27 aprile 2020 10:51

L’istruzione universitaria è uno dei temi di cui si è parlato di meno durante l’emergenza dovuta al nuovo coronavirus. Non solo perché durante la fase uno gli atenei italiani sono riusciti a organizzare le lezioni a distanza un po’ più agevolmente delle scuole primarie e secondarie. Né solo perché l’urgenza di riaprire le attività produttive ha oscurato altri temi della vita sociale, a partire proprio dall’istruzione. Ma perché per l’università, oltre al come e al quando ricominciare, la questione essenziale è chi? Quanti e quali studenti che si diplomeranno tra qualche mese proseguiranno gli studi?

La paura è che la crisi colpisca anche le immatricolazioni negli atenei. “L’università rischia il crollo degli studenti”, ha detto alla Stampa il ministro dell’università e della ricerca Gaetano Manfredi, “temiamo che il 20 per cento abbandoni i corsi”. Il timore è che a pagarne il prezzo siano soprattutto le ragazze e i ragazzi delle classi sociali e dei territori più deboli. Sarebbe un grave arretramento per tutto il paese. Per evitarlo si potrebbe mettere in campo uno strumento specifico, non molto costoso né complicato, nella forma di un prestito agli studenti garantito dallo stato, da restituire a fine studi quando si comincia a lavorare.

Nei paesi dove l’istruzione universitaria è per lo più privata, i grandi atenei hanno già suonato l’allarme, come uno dei settori economici che possono essere colpiti dalla crisi: le università britanniche potrebbero perdere quest’anno 230mila studenti scrive il quotidiano The Guardian, e chiedono un bailout, cioè un intervento per salvarle dalla bancarotta, di almeno due miliardi di sterline; negli Stati Uniti la questione del salvataggio dei college è oggetto di scontro politico, con Harvard che si è rifiutata di accettare i soldi del governo dopo un attacco del presidente Donald Trump.

Il sistema italiano, che poggia sull’università pubblica, sarebbe in condizioni migliori per reggere il colpo: benché finanziato sempre meno, il sistema pubblico non è così fortemente esposto alle oscillazioni della domanda di mercato, ossia dal numero di studenti che pagano per iscriversi ai corsi di laurea. Ma se gli atenei possono reggere, lo stesso non può dirsi degli studenti.

La lezione del passato
L’esperienza del passato recente insegna che le condizioni economiche influenzano la scelta delle famiglie; e che l’impoverimento materiale può avere presto conseguenze sull’istruzione. È successo con la grande recessione cominciata nel 2008, che ha causato un calo delle immatricolazioni fino al 2013. Allora è iniziata una piccola ripresa, che però non ha ancora riportato il numero degli immatricolati al livello precedente la crisi.

Va detto che la riduzione del numero degli immatricolati tra il 2008 e il 2013 è stata causata anche da altri fattori, tra i quali l’esaurirsi delle tante iscrizioni dovute alla riforma universitaria cosiddetta 3+2 e la concessione di crediti per particolari categorie di lavoratori. Ma è stato subito chiaro che accanto a queste circostanze, sul calo ha influito parecchio la crisi economica.

Infatti, a scendere non sono stati solo i numeri assoluti, ma anche il tasso che misura il passaggio dalla scuola superiore all’università, come dimostrano le ricerche dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur). Secondo l’Anvur, nel 2007 il 48,9 per cento di chi si è diplomato si è iscritto all’università. La percentuale è progressivamente scesa, per arrivare a un minimo del 43,4 per cento nell’anno accademico 2013-2014. Solo dal 2014-2015 ha ricominciato lentamente a salire, per arrivare al 46 per cento nel 2017-2018 (ultimo dato Anvur disponibile).

In altre parole: negli anni della lunga crisi economica, le famiglie italiane hanno disinvestito sull’istruzione universitaria, e per quanto si sia poi un po’ recuperato non siamo ancora tornati ai livelli di partenza. La cosa è ancora più grave se si considera che in Europa l’Italia è ancora agli ultimi posti per quanto riguarda la percentuale di persone laureate rispetto alla popolazione. Nella fascia d’età 30-34, la quota di italiani in possesso di una laurea è del 27,6 per cento (l’Italia è penultima nell’Unione europea, seguita solo dalla Romania).

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Il Fondo monetario internazionale ha stimato che quest’anno la crisi dovuta al nuovo coronavirus potrebbe far perdere all’Italia il 9,5 del suo prodotto interno lordo, dunque sarebbe peggiore perfino di quella cominciata nel 2008, e soprattutto con un impatto più immediato. Tenendo conto di questa previsione, non è difficile immaginare che la recessione comporti un nuovo calo delle iscrizioni all’università.

E questo perché il lockdown colpisce non solo il potere d’acquisto delle famiglie e i loro risparmi, ma influenza anche la libertà di movimento. Questione rilevante per le iscrizioni all’università, visto che la quota di residenti nel Mezzogiorno che va a immatricolarsi negli atenei del centro-nord è del 23 per cento. È possibile che non poter tornare facilmente a casa, o pagare affitti per stanze dove non si può ritornare per nuove possibili restrizioni, o versare caparre per poi vedersi spostare i corsi online, possa disincentivare tanti.

L’alternativa, per la parte economicamente più svantaggiata delle ragazze e dei ragazzi che prenderanno il diploma nel 2020, è quella di mettersi a cercare subito lavoro: missione quasi impossibile, visto che si troveranno in concorrenza con tutti quelli che il lavoro lo avevano e lo hanno perso a causa della chiusura di tante attività. La strategia migliore, per loro e per il paese nel suo complesso, sarebbe quella di continuare a studiare. Come? Tra i tanti fondi di sostegno, il governo potrebbe introdurne uno proprio per gli studenti universitari, nella forma di un prestito destinato a far fronte alle spese universitarie. Che non sono solo quelle delle tasse, ma anche quelle legate agli spostamenti: viaggi, affitti, mantenimento.

Questo prestito dovrebbe essere concesso a tassi agevolati, destinato solo a chi proviene da famiglie al di sotto di un certo reddito e patrimonio – con soglie che tengano conto del ceto medio-basso e del numero dei figli, ma non limitate, come gli attuali rari aiuti allo studio, solo ai poverissimi –, vincolato alla frequenza e alla regolarità degli studi. La sua restituzione, come avviene nei sistemi anglosassoni nei quali questi strumenti sono rodati, dovrebbe essere prevista non al termine degli studi, ma al momento in cui si comincia a lavorare e ad avere un salario decente. Sarebbe un modo per far entrare denaro nelle tasche dei più giovani, e investire sul loro futuro.