Il giornalista turco Ahmet Altan all’Edinburgh international book festival, Edimburgo, il 27 agosto 2015. (Alamy)

Il carcere non spegne la voce dello scrittore turco Ahmet Altan 

Il giornalista turco Ahmet Altan all’Edinburgh international book festival, Edimburgo, il 27 agosto 2015. (Alamy)
12 settembre 2019 10:17

È uno di quei libri che ci spingono a fermare tutto, perché ci fanno attraversare lo specchio introducendoci in un universo di cui non possiamo immaginare la realtà. Ahmet Altan ha scritto un libro intitolato Non rivedrò più il mondo, appena tradotto in francese e pubblicato in Italia un anno fa.

Come avrete indovinato dal titolo, Altan si trova attualmente in prigione, in Turchia, condannato all’ergastolo durante l’ondata repressiva seguita al tentativo di colpo di stato del luglio 2016.

Altan ha 69 anni ed è un famoso scrittore e giornalista, due professioni a rischio nella Turchia della deriva autoritaria del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Arrestato insieme a suo fratello Mehmet, Altan è stato inizialmente accusato di aver inviato un messaggio subliminale durante una trasmissione televisiva.

Una parodia della giustizia
Davanti all’assurdità dell’imputazione, Altan è stato successivamente condannato per sovversione. La sentenza è stata rovesciata dalla corte suprema, ma lo scrittore resta in carcere in attesa di un nuovo processo. Nel 2017 ho assistito a un’udienza del processo contro Altan, una parodia della giustizia che avevo raccontato qui.

Nel suo libro, Altan presenta una descrizione dell’ingranaggio oppressivo del sistema turco.

Tutto comincia con l’arresto all’alba, atteso dallo scrittore che aveva già preparato i suoi effetti personali. Una scena che Altan aveva già vissuto quando suo padre era stato arrestato dalla dittatura militare, 45 anni prima. Altan ha mostrato nei confronti dei poliziotti la stessa gentilezza riservata da suo padre ai militari.

Incontra detenuti che non sanno nemmeno perché si trovano in carcere, compresi alcuni magistrati

“Questo paese si muove molto lentamente lungo il corso della propria storia”, scrive Altan.

Lo scrittore descrive da una prospettiva distaccata la vita in prigione, a cominciare dalla scomparsa degli specchi e dunque dall’impossibilità di vedere il proprio viso. “Lo specchio ti guarda, dimostra che esisti”, scrive. L’assenza di un’immagine riflessa, di contro, mina la fiducia in sé e fiacca la resistenza durante gli interrogatori.

Altan racconta tutta l’assurdità della sua esperienza. Incontra detenuti che non sanno nemmeno perché si trovano in carcere, compresi alcuni magistrati che pochi mesi prima avevano mandato in galera altre persone prima di essere denunciati da colleghi che volevano salvare la pelle.

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Lo scrittore descrive la crudeltà di alcuni (una dottoressa che lo costringe a tenere le manette anche durante una visita medica) e la bontà di altri, capaci di gesti umani.

Ad Altan resta una risorsa: la sua immaginazione. “Fino a oggi non c’è stata una sola mattina in cui mi sono svegliato in prigione”, scrive. Immagina di trovarsi in un hotel parigino, o sulla rive del Danubio, aggrappandosi a ricordi di viaggio e letture.

Le ultime parole di Altan suonano come una sfida: “Non potrete mai incarcerarmi, non mi rinchiuderete mai. Come tutti gli scrittori, ho un potere magico: passo attraverso i muri”. Ahmet Altan è un grande scrittore, e sta marcendo in prigione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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