13 giugno 2013 09:33

Nella settimana dell’orgoglio gay (il 14 comincia il Palermo pride e il 22 ci sarà il primo Gay pride con la partecipazione di cariche dello stato) [anche il Vaticano fa coming out][1] parlando apertamente di una lobby omosessuale presente anche oltretevere.

Alcune inchieste, per esempio [quella del Pew research center][2], posizionano l’opinione pubblica italiana all’ottavo posto tra le più tolleranti al mondo. Addirittura, circa il 63 per cento della popolazione appoggerebbe i [matrimoni tra omosessuali][3], nonostante una legislatura in materia carente e alquanto antiquata.

Allora perché in un simile clima di tolleranza in cui le istituzioni (per altro criticate) dovrebbero rispecchiare il sentimento popolare, c’è ancora

[chi si tira fuori][4] dal dibattito o chi considera inopportuna l’attenzione dedicata alla comunità omosessuale?

Come mai Vladimir Luxuria, che di gay e istituzioni dovrebbe intendersene,

[consiglia loro di nascondersi][5]?

Forse un perbenismo ipocrita, riflesso del predominio culturale cattolico, storicamente radicato in Italia nei più diversi ambienti, ha contaminato inconsciamente la libertà di coscienza dei cittadini. Oppure è un’inconscia reazione a una eccessiva esuberanza di costumi che non rispecchiano necessariamente la comunità Lgbt nel suo insieme, che negli anni si è evoluta non meno di quanto sia cresciuta la sua percezione agli occhi della società (basterebbe notare la centralità di temi come il matrimonio e il diritto all’adozione).

Non è forse vero che l’esuberanza, quando eccessiva, è piuttosto spia di una radicale immaturità? Eppure non si può certo dire che i gay al giorno d’oggi siano immaturi, anzi. In questo senso sarebbe forse auspicabile optare comunque per una maggiore sobrietà, soprattutto in occasione di una manifestazione così rappresentativa di una comunità variegata e colorata quanto la sua bandiera.

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