23 febbraio 2022 10:09

Il discorso pronunciato la sera del 21 febbraio da Vladimir Putin darà lavoro agli storici per generazioni. Mentre si apprestava a privare il vicino ucraino di un nuovo pezzo di territorio per la seconda volta dopo la Crimea (annessa nel 2014), il presidente russo si è lanciato in una lunga dissertazione storica e politica che ha suscitato molti commenti.

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Putin si è rivolto ai russi per spiegare perché il loro governo si preparava a inviare le truppe in Ucraina, ma per gli ucraini le sue parole hanno significato la negazione del loro diritto all’esistenza e della loro identità. Quello di Putin è stato un atto di revisionismo storico che gli ha permesso di affermare il principio secondo cui la Russia ha diritto di agire come crede, anche se questo significa che l’Ucraina potrebbe smettere di esistere o essere assorbita dall’ingombrante vicino.

Per Vladimir Putin “l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia e più precisamente dalla Russia bolscevica e comunista”. Lenin, Stalin e Chruščëv hanno plasmato l’Ucraina “sradicando” (parole di Putin) alcune “parti del territorio storico” della Russia.

Come tutte le manipolazioni storiche, anche questa nasconde una parte di verità a proposito della creazione delle repubbliche sovietiche compiuta dagli apprendisti stregoni che guidavano l’Urss. Ma senza entrare nei meandri di una storia complessa, è evidente che Putin abbia ignorato la lunga maturazione del sentimento nazionale ucraino conservando solo la versione sovietica. Cosa di cui nessuno può sorprendersi.

In un libro pubblicato in autunno in Francia, L’Ukraine. De l’indépendance à la guerre (L’Ucraina, dall’indipendenza alla guerra), la docente universitaria ed esperta di questioni ucraine Alexandra Goujon sottolinea che “il nazionalismo ucraino si è sviluppato nel diciannovesimo secolo nel solco del risveglio nazionale di altri popoli europei, ma si è concretizzato in uno stato solo alla fine del ventesimo secolo”.

Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, in Ucraina fu organizzato un referendum sull’indipendenza, con una vittoria del sì di oltre l’80 per cento ovunque tranne che in Crimea (appena oltre il 50 per cento). Il Donbass, al centro della crisi attuale e abitato da una popolazione russofona, votò in massa per l’indipendenza dell’Ucraina.

Sulla questione delle frontiere, l’Africa potrebbe dare una lezione di saggezza a Putin

Evidentemente siamo passati da una rivendicazione iniziale di garanzie sulla sicurezza e sul ruolo della Nato a una diatriba con un vicino a cui si nega l’identità. Questo sviluppo è molto problematico, perché Mosca non concede all’Ucraina il diritto alla sovranità, che è alla base del sistema internazionale.

La vicenda pone la questione delle frontiere, che ormai non sono più intangibili. C’è un’ambiguità al centro del riconoscimento delle repubbliche separatiste del Donbass: il 21 febbraio il portavoce del Cremlino non ha voluto dire se la Russia riconosce le frontiere attuali delle due repubbliche o quelle che esse stesse rivendicano e di cui fanno parte territori ancora sotto il controllo ucraino. La guerra e la pace dipendono da questa ambiguità.

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Per comprendere la posta in gioco basta ascoltare un consiglio arrivato dall’Africa, e più precisamente dal delegato del Kenya presso l’Onu, che in occasione del dibattito sull’Ucraina ha spiegato che sessant’anni fa il continente africano ha scelto di rispettare le frontiere ereditate dalla colonizzazione per evitare conflitti senza fine. L’Africa, su questo punto, potrebbe dare una lezione di saggezza a Putin. Il presidente russo, però, sembra troppo immerso nel suo pericoloso sogno revisionista per ascoltare consigli.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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