08 settembre 2021 15:25

Il 10 agosto l’aeroporto internazionale di Hamad, in Qatar, è stato proclamato il migliore del mondo, battendo quello di Changi, a Singapore. Ma nelle scorse settimane le notizie sui servizi di lusso allo scalo di Hamad sono state eclissate da quello che stava succedendo all’aeroporto di Kabul, in Afghanistan: migliaia di persone cercavano disperatamente di lasciare il paese. Alcune si aggrappavano agli aerei in decollo e poi precipitavano dal cielo. Come in un’ultima tragica variazione ironica del vecchio slogan anticolonialista “yankee go home”: torna a casa yankee, e portami via con te!

Il vero enigma però è rappresentato dalla velocità con cui la resistenza dell’esercito afgano si è sciolta come neve al sole, una cosa che ha stupito gli stessi taliban. Se migliaia di persone stanno disperatamente cercando di prendere un volo per scappare dal paese e sono pronte a rischiare la vita nella fuga, perché invece non hanno lottato contro i taliban? Perché hanno preferito una morte certa cadendo dal cielo a quella sul campo di battaglia? Una risposta facile potrebbe essere che chi affolla l’aeroporto di Kabul fa parte della minoranza corrotta di persone che hanno collaborato con gli Stati Uniti. Ma che dire allora delle migliaia di donne che restano a casa spaventate? Sono anche loro delle collaborazioniste?

L’occupazione statunitense dell’Afghanistan ha creato anche una società civile laica, con molte donne istruite e consapevoli dei loro diritti

Il fatto è che l’occupazione statunitense dell’Afghanistan ha gradualmente creato una qualche forma di società civile laica, con molte donne istruite, che lavorano e sono consapevoli dei loro diritti, e ha dato vita anche a un’importante vita intellettuale indipendente. Quando il sociologo Göran Therborn ha visitato Kabul ed Herat un paio d’anni fa per fare delle conferenze sul marxismo occidentale, si sono presentate centinaia di persone, sorprendendo gli stessi organizzatori. È vero, i taliban oggi sono più forti che mai. Perfino più di vent’anni fa, quando le potenze occidentali arrivarono in Afghanistan per liberare il paese dalla loro presenza, il che dimostra chiaramente l’inutilità di tutta l’operazione. Ma dovremmo per questo ignorare le (involontarie, almeno parzialmente) conseguenze progressiste del loro intervento?

L’economista Yanis Varoufakis ha toccato questo difficile tema in un tweet del 15 agosto: “Nel giorno in cui l’imperialismo liberista e neoconservatore è stato sconfitto una volta per tutte, i pensieri di DiEM25 (il movimento politico fondato da Varoufakis) vanno alle donne dell’Afghanistan. La nostra solidarietà significa probabilmente poco per loro, ma è tutto quello che possiamo offrire. Per il momento. Tenete duro sorelle!”. Come dobbiamo leggere le due parti del suo tweet? Perché la sconfitta dell’imperialismo liberista si è accompagnata alla regressione dei diritti delle donne (e non solo)? Abbiamo noi (che ci consideriamo gli oppositori di sinistra dell’imperialismo neocoloniale) il diritto di chiedere alle donne afgane di sacrificare i loro diritti affinché il capitalismo globale liberista possa subire una grave sconfitta? Quando Varoufakis è stato accusato di subordinare la liberazione delle donne alla lotta contro l’imperialismo, ha risposto con un altro tweet: “Avevamo previsto che l’imperialismo neoconservatore avrebbe rafforzato il fondamentalismo islamico misogino. E così è stato! Come reagiscono i conservatori? Danno a noi la colpa del trionfo del fondamentalismo. Vigliacchi, oltre che criminali di guerra”.

I fondamentalisti islamici non hanno alcun problema con la brutalità delle lotte economiche e militari, il loro nemico è la cultura “immorale” dell’occidente

Dare la colpa ai neoconservatori però è complicato. I neoconservatori trovano facilmente un linguaggio comune con i taliban: non dimentichiamoci che quando era presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato i taliban a Camp David e ha stretto con loro un patto che ha spianato la strada alla capitolazione americana. E alcuni conservatori vedono nella caduta di Kabul la sconfitta definitiva dell’illuminismo e dell’edonismo individualista occidentale.

