Il conteggio delle schede alla fine del voto per il referendum costituzionale del 4 dicembre, in un seggio elettorale di Roma.

Quanto ha pesato la disoccupazione sul risultato del referendum

Il conteggio delle schede alla fine del voto per il referendum costituzionale del 4 dicembre, in un seggio elettorale di Roma.
06 dicembre 2016 13:16

Due isolette del sì nella marea del no. La mappa di Roma, con le circoscrizioni del centro e dei Parioli baluardo altoborghese del Partito democratico (Pd), assediate dalla valanga dei quartieri dell’ex ceto medio, delle periferie sconfinate, delle zone declinanti come di quelle emergenti, insomma del resto del mondo, potrebbe essere una premessa fin troppo scontata al capitolo più dolente che il risultato del referendum apre per il Pd: la questione sociale, prima ancora che la ragione sociale, della sinistra. “Torna il problema delle periferie per il Pd”, dice l’Istituto Cattaneo guardando ai dati di Bologna.

Non è una cosa nuova, basti pensare al voto recente delle amministrative di aprile, ma anche agli episodi più antichi dell’abbandono del voto operaio per Pci ed eredi, quando esplose la Lega a nord e i metalmeccanici che avevano in tasca la tessera della Fiom votavano per il Carroccio. Ma è nuovo il contesto, al termine di una lunga crisi economica che ha lasciato cicatrici profonde. E nuovo il fatto che si esprima in modo così netto su una questione “alta”, non collegata a schieramenti diretti né a scelte concrete di politica sociale, come le riforme costituzionali: una delle poche su cui, in teoria, i voti di appartenenza si potevano scardinare.

Per questo è importante guardare da vicino i dati sulla distribuzione del voto e la loro correlazione con quelli economici e sociali: non sempre netta e prevedibile come nella mappa romana, e a volte sorprendente. Ma utile per provare a capire cos’è successo invece di inveire contro chi non ha capito niente, sport molto praticato da tutti e due gli schieramenti, preferibilmente a mezzo social.

I due dati principali della consultazione – alta affluenza e netta vittoria dei no – hanno unificato l’Italia, rassicurando in questo chi temeva una spaccatura tra nord e sud, con la parte più produttiva del paese “lanciata” verso le riforme del futuro e la zavorra del Mezzogiorno a fare da freno. Così non è stato, a livello geografico le “isole” del sì in Italia sono in Toscana, Emilia-Romagna e Trentino. Ma prima ancora di guardare ai voti espressi, qualcosa di importante viene fuori già dai dati dell’affluenza, che vanno declinando man mano che si scende nella penisola.

Nel grafico è interessante guardare la corrispondenza tra partecipazione al voto e partecipazione al mercato del lavoro. Man mano che cala il tasso di occupazione, scende anche l’affluenza (pur essendo ovunque, come si diceva, a livelli abbastanza alti e con una tendenza al recupero rispetto alle ultime consultazioni). E confrontando la mappa della partecipazione al voto con quella dei giovani (tra i 15 e i 29 anni) che rientrano nell’acronimo Neet (not in education, employment or training, ossia fuori dal mercato del lavoro come dalla formazione), si ha una corrispondenza quasi perfetta: più Neet, meno votanti. Infatti analizzando i numeri si vede che la partecipazione è più alta dove ci sono più giovani “impegnati” in qualcosa, al punto che si potrebbe aggiungere una terza “e” alla sigla – che starebbe per “election” e ci darebbe l’impronunciabile Neeet. La regione con maggiore astensione, la Calabria, è anche quella con la maggior quota di giovani drop out o scoraggiati.

Passando a guardare i voti espressi, e confrontandoli in ogni regione con il tasso di occupazione, viene fuori una tendenza altrettanto univoca: meno lavoro, più no. Il Trentino-Alto Adige, regione con il record di sì, è anche al vertice come tasso di occupazione se si guarda sia al totale della popolazione sia alla fascia più giovane. Il no invece è al 67 per cento in Calabria (regione con un tasso di occupazione al 38,9 per cento) e al 71,5 in Sicilia (occupazione al 39,9 per cento). Scomponendo ancora di più il dato, per comuni, YouTrend ha calcolato che il no è al 65,8 per cento nei 100 comuni con più alta disoccupazione, mentre il sì vince con il 59 per cento nei 100 comuni con più bassa disoccupazione.

