Perché ho amato The Newsroom. E molto

23 dicembre 2014 13:45

Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sorkin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.


Per un europeo un’argomentazione di questo tipo genera un’alzata di sopracciglia e un “ok, adesso, mentre io vado a farmi visitare gratis in un ospedale pubblico, tu dimmi qualcosa che non so già”; per un americano significa invece la richiesta di sedersi in partenza dalla parte della tavola dove stanno i personaggi problematici, quelli in pericoloso equilibrio fra il weird inteso come concetto limite del consesso sociale e quello, opposto e positivo anche se inconsciamente altrettanto sospetto, del profeta visionario di successo.

Fortunatamente Will McAvoy, l’anchorman di The Newsroom interpretato da Jeff Daniels, sfugge ad entrambe le derive e, sulle ali della scrittura a più livelli di Sorkin, si dimostra sul lungo periodo un personaggio complesso, profondo e articolato e non una semplice riedizione di Howard Beale, il giornalista predicatore folle del Quinto potere di Sidney Lumet.

Dopo lo sfogo sulla crisi generalizzata della società americana, la serie ruota attorno al tentativo di riaffermare un giornalismo di qualità, un giornalismo delle origini, quello degli spesso evocati Walter Cronkite e Edward Murrow, come cura contro la decadenza.

A provare a compiere questa missione, per stessa ammissione dei protagonisti donchiscottesca, è un gruppo composto da un presentatore che fino a quel momento è stato famoso per essere un personaggio accomodante, moderato, zerbinesco e in quanto tale popolare (se vi ricorda qualcuno, tenete presente che la rete è la Acn, nome di fantasia, e non Raitre); MacKenzie McHale, una executive producer (che è anche la sua ex) idealista, affascinante e intelligente e svampita abbastanza da inserirsi di diritto nella grande tradizione dei personaggi femminili che piacciono molto ai maschi che hanno studiato la cui esponente di punta è la Diane Keaton di io e Annie. Sopra questa copia siede Charlie Skinner, l’anziano capo della sezione news, alcolizzato e discretamente visionario a sua volta; e sotto una redazione composta principalmente da giovani con formazione universitaria d’élite, rocciosamente motivati e brillanti, guidati da un’esigua classe intermedia di 30-40 enni la cui competenza nei rispettivi ambiti sfiora l’onniscienza divina, mentre le loro attitudini sociali tendono, con forza uguale e contraria, al disastroso.

Mi piace scrivere di persone che sono molto brave in quello che fanno, e molto meno brave in tutto il resto.–A. S.

Questo contesto, assieme alle dinamiche giornalistiche che si sviluppano nella produzione del programma-nel-programma News Night (così viene chiamata la striscia delle 20 condotta nella finzione da McAvoy), è stato largamente criticato come irreale, e con una certa dose di ragione.

La Columbia journalism review che, ironicamente, nella serie viene citata come organo a favore della svolta purista di News Night, nella realtà ha invece evidenziato alcuni degli aspetti poco realistici del modo di lavorare della redazione della serie, mentre il Guardian (la cui perquisizione della sede da parte servizi inglesi dopo le rivelazioni di Edward Snowden ricorda peraltro quella che subisce News Night a opera dell’Fbi) nota che il problema morale rispetto alla produzione di notizie, appare oggi superato da quello della sostenibilità economica del giornalismo e dal cambiamento radicale del concetto stesso di notizia imposto da internet.

Voglio essere molto chiaro. Non stiamo facendo giornalismo e lo show non è sul giornalismo. È sulle persone che fanno giornalismo.–A.S.

Tutte obiezioni più che sensate, anche se Sorkin nella terza stagione aggiusterà il tiro tematizzando molti dei problemi aperti dall’avvento di internet nel business dell’informazione attraverso il personaggio di Pruit, un orrido multimiliardario del web, personificazione del barbaro che non è più alle porte ma è già comodamente seduto in salotto. Ma il punto non è nemmeno questo.

Se non fosse bastata la prodigiosa memoria e la virtuosistica abilità retorica del monologo iniziale di McAvoy, la serie è piena gli altri dialoghi rapidi, ultra competenti e totalmente privi di non-detti, dubbi, incertezze che dovrebbero rendere immediatamente evidente che quello che Sorkin cerca di ottenere non è certo un realismo assoluto. E questo nel suo caso, non è nemmeno una novità, basti pensare a The west wing e i suoi lunghi walk and talk.


