Il senato ha approvato la riforma della scuola

Il senato ha approvato la riforma della scuola con 159 voti a favore, 112 contrari e nessun astenuto. Nel momento in cui il presidente Pietro Grasso ha annunciato l’esito del voto di fiducia si sono levati fischi e urla di protesta. Le organizzazioni sindacali e l’Unione degli studenti hanno organizzato una serie di proteste davanti al ministero dell’istruzione. Il testo passa ora alla camera

Il governo va verso la prova di forza sulla riforma della scuola

17 giugno 2015 19:41

E adesso, povera buona scuola? Con un occhio alla tv e un altro ai social network, i senatori incaricati di votare la riforma del sistema scolastico sono piombati in una situazione di stallo totale. Mentre la commissione bilancio, al rallentatore, prosegue nelle analisi delle compatibilità economiche, la commissione cultura – dove giacciono gli oltre tremila emendamenti accusati da Renzi di essere la vera barriera all’assunzione di oltre centomila precari – prende tempo.

L’ufficio di presidenza, convocato dopo l’annuncio di Matteo Renzi a Porta a porta, si è spaccato. Il presidente Andrea Marcucci (Pd, renziano) ha proposto un rinvio, che ha suscitato subito l’opposizione degli alleati dell’Ncd. La relatrice Francesca Puglisi (Pd, renzianissima, nonché responsabile scuola del Nazareno) ha ribadito la linea: o si riducono drasticamente gli emendamenti e si vota rapidamente la riforma, o i centomila non salgono in cattedra prima del settembre 2016. Le opposizioni, dal canto loro, continuano a chiedere in varie forme lo stralcio delle centomila assunzioni dal corpus della riforma.

Risultato provvisorio: un nuovo rinvio. Niente è deciso, neanche il calendario: sembra strano, vista la fretta forsennata che le stesse osservazioni del presidente del consiglio richiederebbero, ma è la logica conseguenza di una situazione politica complicata

Risultato provvisorio: un nuovo rinvio. Niente è deciso, neanche il calendario: sembra strano, vista la fretta forsennata che le stesse osservazioni del presidente del consiglio richiederebbero, ma è la logica conseguenza di una situazione politica complicata, e di giochi tattici che si intrecciano con tempi tecnici.

Tutto ciò lascia poche certezze e due scenari. La prima certezza è che, qualunque cosa succeda, non si andrà a uno stralcio della sola parte del ddl che riguarda le assunzioni. Lo ha ribadito Renzi stamattina via Facebook, in un post in cui cita la parola “ricatto” (la più usata da sindacati e opposizioni a proposito dell’alternativa posta dal governo, approvare la riforma com’è o rinunciare alle assunzioni a settembre): “Oggi qualcuno parla di ricatto, ma la verità è molto semplice: puoi assumere solo e soltanto se cambi il modello organizzativo”. Cioè: lo svuotamento delle graduatorie – che, come si spiega qui, non sarà comunque totale – è possibile solo se passa l’organico dell’autonomia, altrimenti dove vanno a mettersi i nuovi assunti?

“Ma il modello organizzativo non cambia comunque quest’anno, le novità qualificanti della riforma sono già state rinviate all’anno scolastico 2016-2017”, replica Walter Tocci, senatore della commissione cultura ed esponente di spicco della minoranza democratica. Il quale lancia una proposta “di dialogo”: incassando il passo indietro di Renzi e la proposta di una conferenza nazionale a luglio, Tocci propone che nell’attesa il parlamento vada avanti concentrandosi solo sull’articolo 10, ossia sul piano delle assunzioni. Uno stralcio parlamentare della riforma, insomma. Mettendo dentro idonei del concorso e abilitati – dunque salendo a 130mila precari – e lasciando fuori, per ora, poteri dei presidi, albi territoriali e quant’altro: cose che comunque erano già rinviate di un anno, perché non fattibili subito, dice il senatore.

Tutto o niente

“Non sta in piedi”, ribadisce Francesca Puglisi: o tutto o niente, questa resta al momento la posizione ufficiale del Pd sulla scuola. Sapendo che quel “niente”, però, non è proprio vuoto, poiché se la riforma non passa in ogni caso dalle graduatorie salgono in cattedra i precari che vanno a coprire il turn over: sono circa trentamila, dice Puglisi. Che arrivano a 45mila se poi aggiungiamo “l’intera copertura dei posti vacanti”.
La seconda certezza è che, nonostante i toni ultimativi di Renzi da Vespa, il provvedimento sulla scuola non sarà formalmente ritirato: “Smentisco categoricamente. Vogliamo portare a termine il nostro compito, appena possibile”, dice Puglisi. Dove nell’avverbio “appena” però non c’è molta fretta: pare che la commissione si avvii a essere riconvocata per la prossima settimana, prendendosi un bel po’ di tempo per uscire dall’impasse in cui la maggioranza si è infilata. E forse anche per vedere l’effetto che fa, nell’opinione pubblica, lo scambio di accuse su chi è il responsabile della mancata assunzione dei centomila (o dei cinquantamila, a essere precisi).

Nell’attesa, resta in piedi lo scenario di una prova di forza governativa: saltare a pie’ pari l’impraticabile commissione, andare direttamente in aula con un maxiemendamento preparato dal governo, magari recependo di propria iniziativa istanze provenienti da quel malessere del mondo della scuola che ha tanto influito sui risultati del voto amministrativo. E su questo infine mettere la fiducia.

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