01 dicembre 2014 15:22

Il governo italiano ha annunciato a Roma un’intesa per realizzare dei campi profughi nei paesi d’origine e di transito dei migranti per esaminare le richieste d’asilo sul posto. L’accordo, noto come “Processo di Khartoum”, è stato sottoscritto a fine novembre dai 28 paesi dell’Unione europea più Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Libia, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Tunisia.

Se l’obiettivo dichiarato è quello di “contrastare l’attività dei trafficanti”, l’intesa riprende le linee della politica condotta dai governi europei negli ultimi quindici anni, cioè delegare a stati dalle dubbie credenziali democratiche la gestione dell’immigrazione verso l’Europa. Non potendo stabilire un accordo con i governanti libici come quello sottoscritto da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi nel 2008, dal momento che il paese è in preda alle bande armate, si è scelto di andare più a sud e cercare governi più stabili, come quello eritreo o quello sudanese.

Il primo è una dittatura che costringe i giovani a un servizio militare illimitato (ed è per questo che fuggono in massa e arrivano sulle nostre coste). Il secondo è guidato dal 1989 da Omar al Bashir, sul cui capo pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (per timore di essere arrestato, l’uomo non viaggia più in Europa). Questi due governi – oltre a quelli etiope, libico, egiziano, somalo, che certo non brillano per rispetto dei diritti umani – dovrebbero collaborare con l’Unione europea nella realizzazione di campi profughi dove i richiedenti asilo (soprattutto gli eritrei) vedranno esaminati i loro casi in vista di un successivo resettlement in Europa.

Se nel 2013 il governo italiano, dopo il doppio naufragio del 3 e dell’11 ottobre – 600 morti in otto giorni – aveva avviato l’operazione di salvataggio Mare nostrum per “evitare il ripetersi di quelle tragedie”, ora sembra deciso a ricorrere al vecchio metodo: bloccare le partenze a monte, condannare i richiedenti asilo a rimanere intrappolati nel deserto, in campi profughi sovraffollati gestiti da quegli stessi regimi da cui essi scappano. I cadaveri non saranno più mostrati in televisione. E, spostando la frontiera lontano da occhi indiscreti, l’Europa potrà dire di aver risolto il problema.