I personaggi di Sorkin parlano da sempre come parleremmo se avessimo un cervello grande il doppio, un collo in grado di sostenerne il peso e una schiera di autori pronti a suggerirci in tempo reale la battuta più intelligente saltata fuori ad un tavolo di dieci professionisti.

Ora tutto questo può essere respingente. Ma se invece si accetta il fatto che il principio di realtà abita da un’altra parte e non tutti gli show devono essere il pur indimenticabile The wire, e che, ancora, il realismo radicale è soltanto una delle strategie dello storytelling, diventa allora possibile incominciare a godersi The Newsroom. Non che la serie non abbia proprio alcun punto di contatto con la realtà: per crearlo Sorkin ha frequentato per mesi gli studi di diversi programmi televisivi, e benché sia noto per scrivere tutto da solo, ha chiesto e ottenuto da Hbo una writers room composta da otto ricercatori, ampliata da consulenti dedicati esclusivamente alla politica conservatrice per la seconda stagione.

Mi piace scrivere romanticamente e idealisticamente ma avere ancora un piede nel mondo in cui viviamo.–A.S.

La realtà però è che la disciplina giornalistica, per quanto tratteggiata con pretese di un certo grado di mimetismo, è in The Newsroom soprattutto una scusa per parlare di qualcosa di più ampio. Per capire cosa, è innanzitutto necessario notare come McAvoy nella tradizione delle serie televisive odierne, si distingua per il suo essere un personaggio positivo in una platea di personaggi negativi e votati al più realistico e spietato nichilismo esistenziale.

Al tempo stesso tra la figura idealtipica della nuova serialità televisiva (Walter White su tutti) e McAvoy esiste un legame, seppur per contrasto. All’inizio della serie, il presentatore è infatti esattamente uno di questi personaggi negativi che vanno tanto di moda: ha successo, ha la stima di chi conta, è amico del suo capo ed è ricco, potrebbe essere un arrivista senza scrupoli, il Nucky Thompson del giornalismo televisivo e lottare per rendere stabile e inattaccabile il suo potere.

Al contrario però è depresso, odia quello che fa, e con un transfert banale quanto non per questo meno credibile, tratta malissimo le persone con cui lavora. Dopo anni ha ancora il cuore infranto per la sua ex che ha tradito la sua fiducia, consegnandolo a una valle oscura di cinismo e disperazione. È solo, avvilito, senza prospettive, ed è all’apice del suo successo. È l’antitesi del sogno americano, perché è il sogno americano ad avere smarrito se stesso, questo è il sottotesto che Sorkin ci suggerisce.

La sua rinascita passerà quindi attraverso la riscoperta di un sentimento morale che lo infilerà in una serie lunghissima di problemi professionali e solo dopo aver portato in superficie ferite dolorose e mai suturate, gli permetterà di riconquistare, amore, appartenenza ad un gruppo ed a un progetto, felicità di vivere e rispetto di se stesso, che in fondo è il premio più importante.

The Newsroom al di là della scrittura al fulmicotone, del cast stellare e della produzione eccellente è quindi prima di tutto una favola morale e in quanto tale, e non come manuale del giornalismo del futuro, va giudicata.

La “famiglia” di The Newsroom.

La rinascita morale di Will McAvoy e dei suoi passa attraverso la ricerca di un giornalismo che non sia né uno scherano del potere né un generatore automatico di marcio di sistema (i due grandi canoni a cui, per esempio, siamo abituati in Italia), bensì un modello di informazione basato su una rigorosità deontologica assoluta, d’altri tempi. Sui vari tipi di giornalismo rappresentati nei film e nelle serie tv americane, compreso quello di The Newsroom, Alessandro Gazoia ha recentemente scritto un ottimo ed esauriente articolo su queste pagine.

