Una protesta contro la candidatura di Abdelaziz Bouteflika, ad Algeri, il 5 marzo 2019. (Mohamed Messara, Epa/Ansa)

L’Algeria non si accontenta e chiede un vero cambiamento

Una protesta contro la candidatura di Abdelaziz Bouteflika, ad Algeri, il 5 marzo 2019. (Mohamed Messara, Epa/Ansa)
15 marzo 2019 11:04

Immaginate di vivere in Algeria, di avere vent’anni e di aver manifestato per tre settimane contro la riconferma di un presidente fantasma, debilitato da una malattia. Immaginate che questo presidente vi dica di aver compreso le vostre rimostranze e ritiri la sua candidatura, ma al contempo resti alla guida del paese.

Questo è l’umore della popolazione algerina di oggi. “Volevamo elezioni senza Bouteflika e ci tocca Bouteflika senza le elezioni”.

Forse è una forzatura, ma non è troppo lontana dalla realtà, perché è così che si sentono molti algerini dopo l’annuncio a sorpresa con cui, lunedì sera, Abdelaziz Bouteflika ha rinunciato a un quinto mandato senza però impegnarsi a lasciare il potere alla fine del suo mandato attuale, il mese prossimo.

Questa situazione è il motivo per cui ci attende un nuovo venerdì di proteste, con il rischio di una partecipazione di massa nelle piazze algerine. Il governo non ha convinto la popolazione della sua sincerità e la piazza sente di aver subìto un raggiro.

Finora le decisioni del governo non hanno convinto i manifestanti che sia possibile una transizione

Gli slogan si sono evoluti. Siamo passati dal “no al quinto mandato”, scintilla della rivolta popolare, a una richiesta più radicale di cambiamento di regime, per una seconda repubblica in Algeria.

Finora le decisioni del governo non hanno convinto i manifestanti (in particolare i giovani, che rappresentano la maggioranza della popolazione) che sia possibile una transizione verso un altro sistema più aperto.

Il presidente, o comunque le persone che parlano a nome suo, hanno allontanato il primo ministro che aveva minacciato i manifestanti facendo aleggiare lo spettro di “una nuova Siria”, ma al suo posto hanno nominato il ministro dell’intero Noureddine Bedoui, considerato molto vicino a uno dei fratelli Bouteflika.

Il nuovo primo ministro ha promesso, per la settimana prossima, la nascita di un governo tecnico composto da giovani, ma per il momento la transizione annunciata – che dovrebbe durare almeno un anno con un congresso nazionale, una nuova costituzione ed elezioni libere – resta saldamente sotto il controllo del potere algerino, lo stesso che continua a essere osteggiato dai manifestanti.

Dopo l’annuncio di lunedì ormai tra il regime e i manifestanti è una questione di numeri e rapporto di forze.

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Se il potere avrà la sensazione che la piazza stia perdendo entusiasmo e parte dei manifestanti delle ultime tre settimane abbiano deciso di credere alle promesse, sarà incoraggiato a proseguire su questa strada.

Se invece non sarà così e le proteste di venerdì saranno massicce, pacifiche e determinate come le precedenti, il potere dovrà affrontare un dilemma, perché avrà la certezza (e probabilmente ce l’ha già) che la piazza non accetterà di essere presa in giro. A quel punto il regime dovrà scegliere tra un’azione di forza, con il rischio di scontri violenti finora assenti in questo movimento, e nuove concessioni con la possibilità di perdere tutto.

In Algeria la giornata di venerdì sarà dunque decisiva per il futuro di un movimento popolare inedito che non ha ancora finito di stupire.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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