23 settembre 2013 10:09

Delle due l’una: o il presidente della repubblica Giorgio Napolitano è sordo come una campana oppure non ha la televisione. Lungi da noi l’idea di voler prendere in giro un uomo anziano che in due occasioni è riuscito con abilità a imporre agli italiani un governo di coalizione che non volevano: prima quello guidato da Mario Monti nel novembre 2011 e poi quello di Enrico Letta nell’aprile 2013. Dalla formazione di questi governi dipendeva, per lui, la sorte del paese e con essa la sorte dell’intera zona euro.

Ma per essere troppo prudente, per essere accomodante con tutti - le capre del Pdl e i cavoli del Partito democratico (o viceversa) - per paura che facciano esplodere gli equilibri che si sforza di mantenere, il capo dello stato finisce francamente per irritare. Il suo intervento del 20 settembre nel quale ha chiesto che cessino “gli scontri fra politica e giustizia”, senza fornire ulteriori precisioni, è francamente fastidioso. Anche se poi ha aggiunto, e a ragione, che la giustizia - della cui indipendenza è garante in qualità di presidente del consiglio superiore della magistratura - deve avere “un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme”.

Ma chi era stato, due giorni prima, a paragonare i magistrati a “una malattia”? Chi aveva evocato “la via giudiziaria verso il socialismo” di cui i giudici sarebbero l’avanguardia? Chi da vent’anni parla di una “guerra” tra lui e la giustizia? Era così difficile pronunciare il nome di un uomo - immagino che abbiate capito tutti che si tratta di Silvio Berlusconi - condannato definitivamente a quattro anni di prigione per frode fiscale dopo una procedura durata dieci anni e che ha visto il coinvolgimento di una quindicina di magistrati?

Mettendo su un piede di parità il condannato che rifiuta di sottomettersi alla sua pena e la giustizia che vorrebbe vederla applicata, Napolitano non fa altro che riprendere la difesa di Berlusconi e dei suoi sostenitori lasciando insinuare il dubbio che la seconda avrebbe un conto da regolare con il primo. Anzi, rifiutando di nominare esplicitamente una delle parti di questo preteso “conflitto”, ha accredito l’idea, già molto diffusa e molto utilizzata dall’ex presidente del consiglio, che tutti gli italiani potrebbero rifiutare una condanna dubitando dell’imparzialità dell’istituzione che la ha inflitta. Insomma, un bel discorso!

(Traduzione di Andrea De Ritis)