A Urena, in Venezuela, dopo gli scontri tra la guardia nazionale e i manifestanti antigovernativi, 24 febbraio 2019.

Gli Stati Uniti alzano i toni contro Maduro

A Urena, in Venezuela, dopo gli scontri tra la guardia nazionale e i manifestanti antigovernativi, 24 febbraio 2019.
26 febbraio 2019 12:51

La crisi in Venezuela è arrivata a un punto cruciale e potenzialmente pericoloso. Gli oppositori di Nicolás Maduro e gli Stati Uniti sono infatti alla ricerca di una nuova strategia per rovesciare il regime.

La crisi scatenata il 23 gennaio con il riconoscimento di Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela non ha prodotto l’effetto previsto, ovvero la caduta di Maduro. Nonostante alcune defezioni, l’esercito è infatti rimasto al fianco del governo bolivariano, l’operazione umanitaria non è riuscita a forzare il blocco delle frontiere e le sanzioni statunitensi non hanno costretto alla resa Caracas.

Il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, che si sta occupando del Venezuela, si trova a Bogotá dal 25 febbraio per incontrare Juan Guaidó, uscito dal paese nonostante il divieto ufficiale, oltre che i capi di stato del gruppo di Lima, alleati di Washington. Cos’altro potrebbero fare per sostenere il colpo di mano per rovesciare il regime di Maduro? Il New York Times, intanto, si domanda se abbiano un piano B dopo il fallimento della prima fase.

Sinistro presagio
Il vero interrogativo riguarda la possibilità che, al di là delle nuove sanzioni annunciate il 25 febbraio (che non cambieranno la situazione), gli Stati Uniti siano pronti a spingersi fino all’intervento militare. Fin dall’inizio Donald Trump e i suoi ministri hanno ripetuto che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Il 25 febbraio il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio, incaricato da Trump di seguire la strategia venezuelana dell’amministrazione, ha twittato una foto che suona come un sinistro presagio e mostra il dittatore Muammar Gheddafi dopo il linciaggio del 2011.

Questi eccessi testimoniano l’impegno di Washington nella vicenda, che infiamma gli animi soprattutto dell’elettorato ispanico degli Stati Uniti a cui naturalmente verrà presentato il conto alle elezioni del 2020.

Ma gli Stati Uniti si trovano in una situazione paradossale: sono condannati a forzare un’escalation davanti a un regime in fin di vita e totalmente screditato da una gestione catastrofica, tra l’altro con l’appoggio di buona parte dell’America Latina (una novità assoluta rispetto al forte sentimento antiamericano del passato).
Eppure, per quanto mascherato da operazione regionale, non è detto che un intervento degli Stati Uniti per rovesciare un regime sia accettabile. Sicuramente non lo è per una parte dei venezuelani e per altri latinoamericani.

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L’Unione europea, inizialmente divisa sul tema con una maggioranza di stati (tra cui la Francia) che ha riconosciuto Guaidó, ha fatto sapere il 25 febbraio che si opporrebbe all’uso della forza. La Commissione europea ha auspicato una soluzione “pacifica e democratica” unicamente venezuelana.

L’amministrazione Trump sa bene che il rapporto di forze è a suo favore e che Maduro non ha più carte da giocarsi. Ma resta il fatto che una vittoria apparentemente facile ora necessita di ulteriori mezzi. E il problema di tutte le escalation è che non si sa mai dove si fermeranno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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