L’ex presidente boliviano Evo Morales a Città del Messico, il 13 novembre 2019. (Pedro Pardo, Afp)

L’esilio di Evo Morales lascia un paese e un continente divisi

L’ex presidente boliviano Evo Morales a Città del Messico, il 13 novembre 2019. (Pedro Pardo, Afp)
14 novembre 2019 11:03

Evo Morales, il presidente decaduto della Bolivia, si trova attualmente in esilio in Messico, dove il capo dello stato Andrés Manuel López Obrador gli ha offerto asilo. Il nome di Morales si aggiunge alla lunga lista di esiliati nella storia del paese, che va da Lev Trotsky e dai repubblicani spagnoli fino alle vittime del maccartismo negli Stati Uniti e ai rifugiati della dittatura di Pinochet.

Questo riferimento a un passato marcatamente ideologico non è casuale. Il continente latinoamericano, infatti, si ritrova nuovamente spaccato lungo una linea di frattura che sembrava scomparsa o quantomeno offuscata.

Dopo l’annuncio dell’allontanamento di Evo Morales, costretto a dimettersi dall’esercito dopo elezioni contestate e sostituito il 14 novembre alla guida del paese dalla senatrice di destra Jeanine Áñez, l’America Latina si è spaccata in due. Morales ha ricevuto il sostegno di Messico, Venezuela, Cuba, del presidente eletto dell’Argentina (il peronista Alberto Fernandez) e di un uomo appena uscito di prigione, l’ex presidente brasiliano Lula.

La sinistra sulla difensiva
Si è dunque formato un asse della sinistra latinoamericana, che non ha sempre gestito al meglio il potere quando ha dominato la vita politica del continente (fino all’inizio del decennio attuale), ma che oggi si ritrova sulla difensiva.

Sul fronte opposto c’è un gruppo di paesi che hanno esultato per la destituzione di Morales, da tempo icona della sinistra continentale. Questi paesi sono ideologicamente schierati a destra, a cominciare dal Brasile di Bolsonaro, e sono sostenuti dall’amministrazione Trump.

L’America Latina funziona per cicli politici. Negli ultimi anni sembra essere tornata in auge la destra, provocando l’attuale polarizzazione

Gli stessi paesi, che formano il “gruppo di Lima”, si erano riuniti all’inizio dell’anno in occasione del tentativo di colpo di mano contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro. All’origine di quella manovra c’era John Bolton (fino a poco tempo fa consulente per la sicurezza nazionale di Trump) convinto di poter innescare una rivolta dell’esercito contro Maduro. Uno scenario che si è riproposto in Bolivia.

La sinistra latinoamericana denuncia il ritorno dei colpi di stato militari favoriti da Washington, ma questa analisi trascura le responsabilità dei regimi in questione, a cominciare dal disastro economico e dalla deriva autoritaria del Venezuela e dal tentativo di Morales di restare al comando oltre i limiti previsti dalla costituzione (all’origine della sua perdita di popolarità).

Modelli in crisi
L’America Latina funziona per cicli politici. Dopo la fine delle dittature militari c’è stata un’”ondata rosa”. Negli anni duemila due terzi dei governi erano orientati a sinistra. Negli ultimi anni sembra essere tornata in auge la destra, provocando l’attuale polarizzazione.

Alcuni analisti sottolineano che le tensioni di oggi sono legate anche alla fine di un ciclo economico che ha trasformato l’America Latina nel continente con la crescita più debole al mondo. Questo potrebbe spiegare anche i movimenti sociali contro le disuguaglianze e la corruzione, che attraversano il continente dal Cile all’Ecuador.

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Evo Morales ha incarnato il successo di una sinistra latinoamericana che aveva bisogno di modelli positivi, e ha ottenuto grandi risultati. Ma la sua caduta evidenzia l’usura di questi modelli e la fase di confusione che attraversa oggi l’America Latina.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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