L’onda d’urto delle rivelazioni dei cosiddetti Epstein files non smette di farsi sentire, anche in ambiti improbabili. In un primo momento avevamo seguito la vicenda da lontano, domandandoci se lo scandalo potesse danneggiare Donald Trump o un qualche esponente della famiglia reale britannica.
Tuttavia, i milioni di documenti appena resi pubblici negli Stati Uniti svelano una realtà molto più vasta, con una rete d’influenza che coinvolgeva paesi e ambiti imprevisti. Certo, la presenza di un nome all’interno delle email non significa necessariamente che la persona in questione abbia commesso qualcosa di illegale, ma l’ampiezza delle ramificazioni e dei contatti di Jeffrey Epstein, insieme alle sue donazioni finanziarie e all’ambiguità permanente delle sue manovre – tra predazione sessuale, influenza politica e affari più o meno leciti – solleva enormi dubbi.
La maglia di contatti costruita nel corso degli anni da Epstein, anche dopo essere stato condannato per reati legati alla pedofilia, getta una luce sinistra sulla cecità di una certa élite occidentale (e non solo), un’élite che evidentemente era facile da comprare e che ha confermato tutti i cliché della nostra epoca turbolenta.
La mappa dei legami personali stabiliti da Epstein è impressionante: Tel Aviv, Parigi, Londra, Oslo, Mosca, Beirut. A volte è difficile cogliere il filo conduttore di una rete che lega la principessa ereditaria di Norvegia, una banchiera Rothschild, un barone della politica britannica e un ex ministro della cultura francese.
L’elemento in comune è che tutte queste persone hanno aperto le porte a Epstein, garantendogli un accesso ad ambienti sempre più grandi e la possibilità di fare nuovi affari e soddisfare nuovi desideri. La politica, in tutto questo, non è mai stata distante. Abbiamo scoperto che Epstein discuteva con il capo del forum di Davos per capire se il vertice dei miliardari potesse “sostituire le Nazioni Unite”. Suggestione? È proprio a Davos che il mese scorso Trump ha presentato il suo consiglio per la pace, a tutti gli effetti un concorrente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Nei file scopriamo che Steve Bannon, guru dell’estrema destra statunitense, ha agito come intermediario con Epstein per trovare finanziamenti destinati a Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese, e Matteo Salvini, capo di uno dei partiti di estrema destra in Italia. Al momento non sappiamo se questa manovra fosse stata sollecitata dagli interessati e se abbia avuto effetti concreti.
Questi elementi politici dimostrano che la vicenda Epstein non si limita alla pedofilia e agli stratagemmi finanziari, ma evidenzia una visione del mondo che coinvolge persone che pure ne sono lontane.
Al di là dei casi singoli – come quello di Jack Lang in Francia, dimessosi dalla presidenza dell’Institut du monde arabe, o quello del primo ministro britannico Keir Starmer, colpevole quanto meno d’ingenuità nella sua scelta di Peter Mandelson, uomo vicino a Epstein, come ambasciatore a Washington – vale la pena interrogarsi sulle conseguenze politiche generali della vicenda.
Il caso Epstein, nella sua globalità, sta alimentando il ritornello del “sono tutti marci”, che ingrossa l’onda populista, ma in questo senso è giusto ricordare che negli Epstein files sono citate poche persone (di cui alcune effettivamente molto potenti) e che nessuna corrente politica sfugge allo scandalo, compresa quella populista.
Resta il fatto che le nostre democrazie, a questo punto, devono avviare un’indagine profonda e fare i conti con i mostri che prosperano al loro interno. La vicenda Epstein è lo specchio di un mondo insopportabile che ci obbliga a ridefinire i nostri valori e le nostre scelte, in un momento in cui i venti di tempesta in arrivo da Washington rimettono tutto in discussione.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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