La deriva italiana degli scandali francesi

03 luglio 2014 11:54

I mezzi d’informazione italiani hanno accolto la notizia del fermo di Nicolas Sarkozy con una certa ironia e una punta di sollievo. Per una volta, infatti, a finire nella bufera non sono stati i politici italiani con la loro visione “elastica” delle virtù repubblicane, ma quella Francia così spesso ansiosa di impartire lezioni agli altri. In un’analisi pubblicata su La Stampa, l’ex corrispondente da Parigi Cesare Martinetti parla dell‘“autunno di un uomo e di un paese”, legando il destino dell’ex presidente della repubblica a quello della Francia in declino. Secondo il Fatto Quotidiano “gli scandali parlano francese”.

Finora gli scandali politici transalpini erano collegati a una forma di “grandeur”. Gli irlandesi di Vincennes, la Rainbow-Warrior e tutti gli intrighi della nostra storia recente avevano in comune una presunta volontà di proteggere lo stato. Allo stesso tempo lo scandalo che ha travolto Alain Juppé (pagato dal comune di Parigi quando lavorava per conto dell’Rpr) e quello dell’Urna (finanziamento occulto al Partito socialista) potevano essere considerati come “mali minori” derivati dall’assenza di una legge chiara sul finanziamento politico.

Le recenti vicende di Dominique Strauss-Kahn, Jérôme Cahuzac e Jean-François Copé appartengono invece a un’altra categoria, assolutamente estranea alla ragion di stato. Anche per questo tra i nostri vicini ha cominciato a circolare l’idea di una “deriva italiana” della Francia. Dall’altra parte delle Alpi, dove gli scandali sono all’ordine del giorno, le prime pagine dei giornali sono spesso dedicate alle pressioni sulla magistratura, allo storno di fondi pubblici e ai rapporti illeciti tra politica e imprenditoria. Silvio Berlusconi ha potuto alterare a suo piacimento il codice penale per neutralizzare i suoi crimini. Spesso paragonato a Nicolas Sarkozy (a torto, perché l’unico aspetto che accomuna i due è l’uso dei mezzi di comunicazione, che Berlusconi controlla mentre Sarkozy ha cercato costantemente di sedurre o minacciare), l’ex Cavaliere ha continuamente forzato i limiti all’autorità di un uomo politico.

Alla fine, però, i nodi sono venuti al pettine. Oltre a essere stato condannato in via definitiva dopo decenni di processi, Berlusconi ha infatti pagato il prezzo politico degli scandali. Sia lui sia Sarkozy si definiscono “vittime” dell’accanimento giudiziario e godono ancora di una certa popolarità tra i militanti dei rispettivi partiti, ma hanno comunque dovuto affrontare le conseguenze delle loro azioni.

Sostenere che Berlusconi è stato eletto e rieletto nonostante i suoi misfatti non è del tutto esatto. È vero, il suo partito ha ottenuto più del 35 per cento dei voti alle europee del 2009 nonostante lo scandalo Noemi Letizia, ma è altrettanto vero che la percentuale è scesa al 20 per cento alle elezioni legislative del 2013 ed è crollata al 16 per cento allo scrutinio dello scorso 25 aprile. Il vittimismo, insomma, ha mostrato i suoi limiti. Un approccio di questo tipo ha permesso a Berlusconi e Sarkozy di controllare i rispettivi partiti, che però sono stati progressivamente indeboliti. La verità è che le punizioni politiche arrivano in ritardo rispetto al discredito morale.

Per un uomo come Berlusconi, che può contare su mezzi illimitati e stipendia buona parte dei quadri del suo partito, gestire la situazione non è poi così complicato. Per Sarkozy il compito è invece più complesso, anche se non impossibile. L’ex presidente può ancora sperare di riconquistare la presidenza dell’Ump alle prossime primarie, ma è difficile immaginare un suo ritorno all’Eliseo.

Nel 2008, appena eletto e in visita a Roma, un irritato Sarkozy aveva dichiarato di non avere tempo per pensare al paragone con Berlusconi, mentre oggi potrebbe seguire con grande interesse le vicissitudini dell’ex presidente del consiglio italiano. E magari, nonostante la differenza di età e di scandali, gli sembrerà di guardarsi allo specchio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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