Sostenitori di Juan Guaidó durante una manifestazione a Caracas, in Venezuela, il 2 febbraio 2019.

Nella crisi venezuelana gli europei mancano di coerenza

Sostenitori di Juan Guaidó durante una manifestazione a Caracas, in Venezuela, il 2 febbraio 2019.
04 febbraio 2019 11:32

Nessuno ha mai pensato che Nicolás Maduro potesse cedere davanti all’ultimatum dei sei paesi europei (tra cui la Francia e la Germania) che gli hanno intimato di organizzare nuove elezioni presidenziali. La scadenza fissata per la sera del 3 febbraio è ormai trascorsa, e il presidente venezuelano si è limitato a proporre nuove elezioni legislative, dunque per rinnovare l’assemblea dominata dai suoi oppositori.

A Caracas l’impasse è totale. Durante il fine settimana i due schieramenti, quello del presidente ufficiale e quello del presidente autoproclamato ad interim Juan Guaidó, hanno mobilitato i loro sostenitori.

Per gli europei è arrivato il momento di decidere, e la faccenda è abbastanza complicata. I paesi che hanno lanciato l’ultimatum – la Germania, la Francia, la Spagna, i Paesi Bassi, il Portogallo e il Regno Unito – minacciano di riconoscere Juan Guaidó se Maduro dovesse rifiutarsi di accettare le loro richieste. Dunque è così che dovrebbero andare le cose.

Riflettere sulla forma
Questo riconoscimento, in ogni caso, non avrà alcuna conseguenza immediata, se non quella di far passare i sei paesi europei nello schieramento guidato dagli Stati Uniti e da Donald Trump, piuttosto ansioso di immischiarsi nella crisi venezuelana.

In questo senso vale la pena riflettere sulla bontà di questa iniziativa, non dal punto vista dei contenuti (non c’è dubbio che il regime di Maduro sia agli sgoccioli e abbia perduto la legittimità popolare) ma della forma, in un contesto in cui il rischio di violenze è sempre dietro l’angolo.

Parallelamente all’iniziativa dei “sei”, l’Unione europea ha creato un “gruppo di contatto” (di cui fa parte anche la Francia) per contribuire all’organizzazione delle nuove elezioni presidenziali. Il gruppo si incontrerà per la prima volta il 5 febbraio a Montevideo (Uruguay).

Sarebbe stato meglio sforzarsi di mediare, anziché precipitarsi verso il riconoscimento unilaterale

Secondo Federica Mogherini, rappresentante dei “28”, questo gruppo “contribuirà a creare le condizioni necessarie per l’emergere di un processo politico e pacifico”.
L’Europa, per l’ennesima volta, si rivela incapace di esprimere una posizione comune. Da un lato si offre come mediatrice, dall’altro alcuni stati europei sembrano già aver deciso quale dev’essere la transizione politica a Caracas.

Non sarebbe stato meglio sforzarsi di mediare e scongiurare una crisi potenzialmente devastante, anziché precipitarsi verso il riconoscimento unilaterale?

Due pesi due misure
Il precedente che si sta creando in Venezuela rischia di ripresentarsi come un boomerang in altri contesti, a cominciare dalla Repubblica Democratica del Congo e dal suo presidente, recentemente eletto in condizioni dubbie. Come fare a sfuggire al sistema dei due pesi e due misure?

Il 3 febbraio Donald Trump ha dichiarato che l’azione militare in Venezuela è un’opzione da non scartare. Gli europei vogliono davvero accodarsi agli Stati Uniti e al loro programma ben preciso in America Latina?

L’Europa ha tutte le ragioni per presentarsi come una forza di mediazione e moderazione in questa crisi, e nessun motivo di buttare altra benzina sul fuoco del Venezuela.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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