Una protesta contro il primo ministro britannico Boris Johnson davanti alla corte suprema a Londra, il 24 settembre 2019. (Tolga Akmen, Afp)

La democrazia britannica resiste alle manovre di Boris Johnson

Una protesta contro il primo ministro britannico Boris Johnson davanti alla corte suprema a Londra, il 24 settembre 2019. (Tolga Akmen, Afp)
25 settembre 2019 11:23

Nella disfatta della Brexit è difficile non ammirare il modo in cui le istituzioni britanniche resistono e tengono in piedi un edificio democratico assediato dalle tensioni politiche.

Il 24 settembre la corte suprema del Regno Unito ha sorpreso tutti stabilendo all’unanimità e in modo chiaro che Boris Johnson è andato oltre le sue prerogative con la decisione di sospendere le attività del parlamento per cinque settimane, tra l’altro mentendo alla regina. Il parlamento, di conseguenza, riprenderà i lavori nella giornata del 25 settembre.

L’opposizione ha subito chiesto le dimissioni del primo ministro dopo l’ennesimo affronto nei confronti della democrazia. In un contesto normale nessun capo del governo resisterebbe a una simile sconfitta. Ma Boris Johnson si aggrappa alla poltrona.

Senza carta costituzionale
Ormai in minoranza, Johnson ha provato un colpo di mano, fallendo. Le istituzioni del Regno Unito sono state all’altezza della loro reputazione. Per capire la situazione bisogna ricordare che nel Regno Unito non esiste una costituzione, laddove la Francia negli ultimi due secoli ha cambiato spesso la sua carta fondamentale e continua a modificarla.

I britannici si affidano alla Magna Carta, risalente al tredicesimo secolo e alla base, da centinaia di anni, del diritto inglese e delle istituzioni britanniche, oltre che fonte d’ispirazione per la dichiarazione dei diritti umani.

La solidità dello stato di diritto ha avuto ragione dell’opportunismo del primo ministro

Questo fa capire quanto sia profondo il radicamento delle regole del diritto britannico, che oggi hanno superato il test di solidità. È un elemento determinante quando un uomo politico come Johnson cerca di manipolare le istituzioni per i propri interessi. La solidità dello stato di diritto ha avuto ragione dell’opportunismo del primo ministro.
Ma il problema della Brexit resta irrisolto, perché il 24 settembre è stato preso in esame il funzionamento democratico, non l’uscita di Londra dall’Unione europea. Oggi i parlamentari si ritrovano un’equazione immutata, mentre la scadenza del 31 ottobre si avvicina inesorabilmente.

In questo ambito a Johnson, prodotto dell’elitarismo britannico convertito al populismo, resta sempre la carta delle elezioni, per mettere il popolo contro le istituzioni.

Per fortuna, sul fronte opposto troviamo personaggi politici eccezionali.

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Brenda Hale, che ha letto la sentenza della corte suprema, è la prima donna a presiedere l’alto tribunale e per tutta la vita si è battuta contro il sessismo. John Bercow, lo speaker della camera dei comuni, tra una cravatta variopinta e l’altra ha richiamato i deputati in sessione. Gina Miller, l’imprenditrice, nata in Guyana da genitori di origine indiana, porta avanti il ricorso giuridico.

I nostri amici britannici sembrano sul punto di suicidarsi collettivamente con il salto nel vuoto della Brexit, ma dobbiamo riconoscere che lo stanno facendo con grande maestria.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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