Quando l’Albania era amica di Mao

11 agosto 2014 17:59

Ogni settimana il giornalista francese Pierre Haski racconta un paese di cui non si è parlato sui mezzi d’informazione.

(Anouck Durand, Amitié Eternelle, Éditions Xavier Barral, Paris, 2014)

Oggi l’Albania è un po’ il parente povero dell’Europa, anche se a fine giugno ha ottenuto l’agognato status di candidato all’ingresso nell’Unione europea. Eppure c’è stato un tempo in cui l’Albania aveva ambizioni da grande potenza. Quanto meno per Pechino, visto che l’Albania socialista è stata per anni l’unico alleato della Cina di Mao e alcuni cinesi credevano che l’Albania fosse il paese più importante d’Europa.

Ma questo periodo è ormai dimenticato da tempo e l’Albania ha ritrovato la sua posizione reale, quella di un paese povero dei Balcani, che a vent’anni dalla fine di uno dei regimi comunisti più ortodossi al mondo sta ancora cercando di ricostruire uno stato degno di questo nome.

Mi sono ritrovato a riflettere su questa epoca in occasione degli Incontri fotografici di Arles, dove la giovane fotografa e storica francese Anouck Durand ha preparato una mostra e un libro che meritano di essere visti.

Amicizia eterna”, il titolo della mostra e del libro, è la stessa formula che veniva usata per definire il rapporto tra Pechino e Tirana, tra Mao Zedong e il leader comunista albanese Enver Hoxha, l’unico che ha seguito il Grande timoniere nella sua rottura con l’Unione Sovietica “revisionista” per tenere alta la bandiera rossa della rivoluzione.

Durand si è buttata nella storia dell’Albania pensando di dedicarle un mese, ma ormai sono sette anni che se ne occupa anni e non ha ancora finito. Si è interessata alle fotografie di propaganda che l’Albania, come tutti i regimi dittatoriali e non solo, utilizzava per migliorare la propria immagine e soprattutto quella del suo leader.

Durand è riuscita a trovare tre di questi fotografi ancora in vita, Pleurat Soulo, Refik Veseli e Katjusha Kumi, la sola donna del gruppo, e le foto che avevano fatto all’epoca. E ne ha tratto un fotoromanzo. Sì, un fotoromanzo come nelle riviste del passato, che racconta la storia, vera ma romanzata, con le fotografie scattate dai tre durante un viaggio in Cina negli anni sessanta.

I fotografi erano stati inviati in Cina in piena Rivoluzione culturale per imparare una tecnica sviluppata dai loro colleghi cinesi: scattare tre volte la stessa foto con una pellicola in bianco e nero utilizzando tre diversi filtri, uno blu, uno giallo e uno rosso.

L’ironia di questa storia assurda è che in Albania questi fotografi, soprattutto la misteriosa Katjusha, assegnata a un’unità di propaganda speciale, avevano già accesso alle pellicole a colori Kodachrome, ma non si poteva ammettere pubblicamente, soprattutto al grande fratello cinese, che si usava del materiale capitalista.

L’interesse del lavoro, ludico nella forma ma storico nei contenuti, nasce dai racconti del viaggio di questi fotografi provenienti da un paese fratello e che avevano diritto a tutti gli onori, compreso quello di stringere la mano di Mao, il semidio che guidava la Cina. L’ambasciatore albanese aveva consegnato loro il messaggio che dovevano trasmettere: “L’amicizia eterna tra i nostri due paesi è recente, ma è considerata con grande serietà dai due paesi fratelli”.

L’intervento di Mao aveva assunto toni lirici: “Il Partito del lavoro albanese si schiera contro il revisionismo moderno e si contrappone alla cricca del Partito comunista dell’Unione Sovietica e ai suoi seguaci, così come ai rinnegati jugoslavi di Tito. Il Partito del lavoro albanese è un modello glorioso per i partiti e per le organizzazioni di tutto il mondo. […] Partiti e popoli della Cina e dell’Albania, unitevi!”.

Dopo l’incontro con Mao, i visitatori albanesi furono portati in una fabbrica dove tutti gli operai volevano “toccare le mani che quella stessa mattina avevano stretto quelle del Grande timoniere”. La conseguenza furono “cinque ore di strette di mano”, si legge sulla didascalia di una foto di gruppo degli albanesi circondati da operai che sfoggiano con orgoglio il distintivo di Mao sulla loro divisa.

Pleurat Soulo e Refik Veseli, i due uomini del gruppo, erano amici e si dicevano cose che dovevano nascondere alle autorità albanesi. In particolare il legame del secondo con una famiglia ebrea albanese trasferitasi in Israele dopo essere stata salvata dall’occupazione nazista durante la guerra dai suoi genitori. Si scrivevano quando possibile, ma le lettere inviate all’estero dall’Albania erano rilette e censurate.

Refik voleva approfittare di questa visita in Cina per scrivere più liberamente, ma il suo amico lo sconsigliò perché rischiava di essere scoperto. Avrebbe finito per imbucare la sua lettera durante uno scalo tecnico in Unione Sovietica.

Panorami comunisti. All’inizio di luglio, quasi mezzo secolo dopo, Soulo era ad Arles. Era in prima fila durante un dibattito sulla fotografia di propaganda con Anouck Durand e l’artista inglese Martin Parr, che presentava degli album fotografici cinesi, e il sinologo Claude Hudelot, che presentava una serie di magnifici “panorami”, delle foto ricordo della Cina maoista che riuniscono tutti i dipendenti di “un’unità di lavoro” intorno ai loro dirigenti o allo stesso Mao.

Soulo ha brevemente preso la parola per sottolineare che si trattava di tempi ormai lontani e per ringraziare Durand di aver ridato vita a quel periodo. Un periodo che sembra dimenticare mentre si mette in posa accanto a Martin Parr, la star della foto contemporanea, o della giovane francese che gli ha permesso di far riaffiorare i suoi ricordi, sia quelli buoni che quelli cattivi.

Ma se oggi abbiamo questo fotoromanzo è proprio grazie a Pleurat, che aveva conservato le foto dell’epoca a causa di un incidente della storia. Infatti negli anni ottanta il fotografo era stato messo in prigione per un anno dal regime comunista.

Mentre era dietro le sbarre, gli altri fotografi avevano ricevuto l’ordine di distruggere le foto dell’epoca dell’alleanza con la Cina a causa della rottura di questa “amicizia” che avrebbe dovuto essere eterna, dopo la morte del Grande timoniere nel 1976. Gli albanesi non avevano sopportato la svolta capitalistica della Cina, così il volto di Mao era stato cancellato da alcune foto e le altre erano state distrutte. Tutte tranne quelle di Pleurat, che le ha ritrovate quando è uscito di prigione.

Come ricorda l’esperto di Albania Gilles de Rapper nella postfazione del libro, dopo il 1978 “la Cina era scomparsa dall’orizzonte albanese. Non si dovevano più mostrare le visite al Parco della primavera, l’attraversamento del Fiume giallo e ancora meno le strette di mano con il Grande timoniere. I ricordi sono rimossi, le fotografie distrutte o quasi”.

Che cosa dice questa storia dell’Albania di oggi? Parla di un periodo che i giovani sotto i 20 anni non hanno conosciuto. Ma parla soprattutto della follia nel quale questo paese era caduto per tanto tempo, e di cui continua ancora oggi a pagare le conseguenze.

La religione, che era stata ufficialmente “sradicata” da Enver Hoxha, è oggi di nuovo presente con l’islam, la religione dell’80 per cento degli albanesi, o con la fede degli evangelici che qui hanno trovato una possibile terra di conquista.

L’Albania, a lungo descritta in Europa come uno “stato mafioso”, si rialza a fatica da questo marxismo-leninismo a tappe forzate che non bastava a nascondere la povertà. Una povertà che oggi si fa sentire duramente con gli stipendi più bassi d’Europa, con un’economia sommersa che corrisponde al 25 per cento del pil e una disoccupazione di massa.

Questo paese balcanico ha finalmente ottenuto una prospettiva europea dai 28, che rappresenta più un’incitazione a lavorare duro che una reale prospettiva di integrazione in un futuro prevedibile. Tanto più che il nazionalismo albanese, che vorrebbe riunificarsi con il vicino Kosovo, non facilita certo le cose.

Ma questa favola dell‘“amicizia eterna”, che riaffiora attraverso le foto di un’altra epoca, ci ricorda il peso della storia, che lascia tracce profonde anche molto tempo dopo che la pagina è stata voltata.

Albania

• *Abitanti: *2,8 milioni

• *Capitale: *Tirana

Pil annuo:8.592 dollari (2010), 88° paese su 179 secondo l’Fmi.

Tre cose interessanti:

• La lingua albanese è sopravvissuta a cinque secoli di occupazione ottomana, durante i quali è stata vietata. Le persone istruite andavano a imparare il turco a Istanbul e alla fine dell’impero ottomano il 90 per cento degli albanesi era ancora analfabeta.

• È in Francia che Enver Hoxha è diventato comunista. Nel 1930 aveva ottenuto un borsa di studio statale per studiare scienze all’università di Montpellier, ma dopo aver abbandonato gli studi aveva raggiunto a Parigi i comunisti albanesi in esilio.

• Anche il primo ministro in carica dal 2013, Edi Rama, leader del Partito socialista, ha studiato in Francia. È conosciuto soprattutto perché, quando era sindaco di Tirana, ha fatto ridipingere i muri della capitale con colori vivaci per ridare speranza ai suoi abitanti. Nel 2004 è stato eletto sindaco dell’anno da un’associazione internazionale.

(Questo articolo è uscito su Rue89. Traduzione di Andrea De Ritis)

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La musica di Clap! Clap! per i Sassi di Matera
Giovanni Ansaldo
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.