Ma questa regola ha le sue eccezioni, rilevanti. Per esempio la Sardegna, regione nella quale l’occupazione è bassa ma non ai minimi, e pure ha avuto un record di no. E le regioni più solide dal punto di vista occupazionale come Lombardia e Veneto non hanno mostrato favore per la riforma (o per il governo, vista l’impostazione della campagna elettorale attorno alla figura del presidente del consiglio). Solo in Toscana ed Emilia-Romagna il relativo maggior benessere occupazionale va insieme a una vittoria dei sì, che però è tiepida, non abbastanza forte da contrastare il dato generale.

I più colpiti dalla inoccupazione o dalla sottoccupazione, ossia i giovani, hanno votato in massa per il no

Leggendo questi dati insieme a quelli sull’affluenza, si intravede un quadro più complesso. Nel sud, nei territori con minore occupazione – e con un’occupazione giovanile drammaticamente bassa – è andata a votare meno gente, e chi ha votato si è espresso più massicciamente per il no. Nel centro e nel nord al crescere della partecipazione al mercato del lavoro e dell’occupazione cresce anche la partecipazione al voto: più sì e più no, ma con i secondi che prevalgono ovunque tranne che nelle ex roccaforti rosse.

Se si volesse interpretare la tendenza elettorale solo in base a quelle occupazionali, si potrebbe dire che il centronord sta meglio ma è ancora lontano dai livelli precedenti alla crisi, dunque ha manifestato la sua protesta soprattutto votando; mentre il sud, che sta peggio, ha protestato in tutti i modi, con l’astensione o con il no. E ovunque, ci dicono le analisi basate sugli exit poll, i più colpiti dalla inoccupazione o dalla sottoccupazione, ossia i giovani, hanno votato in massa per il no: il dato più bruciante per la narrazione degli anni di Renzi. Sempre secondo YouTrend, il sì vince solo tra i pensionati (con il 61 per cento) mentre il no sfiora l’80 per cento tra gli studenti.

Lavoro, reddito e identità
Un voto di protesta e sofferenza sociale, l’onda lunga della crisi, la rivolta degli esclusi da una ripresa economica e occupazionale asfittica e limitata solo ad alcune zone del paese? Un’analisi più dettagliata basata sui dati elettorali ed economici a livello provinciale, fatta da Info Data per Il Sole 24 ore permette di vedere dove si conferma questa “regola” e dove invece ci sono rilevanti eccezioni.

In linea generale, l’analisi al livello provinciale fa vedere una correlazione abbastanza costante tra la vittoria dei no e tre caratteristiche: quella demografica (più “anziana” la popolazione, maggiore la quota di sì), quella occupazionale (a maggior disoccupazione generale e giovanile corrisponde maggior peso dei no) e quella reddituale (con il no che cresce al decrescere del reddito). Tutti questi confronti danno il risultato atteso, ma se si va a guardare il coefficiente che indica la “significatività” della correlazione, si vede che la più forte è proprio quella legata alla disoccupazione. Che conta anche più del reddito.

Su quest’ultimo, poi, bisogna aprire una riflessione in più. A guardare le correlazioni di Info Data, è evidente che la tendenza è quella di un aumento dei sì all’aumentare del reddito medio pro capite. Ma le due province con il più alto reddito pro capite d’Italia, ossia Milano e Monza, hanno votato no, rispettivamente con il 52,6 e il 54,9 per cento. Mentre sono nel campo del sì province relativamente ben piazzate nella fascia del reddito, ma non al vertice: come quelle di Toscana ed Emilia, appunto. Un segnale del fatto che il voto di appartenenza e di identità è rimasto, e ha pesato in alcune zone. Più in quelle ricche che in quelle povere.

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Claudia Grisanti