12 novembre 2013 18:25

Sono state inventate per lui o quasi, ma a quanto pare non gli interessano più. Era il 16 ottobre 2005 quando 4,3 milioni di simpatizzanti della sinistra italiana avevano partecipato alle primarie per scegliere il loro candidato alle elezioni politiche. Romano Prodi aveva vinto con 3,1 milioni di voti, uno slancio popolare e militante che gli avrebbe aperto le porte di palazzo Chigi, dove sarebbe arrivato l’anno successivo come presidente del consiglio.

Due volte capo del governo, ex presidente della Commissione europea, oggi inviato speciale dell’Onu in Africa, Romano Prodi, 74 anni, non parteciperà alla consultazione militante dell’8 dicembre per eleggere il nuovo segretario del Partito democratico (Pd). Ufficialmente in nome del “rinnovo generazionale”, ma nel partito sono in molti a pensare che si tratti di una vendetta del Professore, arrabbiato e umiliato per essere stato tradito dai suoi a marzo, quando un centinaio di parlamentari del suo schieramento non avevano votato per lui quando era in lizza per la presidenza della repubblica.

Questa defezione è una nuova pubblicità negativa per questa consultazione, già contrassegnata da indugi e ritardi di ogni genere. Dopo un lungo dibattito sulla data del voto e sulle sue modalità, ecco arrivare la questione della sua finalità: il prossimo segretario del Pd sarà anche il candidato alle eventuali elezioni politiche. Tutto sembra fatto per permettere al favoritissimo Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze, di ottenere una vittoria confortevole che gli lascerebbe le mani libere.

Dalla prima edizione del 2005, le primarie si sono imposte a sinistra come la modalità per scegliere il candidato alla presidenza del consiglio, anche se non si è più ripetuto il suo successo iniziale. Nell’ottobre del 2007 lo scrutinio aveva attirato solo 3,5 milioni di elettori, di cui 2,6 milioni avevano scelto Walter Veltroni. Erano 3,1 milioni due anni dopo, nel 2009, che trovarono il suo successore in Pierluigi Bersani. Infine, il 2 dicembre 2012, 2,8 milioni di simpatizzanti di sinistra sono tornati alle urne per portare al secondo turno lo stesso Bersani come capofila della sinistra alle elezioni di febbraio.

Questa disaffezione si è accompagnata a qualche dubbio sull’efficacia di questo scrutinio e sulla sua capacità di traino. Da strumento di promozione di un candidato, queste elezioni si sono a poco a poco trasformate in una macchina per perdere. Se Prodi nel 2005 aveva potuto dare forma alla sua vittoria nazionale a partire dal successo ottenuto tra i simpatizzanti, il discorso è stato diverso per Veltroni, battuto nel 2008 da Silvio Berlusconi, così come per Bersani, il non vincitore delle elezioni del 2013.

(Traduzione di Andrea De Ritis)