A questo proposito basti quindi citare, come peculiarità del lavoro della redazione immaginata da Sorkin, una cura ossessiva delle fonti, lunghi e quasi fantascientifici processi di verifica (nella realtà in pochi hanno tutta quell’energia, e praticamente nessuno può investire tutti quei soldi in simili standard qualitativi), e alcune cose che quasi commuovono come quando Sloan Sabbith viene sospesa perché ha rivelato in onda un’informazione avuta off the record da un tecnico della centrale di Fukushima e, mentre lei impacchetta le sue cose nel suo ufficio, davanti al tuo cervello italiano sfilano tutte le registrazioni off the record impunite di programmi come Striscia la notizia, Le Iene o Report.

Quello della redazione di The Newsroom è indubbiamente un mondo migliore di quello in cui viviamo, un luogo dove non si pretende che gli altri rispettino le regole che noi ignoriamo e il fine non giustifica mai i mezzi, ma al contrario si sostanzia attraverso un uso etico degli strumenti e delle pratiche d’indagine. Il processo di produzione è la notizia. Il giornalismo è una sorta di complesso ethos fatto di competenze elevate e di regole che si osservano per primi nella misura in cui si vorrebbe fossero applicate alle società nella sua interezza.

Il giornalismo di Sorkin non è rivoluzionario, non è radicale, è attaccato e rispettoso delle istituzioni ma mai in quanto mera manifestazione di potere bensì sempre come espressione di principi condivisi. McAvoy è un repubblicano sui generis (non fa che attaccare il suo partito) ma è soprattutto dal punto di vista temporale che si può definire un conservatore, nella misura in cui prescrive un ritorno ad un età dell’oro, in cui erano forti quei valori originari smarriti nella ricerca del profitto economico e dell’apparenza. Che l’età dell’oro sia o meno esistita non è un tema che si possa trattare qui; altri eroi immaginari delle serie tv, come il già citato Nucky Thompson o Thomas Shelby, non sarebbero per niente d’accordo; quello che conta qui è che il ritorno al passato ha un senso in quanto indica il recupero di determinati valori, la questione storiografica passa quindi in secondo piano.

Non è quindi questa una visione che esclude i giovani, che, anzi, nella misura in cui si affezionano agli standard di un giornalismo rigoroso e non seguono le sirene del citizen journalism di internet e di siti alla Gawker (per altro, sempre ironicamente, uno dei pochi veramente entusiasti della serie) possono dare il loro meglio e fare le carriere più rapide. L’esempio di questa dinamica è Neal Sampat, il nerd che scrive il blog di McAvoy (il punto più basso della redazione visto che i blog per McAvoy sono l’esemplificazione del male) e che finirà per diventare un produttore di rilievo di contenuti giornalistici. La redazione di The Newsroom è ideale, romantica, impegnata nella missione enorme e scivolosissima di restituire senso a una realtà che l’ha smarrito, e nel farlo si fa un culo così. L’unità alla base della rinascita morale è appunto questa famiglia di produttori di notizie, e Sorkin prende alcuni oculati provvedimenti narrativi per rendere il gruppo compatibile con gli alti scopi che si prefigge.

  1. Al contrario di qualsiasi redazione (ma anche di qualsiasi generico posto lavoro) di cui io abbia notizia nel mondo reale, la gerarchia interna a quella di News Night è interamente senza eccezione alcuna basata sulla più perfetta ed efficiente meritocrazia, intesa non solo come calcolo dei risultati produttivi ma come somma di tutti i fattori di felicità di una persona. È praticamente una Città Del Sole finita accidentalmente dentro la sede di un canale via cavo.

  2. Corollario necessario al fatto che ci sia storia, quest’ordinamento meritocratico perfetto non impedisce che scoppino dei conflitti interni alla grande famiglia; ma sono tutti sorkiniani, ovvero sono tutti soggetti ai voleri del fato o delle circostanze esterne, e di base nessuno fa mai nulla di male perché ha anche una parte malvagia, bensì perché sbaglia in buona fede. L’inabilità sociale dei protagonisti è lo stratagemma che protegge la loro bontà di fondo e il senso granitico di comunità professionale che fa dello staff del programma una grande squadra di gente che litiga ma che in fondo si vuole bene.

  3. I nemici. I veri nemici sono sempre esterni e interessati principalmente a due cose: 1) fare soldi e 2) fare carriera. In altri termini i nemici sono il mondo reale. La lista è lunga ma non poi così tanto; la famiglia dei proprietari; Jerry Dantana, la corrispondente da Washington; la columnist del giornale di gossip; Pruit… poi ci sono i nemici dell’umanità, tipo il Tea party, i politici inetti eccetera. Ma il modo di dipingere questi ultimi, come vedremo in seguito, cambierà durante la serie. In meglio.

