebbe essere di fare attivamente campagna elettorale per Biden e la candidata alla vicepresidenza Kamala Harris. Molti sostenitori di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren (due leader della corrente di sinistra del Partito democratico) sono sconfortati dallo stile e dalle proposte scialbe e goffe di Biden. Alcuni non vogliono sostenerlo, altri lo fanno con riluttanza. Ma la sinistra ha bisogno di una campagna elettorale vibrante, che porti un democratico alla Casa Bianca mobilitando l’ampia rete di attivisti e strumenti tecnologici accumulati negli ultimi quattro anni di resistenza.

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La seconda decisione riguarda le proteste. Quelle di Portland sono arrivate al quarto mese, quelle di Kenosha, in Wisconsin, sono appena cominciate. Ogni notte manifestanti antirazzisti scendono in piazza, sfidando la violenza indiscriminata della polizia e il rischio di arresti arbitrari. Eppure il resto degli Stati Uniti vede solo una massa indistinta di violenza immotivata. Una campagna elettorale impregnata d’immagini violente è un regalo per Trump. Se in uno degli stati in bilico nuovi incidenti dessero alle milizie di destra la scusa per scendere in strada, si creerebbero le condizioni per intralciare il voto e contestare i risultati. Le proteste contro la violenza razzista sono legittime, ma il Partito democratico dovrebbe assumersi la responsabilità della direzione che stanno prendendo.

La terza questione è: cosa fare se, di fronte a una vittoria di Biden, Trump non cederà il potere? Che forma dovrebbe prendere un movimento di protesta pacifico che si opponga al furto di un’elezione? I movimenti progressisti e dei lavoratori degli Stati Uniti dovrebbero farsi queste domande ora. La mattina del 4 novembre sarà troppo tardi.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1374 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati