Euromantici e afrobeat

18 settembre 2012 09:00

1. Cheek Mountain Thief, Showdown

Ma in genere non si andava in Islanda per assaporare il gusto profondo della solitudine, eccetera? Il britannico

Mike Lindsay, già a capo della band di folk minimalista Tunng, ci si è trasferito (per la precisione a Húsavík, villaggio di pescatori) grazie a una girlfriend e a una festa di capodanno molto ben riuscita, e ha fatto il botto con un progetto che sa tutto di convivialità, musicisti locali e ospiti invitati a cantare e bere vodka e creare dissonanze sonore: il suono di una festa con gente piena di calore a far sciogliere suoni presi dal ghiaccio.

**2. David Byrne & St. Vincent (feat. Dap-Kings & Antibalas), The one who broke your heart **

L’intellettuale multiculti a pedali e Annie Clarke, la secchioncella che ha studiato con Sufjan Stevens e i Polyphonic Spree, s’incontrano a far ginnastica vocale e si sciolgono in un compiacimento a due che nel corso dell’album Love this giant rischia la noia. Però arriva in soccorso la cavalleria afrobeat: gli ottoni funk soul dei micidiali Dap-Kings, i ritmi della tribù Antibalas da Brooklyn, ed è subito danza nella giungla, sia pure con oranghi che invece di spulciarsi si correggono le bozze a vicenda.

3. Sea + Air, Dirty love

Cascate di beatitudine sonora come esito di una storia d’amore tra Montecchi e Capuleti della zona euro: il musicista germanico Daniel incontra la ballerina greca Eleni, e insieme danno vita a un gran bell’album, My heart’s sick chord. Pieno di aperture melodiche e fughe di clavicembalo (lo strumento trainante qui, come in certi film horror) e finezze d’arrangiamento, in un equilibrio sottile su una romanticheria che sa fermarsi al di qua della melensaggine. Echi di Peter Gabriel, Gotye, Dead Can Dance; magnifico pop, e progressivo.

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Alberto Notarbartolo
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