  4. L’apparato è mera forma. L’organigramma della struttura della rete, come diventa più chiaro mano mano che si va avanti nelle stagioni, comporta una serie di opposizioni, che per il sorkinesimo sono da intendersi come puramente formali. In sostanza ci si fa la guerra perché questo è quello che ci impone la struttura, ma sulle questioni che riguardano lo scontro morale giornalistica vs imperativi del denaro, non ci si schiera mai veramente con i secondi e, anzi, se qualcuno posto al di sotto di noi ha la meglio, in fondo ce ne rallegriamo.

Non stiamo parlando di reti di alleanze, di clan, di cordate clandestine interne a una struttura più grande, ma di una regola universale che caratterizza tutto l’apparato di produzione del canale televisivo in maniera unilaterale, dall’alto verso il basso, come una sorta di etica carbonara. Chi però, appartenendo alla struttura, decide per vari motivi di aderire in maniera sostanziale e non solo esteriore alle richieste del dio denaro, diventa automaticamente nemico.

Questo perché alla legge morale dettata segretamente dal cuore, si sostituisce quella tecnocratica dell’apparato in ogni vero appartenente all’esperimento morale di News Night. Questo come già detto è uno dei capisaldi del sorkinesimo. Al tempo stesso McAvoy è il contrario di un pauperista, crede fermamente nei soldi e nelle diseguaglianze economiche, ma solo in quanto servono ad esprimere e incoraggiare il perseguimento di altri valori. Da questo punto di vista il personale (americano quindi precario per definizione) del programma unisce un’improbabile compattezza sindacale anni settanta a una dedizione assoluta al lavoro da samurai giapponese. A Sorkin, come forse avrete capito, non piacciono tanto le mezze misure almeno negli schemi generali; preferisce giocarsi tutte le sfumature che ritiene necessarie alla storia nei dialoghi-flussi di coscienza e negli equivoci che personaggi tutti un po’ apparentemente affetti da sindrome di Asperger generano di continuo.

Tutto questo impianto è cementato dal fatto che Sorkin è il grande manipolatore. La sua scrittura ha una straordinaria capacità di creare botta e risposta brillanti, intrecciare gli archi narrativi (tipico il suo incrocio delle storie d’amore con i problemi di lavoro) e dare a tutto lo show un andamento musicale. La scrittura della serie è prima di tutto ritmica. I cambi di tempo, le impennate, gli allegro, sono tutte strategie che l’autore maneggia con la naturalezza di chi ha introiettato la tecnica e la utilizza con grazia istintiva. È l’andamento stesso ad alleggerire l’assertività dei contenuti e l’altrimenti insopportabile tendenza al monologo-che-spiega-il-mondo.

Muoversi sul territorio di confine fra retorica ed emozione è forse uno degli esercizi di scrittura più difficili in assoluto, nondimeno il più delle volte a Sorkin l’operazione riesce. Personalmente ho una cartina tornasole che utilizzo per capire se il grande manipolatore mi ha rubato ancora il portafoglio, ed è il momento in cui realizzo in cui sotto le parole è entrata la musica. Se il tappeto sonoro è già sotto da un pezzo è probabile che quel diavolo di Sorkin me l’abbia fatta e l’emozione abbia abbassato le mie difese antiretorica. Se me ne accorgo appena inizia, allora la magia non è riuscita. La seconda eventualità, alla prima visione di The Newsroom mi è capitata di rado.

Fino qua è tutto molto bianco e nero, e tutto tanto affascinante quanto potenzialmente pericoloso perché da sola l’acutezza della scrittura non basterebbe a fare di The Newsroom qualcosa di più di un eccellente esercizio di stile.

L’abilità fondamentale di Sorkin in una storia come questa è però quella di raccontare una favola morale senza scadere nel moralismo, rischio che pure sembra addensarsi all’orizzonte nella deriva giacobina delle puntate centrali della prima stagione, quando per un momento che McAvoy sembra aver imboccato la direzione di un novello Savonarola o di una di quelle tante figure bravissime a puntare il dito ma mai a guardare se stesse a cui ci siamo abituati sempre più spesso negli ultimi anni anche in Italia, da Beppe Grillo a un certo tipo di comici satirici sempre così certi di avere ragione da aver smesso da tempo di far ridere.