No, non sono stati i neoconservatori a rafforzare il fondamentalismo islamico: questo è cresciuto in reazione all’influenza dell’individualismo e del secolarismo liberale occidentale. Decenni fa l’ayatollah Khomeini, guida suprema dell’Iran, scrisse: “Non abbiamo paura delle sanzioni. Non temiamo invasioni militari. Quello che ci spaventa è l’invasione dell’immoralità occidentale”. Il fatto che Khomeini parli di paura dovrebbe essere preso alla lettera: i fondamentalisti islamici non hanno alcun problema con la brutalità delle lotte economiche e militari, il loro nemico non è il neocolonialismo economico occidentale o l’aggressività militare, ma la sua cultura “immorale”.

In molti paesi africani e asiatici anche il movimento per i diritti dei gay è considerato come un’espressione dell’impatto culturale della globalizzazione capitalista che mina le forme sociali e culturali tradizionali. Per questo la lotta contro gli omosessuali appare come un aspetto della battaglia anticoloniale. Non è così anche, per fare un esempio, per Boko haram? Per l’organizzazione terroristica nigeriana la liberazione delle donne è la caratteristica più evidente dell’impatto culturale distruttivo della modernizzazione capitalistica. Al punto che Boko haram (un nome che significa più o meno “l’educazione occidentale è proibita”, in particolare quella delle donne) può presentarsi come un argine contro l’impatto distruttivo della modernizzazione, imponendo una regolamentazione gerarchica ai rapporti tra i sessi.

L’enigma quindi è: perché i musulmani, che sono stati indubbiamente esposti a sfruttamento, dominazione e altri aspetti umilianti del colonialismo, reagiscono prendendo di mira la parte migliore dell’eredità occidentale, ovvero il nostro ugualitarismo e le nostre libertà personali, compresa a volte una sana dose d’ironia e di derisione verso tutte le autorità? La risposta più ovvia è che il loro obiettivo è stato scelto attentamente. Quello che rende così insopportabile ai loro occhi l’occidente liberale non è lo sfruttamento né la dominazione violenta ma il fatto che, aggiungendo al danno la beffa, presenti questa realtà brutale come se si trattasse del suo contrario: libertà, uguaglianza e democrazia.

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Dobbiamo quindi apprendere nuovamente la lezione fondamentale di Karl Marx: è vero, il capitalismo viola sistematicamente le sue stesse regole (“diritti umani e libertà”). Ricordatevi che, all’inizio di quest’epoca che celebra le libertà umane, il capitalismo aveva resuscitato la schiavitù nelle sue colonie. Allo stesso tempo però ha fornito dei parametri per misurare la sua stessa ipocrisia. E quindi non dovremmo dire “Visto che i diritti umani sono una maschera che nasconde lo sfruttamento, rinunciamo ai diritti umani”, ma: “Prendiamo i diritti umani più seriamente di chi ha creato l’ideologia dei diritti umani!”. È stato questo, fin dai suoi albori, il significato del socialismo.

Quindi cosa avrebbero dovuto fare gli statunitensi? È vero, hanno fatto un casino, ma dopo averlo fatto hanno perso il diritto di potersi semplicemente allontanare dal caos che avevano creato. Avrebbero dovuto restare e avrebbero dovuto cominciare ad agire diversamente, ma come?

Voglio concludere con un rovesciamento del proverbio che dice di stare attenti a non gettare il bambino con l’acqua sporca. È quello che fanno i razzisti, quando si rendono conto che gli interventi occidentali – destinati a diffondere libertà e diritti umani ai poveri paesi del “terzo mondo” – falliscono miseramente: preferiscono togliere dalla vasca dei diritti umani e delle libertà l’acqua sporca degli abitanti del terzo mondo, non abbastanza maturi per la democrazia laica, e tenersi solo il bambino, puro e immacolato. Forse dovremmo fare l’esatto contrario: gettare il bambino bianco e puro e stare attenti a non perdere l’acqua sporca dei poveri e degli sfruttati del terzo mondo. Questi ultimi meritano davvero i diritti umani, e non solo la nostra carità e la nostra compassione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1424 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati