Afrin, nel nordest della Siria, 24 marzo 2018.

Il male minore per i curdi in Siria

Afrin, nel nordest della Siria, 24 marzo 2018.
29 dicembre 2018 12:01

Nel nordest della Siria tutto lascia prevedere una partita politico-militare in cui la Francia sarà tra i protagonisti. Eppure, diversamente da quanto ha insinuato il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, la Francia non ha né l’ambizione né i mezzi per sostituire gli Stati Uniti come protettrice dei curdi siriani. Ancora una volta, l’autonomia strategica europea sognata da Parigi si conferma un progetto lontano, scollegato dagli attuali rapporti di forze.

Gli elementi delle forze speciali francesi che operano nella regione e i civili francesi che lavorano per le organizzazioni umanitarie non potranno restare in Siria dopo la partenza dei duemila soldati statunitensi di cui Donald Trump ha improvvisamente deciso il ritiro.

Ciononostante – e questo spiega l’uscita poco diplomatica del ministro turco – la Francia sta facendo il possibile dietro le quinte per attenuare il colpo inferto ai combattenti curdi, gli stessi che hanno avuto un ruolo di primo piano nella riconquista dei territori controllati dal gruppo Stato islamico, portata a termine negli ultimi mesi.

Promessa mantenuta
Parigi fa pressione su Washington affinché ritardi il più possibile la partenza del contingente, una richiesta condivisa dal dipartimento della difesa e da quello degli esteri degli Stati Uniti, ma non dalla Casa Bianca, apparentemente ansiosa di dimostrare che una promessa elettorale è stata mantenuta.

Nell’impossibilità di far cambiare idea al presidente degli Stati Uniti (l’ennesima dimostrazione è arrivata con le dimissioni del ministro della difesa, il generale Jim Mattis) si tenta di far capire a Trump che non può ignorare le potenziali conseguenze di un’offensiva turca sul territorio siriano controllato dai curdi siriani, che Ankara considera come alleati del suo nemico giurato, il Partito dei lavoratori curdi di Turchia (Pkk), e a cui promette un destino tragico.

Il riavvicinamento tra la Turchia e gli Stati Uniti, dopo un periodo di gelo, è evidente: il governo turco ha invitato Trump in visita ufficiale nel 2019 e si discute di un importante contratto di vendita di missili Patriot. Sappiamo quanto il presidente degli Stati Uniti sia sensibile a questo tipo di offerte.

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Pochi giorni fa, una delegazione curda era presente a Parigi, ricevuta dal presidente francese prima di recarsi in Russia (altro attore di primo piano nel conflitto). A questo punto i curdi siriani non hanno altra scelta se non quella di riavvicinarsi al regime di Damasco, un male minore rispetto ai turchi. Tenteranno di negoziare una certa autonomia e garanzie di sicurezza, ma lo fanno in una posizione nettamente sfavorevole dopo il passo indietro di Washington.

A loro favore gioca solo l’ostilità del regime di Damasco e della Russia all’idea che la Turchia possa allargare la sua zona d’influenza nel nord della Siria. Nella zona sono in corso movimenti di truppe, sul versante turco come su quello controllato dal regime siriano. Sembra di essere alla vigilia di una battaglia. La Francia, presente per combattere il gruppo Stato islamico ma anche per influenzare il futuro della regione, cerca di limitare i danni di una svolta strategica che non avrebbe mai voluto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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