Il gioco di Sorkin durante la parte della stagione dedicata al Tea party si fa, anche se catartico, anche molto pericoloso visto che chi accusa non sembra mai mettersi davvero in discussione. Eppure qualcosa sta già lavorando sotto traccia per portare alla luce questo mondo sotterraneo e mostrarci come lo struggimento interiore stia segretamente interagendo con la missione riformatrice. Per riuscirci Sorkin non usa quasi mai la pericolosa arma a doppio taglio dell’ironia, perché se è vero che i suoi personaggi non ne sono del tutto privi, è altrettanto vero che nei momenti topici il pathos regna sovrano e anche quando viene spezzato da un momento comico, cosa che accade relativamente spesso, questo non mette mai in discussione il valore di verità dell’affermazione morale, semmai la rinforza dandole un’inedita tonalità umana.

Per inciso, sono queste le cose che fanno di Sorkin uno scrittore sopraffino: la capacità di mischiare i piani e tenere tutto perfettamente in piedi. Oltretutto non è uno dei tanti forzati americani dell’ironia, ma la usa come una delle frecce alla sua faretra narrativa, ponendola sempre su un livello inferiore rispetto alla comicità ingenua che salta fuori qua e là con un certo senso di collettiva liberazione. L’ironia in Sorkin è quello che deve essere in uno show con questo tipo di ambizioni: un contorno, non la trave portante dell’edificio narrativo.

Sono al massimo della mia felicità non quando devo scrivere un pezzo per un attore o una solenne argomentazione politica o sociale. Sono al massimo della felicità quando ho trovato un modo divertente di fare scivolare qualcuno su una banana.–A.S.

La svolta che nobilita The Newsroom al rango di grande serie avviene in maniera più articolata e strutturale nella seconda parte della prima stagione, precisamente nella sesta puntata, un episodio magistralmente strutturato tra flashback in studio e una seduta di psicoanalisi durante la quale McAvoy incomincia a realizzare che il suo schierarsi in maniera netta comporta, oltre alla ovvia opposizione di un numero crescente di antagonisti, anche un inevitabile, e al tempo stesso più complesso, contrasto interno fra ragione idealista e realtà composita del mondo, tra concetti monolitici e assoluti di cui sembra farsi portatore e la normale fragilità degli esseri umani.

È nello scontro con l’immaginario consulente nero e gay del repubblicano oltranzista Rick Santorum che questa verità si sostanzia per la prima volta nello show, e i costi della svolta verso l’energico giornalismo d’opinione di News Night vengono in superficie.


Un essere umano è molto di più del suo ruolo in una società o della sua opinione politica: una verità che rappresenta uno dei grandi limiti del giornalismo, buono o cattivo che sia, un peccato originale che ha dei costi altissimi nella società dell’informazione. Fortunatamente Sorkin e quindi McAvoy tutto questo lo capiscono benissimo. Il percorso introspettivo raggiunge quindi l’apice quando il giornalista del New York Magazine invitato proprio da McAvoy in redazione per scrivere un pezzo sul programma, finisce per mandare in stampa un reportage durissimo dove definisce il presentatore “il grande sciocco”, cosa che quasi uccide McAvoy, perché è un uomo intellettualmente abbastanza onesto da sapere che c’è anche qualcosa di vero in quelle parole ostili. Il suo slancio verso il bene ha in sé una discreta dose di ignoranza della realtà, di ottimismo e di ineliminabile parzialità, ma non di meno è un atto che nella sua imperfezione sta donando nuovo senso alla sua vita.

Da lì in poi, e per tutto il resto della serie, Sorkin bilancerà quindi l’indole persecutoria di McAvoy (che ha un passato da pubblico ministero) con dubbi, momenti di incertezza, ripensamenti, depressioni che ci restituiscono un personaggio che pur per definizione al di sopra norma, rimane sempre saldamente in tre dimensioni.

Evitato il rischio di trasformare il suo protagonista in un “profeta sordo”, Sorkin evita però anche quello contrario e più insidioso del moralismo di secondo livello, quello per cui ogni manifestazione umana è bisognosa di comprensione e assoluzione a prescindere e il giudizio è perennemente sospeso nel desiderio, quantomeno sospetto, di essere come tutti. Un’eliminazione furba del giudizio che in ultima analisi altro non è che è la più alta e filistea delle forme di volontà di potenza.

Se è vero che ogni essere umano ha le sue ragioni, la massima abilità di un narratore è quella di mostrarle nella loro coerenza che è assieme parziale e necessaria; pretendere al contrario che ognuno dei personaggi, una volta appresi i propri limiti, sospenda ogni forma di giudizio è come chiedere a un uomo di svolgere il compito proprio di un essere immaginario, onnisciente, privo di emozioni e fallibilità. No, non Ken il guerriero, sto parlando di Dio. Questo, oltre a rappresentare una lieve forma di arroganza, è anche un pessimo modo per tracciare un personaggio, o quantomeno fornisce la garanzia di renderlo mostruosamente noioso e insincero.

Tanta parte della produzione letteraria e critica, soprattutto nordamericana, è al giorno d’oggi ossessionata da questo tipo di ricerca dell’egualitarismo di facciata, avendo forse dato per perso quello sostanziale. Sorkin fortunamente ha esperienza, coraggio e una profondità sufficienti a sfuggire anche a questo tipo di trappola, a costo di irritare una parte della critica. Al contrario molte serie oggi sembrano scritte con il manuale della lottizzazione del politically correct in modo da evitare problemi con i recensori, che negli Stati Uniti hanno ancora un peso commerciale e richiedono a gran voce cose come l’inserimento di neri in quartieri dove nella realtà non esistono (si vedano le critiche alla prima stagione di Girls di Lena Dunham in questo senso) o di donne che devono avere necessariamente dei poteri sovrannaturali e virtù morali inattaccabili. Se il maschio bianco McAvoy cade come un deficiente mentre s’infila i pantaloni è ok, ma se una MacKenzie fa cadere una lavagna durante un briefing diventa immediatamente un personaggio sessista. Avulso al concetto di scrivere sulla base di queste logiche, Sorkin si interessa dei problemi del mondo e soprattutto di quelli dei suoi personaggi, non rimane con lo sguardo fisso sull’apparenza che, al contrario, è il suo vero nemico nel momento in cui il suo obbiettivo è ricerca e la fondazione di un’etica più profonda, sostanziata nelle cose.

Sorkin è un indagatore, è uno scrittore morale con delle domande che esigono risposte, non è un politico che vuole vincere le elezioni della tv accaparrandosi consenso là dove saprebbe di trovarlo. Rischia perché sa quello che fa.

Usa la sua favola morale per cercare una risposta rassicurante al nichilismo ma nel farlo non può ignorarne l’onnipresenza.

Ecco allora che mette sui suoi personaggi il carico della loro fallibilità, non ripropone l’universo pacificato e manicheo delle serie tv di un tempo, ma prende i suoi personaggi, li getta nei problemi che le scelte giuste causano e li rende ciononostante capaci di slanci semplicemente desueti, in tempi di mezzi misure, di compromessi, di sogni troncati sul nascere in nome del principio di realtà e della convenienza professionale e civile.

Se The Newsroom appare quasi immediatamente come una favola la colpa non è solo di Sorkin, ma anche e soprattutto delle brutture a cui ci ha abituato realtà.

Questa decisione, questo impeto, hanno anche dei rischi intrinseci, perché è sicuramente vero che come diceva Yeats “maggiore il dubbio maggiore è l’artista”, è anche vero che prima o poi il dubbio si deve sciogliere nell’atto della creazione artistica e, con tutte le riserve del caso, l’opera prenderà infine una sua forma.

L’artista è quindi colui che si muove fra la necessità di plasmare un’opera mettendoci dentro tutto la verità di cui è capace e il sapere che il risultato non sarà mai niente di più che un’espressione soggettiva, gettata dentro un mondo privo di una ragione universale.

La creatura di McAvoy e del suo staff in questo mondo privo di regole condivise è il nuovo giornalismo di News Night, insieme scopo e bussola delle esistenze dei personaggi, mentre quella di Sorkin è The Newsroom, due esiti legati ma distinti perché mentre il primo fa affermazioni sulla realtà attraverso il ruolo del giornalismo, il secondo utilizza queste vicende per fare un discorso più generale su legge morale e quotidianità del lavoro, sulle motivazioni profonde dell’individuo e il loro contrasto con il primato del denaro e delle strutture burocratiche.

A un ultimo, e ancora più alto, livello Sorkin contrappone all’appiattimento nichilista la fede in un universo valoriale che per quanto imperfetto, parziale, in una parola umano, rimane per lui un’istanza superiore.

Come dice MacKenzie a un reporter: nonostante tutto l’impegno che mette nella missione del rinnovamento del giornalismo, McAvoy non è mai davvero sicuro di niente. Incertezza di fondo e decisione di fatto.

A farli convivere è il tatto umano di cui, nonostante i fuochi artificiali e i personaggi estremi, la scrittura di questa serie è intrisa.

In altri termini The Newsroom è divertente, appassionante, pieno di trucchi narrativi efficacissimi e talvolta un po’ paraculi ma non avrebbe un effetto così catartico, non sarebbe in grado di evocare tutte le emozioni che evoca nello spettatore, se non fosse una fiaba che attraverso il pretesto narrativo del giornalismo, tenta un’ambiziosa operazione di recupero di una soggettività in grado di autodeterminarsi liberamente all’intero dell’apparato tecno-economico del presente.

È per questo che è in grado di appassionare chiunque, non solo gli addetti ai lavori, che anzi sono sovente quelli che oppongono maggiori barriere, il che se quanto è stato detto fino qui è vero non depone certo a loro favore.

The Newsroom è un tentativo di risposta fantastica, positiva e romantica al brutale nichilismo realista delle serie degli ultimi anni, ma soprattutto è uno dei pochi intrattenimenti orchestrati con intelligenza e complessità tali da essere in grado di fornire emozioni ataviche e irresistibili anche a quelle persone che trovano il prodotto televisivo medio alternativamente o troppo stupido e quindi deprimente, o bello ma troppo realistico e quindi, se pur per altre vie, ugualmente deprimente.

Per questo un fan di The Newsroom è normalmente un fan appassionato: per riconoscenza verso la magica capacità che ha questa serie di fare sentire molto meno sole le persone con un pollice opponibile.

Questo è il motivo per cui, per quanto possa sembrare spiacevole, quando i fan di The Newsroom dicono che i detrattori dello show semplicemente non lo capiscono, è difficile dargli torto, c’è così tanto altro sotto la superficie dei monologhi e i dialoghi troppo brillanti per essere veri.

Questa serie è una specie di operetta morale per persone che generalmente derubricherebbero a “retorica” qualsiasi considerazione positiva, perché sono, o si sentono, più intelligenti della media e quindi ritengono che l’ottimismo sia la virtù degli sciocchi, o dei bambini.

Non è nemmeno tanto importante stabilire se questa sensazione di disillusa sagacia sia fondata o meno, quanto piuttosto riconoscere il merito di una serie che in un contesto di un’industria culturale che tende sempre di più a livellare verso il basso la qualità dei propri prodotti, prova al contrario a proporre un intrattenimento così ambizioso da offrire allo spettatore più livelli di lettura sapientemente confezionati in un unico involucro capace di emozionare e divertire e, all’occorrenza, rubarti il portafoglio senza che tu nemmeno te ne accorga.

Hbo è meno interessata a quante persone guardano il programma piuttosto che a quanto quello che lo stanno guardando apprezzano lo show. Non hanno pensato il loro business model per fare felici gli scrittori. È solo una bella conseguenza involontaria.

Per tutti questi motivi, criticare questa serie perché ci sono solo tre persone di colore in redazione o un personaggio femminile che non sa usare le nuove tecnologie equivale a guardare il dito mentre il saggio indica la luna, che per altro è esattamente il trattamento che il mondo di The Newsroom riserva a Will McAvoy e i suoi, ma quale migliore conferma, in fondo, dell’assoluta qualità di questa serie.

Quit è giornalista e scrittore. Collabora con Il Venerdì di Repubblica, Linkiesta, Riders e Vice. Nel 2014 ha pubblicato per Indiana editore Quitaly. Nel 2013 ha vinto il Mia award per il miglior articolo del web. Il suo sito è www.quitthedoner.com

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