Donald Trump esita, e c’è da capirlo. Mentre la repressione brutale si abbatte sugli iraniani, con centinaia e forse migliaia di morti (il blackout di internet rende difficile una stima precisa), il presidente degli Stati Uniti vorrebbe mantenere la sua promessa di aiutare i manifestanti iraniani. A Washington dicono che sta studiando diversi piani d’attacco, ma non ha ancora preso una decisione.

È possibile portare a termine un’intervento efficace in un paese come l’Iran e con una grande rivolta popolare in corso? E soprattutto, è giusto intervenire? Alcuni iraniani molto impegnati si oppongono all’idea di un’azione esterna, come il regista Jafar Panahi, Palma d’Oro a Cannes l’anno scorso e più volte condannato in Iran. Panahi è assolutamente contrario a un intervento statunitense, e sostiene che “il cambiamento al potere deve venire dalla volontà del popolo, dall’interno del paese”.

Gli argomenti contrari a un’azione esterna, americana o israeliana che sia, sono molti. A cominciare dai precedenti come quello della Libia, dove la Nato è intervenuta nel 2011 per impedire un massacro a Bengasi ma ha finito per destabilizzare il paese e la regione.

Anche le modalità d’intervento alimentano forti dubbi. Davvero sarebbe possibile aiutare i manifestanti attraverso una serie di bombardamenti aerei e attacchi mirati contro i vertici del regime? Non si rischierebbe forse di fare il gioco del regime legittimando le teorie sulla “mano straniera”, o peggio ancora di sprofondare il paese in un caos che aggraverebbe le condizioni della popolazione? Questi interrogativi non possono essere ignorati, a prescindere da quale sia la reale volontà di aiutare i manifestanti iraniani.

Tra gli argomenti in favore di un intervento c’è la necessità di assistere un popolo in pericolo. È insopportabile vedere persone uccise solo perché hanno scelto di protestare in piazza. L’impotenza è una motivazione forte.

Alcuni osservatori sono convinti che il regime dei mullah, in carica da quarant’anni, potrebbe cadere con una spinta nella giusta direzione. Già durante la “guerra dei dodici giorni” il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva espresso il desiderio di un cambio di regime. Oggi l’obiettivo resta lo stesso: abbattere un potere che semina il terrore all’interno e all’esterno dei confini dell’Iran.

Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora, desidera un intervento esterno perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime che resta avvinghiato al potere con la forza. In passato diverse rivolte sono state represse nel sangue, e anche quella attuale rischia di subire la stessa sorte. È chiaro che questo suscita in Trump la tentazione di agire.

Per ora si studiano varie ipotesi. Un’operazione speciale per sequestrare la guida Ali Khamenei, sul modello dell’intervento in Venezuela, sembra improbabile, anche se l’anno scorso Israele ha dimostrato di poter penetrare nel sistema iraniano.

Invadere l’Iran come ha fatto Bush con l’Iraq nel 2003 è fuori discussione, perché Trump non vuole impantanarsi in una guerra e preferisce le azioni forti ma brevi come quella portata a termine in Venezuela, dove ha addirittura mantenuto in carica il regime decapitato.

Così torniamo alla domanda di fondo: come aiutare i manifestanti sottoposti a una repressione impietosa, soprattutto se l’azione militare non è efficace né augurabile e sono già state imposte delle sanzioni? È questo il dilemma che affligge noi testimoni impotenti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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