Una protesta in Cisgiordania contro la conferenza di pace in Bahrein, il 24 giugno 2019. (Mohamad Torokman, Reuters/Contrasto)

Il prevedibile fallimento del piano di Washington per la Palestina

Una protesta in Cisgiordania contro la conferenza di pace in Bahrein, il 24 giugno 2019. (Mohamad Torokman, Reuters/Contrasto)
26 giugno 2019 11:23

Il fallimento era prevedibile, e fallimento è stato. Jared Kushner, genero di Donald Trump e suo consigliere, aveva promesso il “deal del secolo” (parole sue) che avrebbe risolto la questione palestinese. Ma alla fine la conferenza del Bahrein, che si concluderà nella giornata di mercoledì, non ha modificato minimamente l’equazione israelo-palestinese.

Jared Kushner ha il merito di aver capito che lo statu quo non è sostenibile a lungo termine e di aver voluto cambiare paradigma. Ma il concetto che ha proposto è del tutto inaccettabile nel Medio Oriente di oggi. Kushner, infatti, ha proposto ai palestinesi di rinunciare al loro sogno di uno stato in cambio di un’ipotetica prosperità.

L’inviato degli Stati Uniti ha messo sul tavolo 50 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali e investimenti che, a suo dire, potrebbero creare un milione di posti di lavoro. Ma oltre al fatto che questo denaro non esiste e che le promesse non impegnano chi le riceve, il prezzo politico è troppo elevato e nessun leader palestinese, quale che sia la sua affiliazione, lo accetterebbe mai pubblicamente.

A che serve un piano che scontenta gli interessati? Evidentemente a escluderli ulteriormente dal gioco

È evidente che i promotori del piano statunitense erano perfettamente consapevoli di andare incontro a un rifiuto palestinese. L’Autorità di Abu Mazen, d’altronde, aveva boicottato la conferenza del Bahrein dopo aver interrotto i contatti con l’amministrazione Trump a causa del trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, l’anno scorso.

Ma allora a che serve un piano che scontenta gli interessati? Evidentemente a escluderli ulteriormente dal gioco, a spingerli ulteriormente verso una posizione in cui non avranno più scelta. L’amministrazione Trump si è prodigata molto in questo senso: oltre al trasferimento dell’ambasciata, ha infatti cancellato i finanziamenti statunitensi per l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati e ha riconosciuto l’annessione del Golan siriano. Pochi giorni prima dell’apertura della conferenza del Bahrein, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Gerusalemme, David Friedman, ha dichiarato che Israele ha il diritto di annettere una parte della Cisgiordania.

Ricordiamo che i territori palestinesi fissati dopo la guerra del giugno 1967 sono protetti da una risoluzione delle Nazioni Unite e che un’annessione come quella proposta dall’ambasciatore statunitense sarebbe illegale rispetto al diritto internazionale.

Cosa potrà succedere dopo questa conferenza? Parte della risposta è legata alle prossime elezioni israeliane, previste per settembre dopo che Netanyahu non è riuscito a formare una coalizione. Se il primo ministro dovesse vincere, cercherà di approfittare del vento favorevole che soffia da Washington per procedere in direzione del piano Kushner, ovvero verso l’eliminazione definitiva della prospettiva di uno stato palestinese.

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I palestinesi attraversano innegabilmente un momento di debolezza storico: divisi tra due entità in Cisgiordania e a Gaza, con un’Autorità palestinese esangue e un mondo arabo più interessato alla crisi iraniana che alla sorte della Palestina.

Detto questo, immaginare che i palestinesi possano rinunciare alle loro aspirazioni nazionali è assurdo, anche dopo così tante delusioni. Questa è la sostanziale debolezza del piano Kushner.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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