13 gennaio 2001 00:00

Dai risultati dei recenti test del Pisa si vede che nelle scuole di pae­si in cui gli allievi in condizione di svantaggio sociale sfiorano il 60 per cento, come in Turchia o Messico, non c’è speranza di buoni risultati. Ma anche percentuali superiori al 20 per cento, come in Cile, Portogallo, Spagna, Italia, Polonia, sono un pesante handicap. Il peso dei fattori esterni alla scuola è determinante.

Giustamente in Germania la cancelliera Angela Merkel dedica attenzione anche personale all’integrazione di bambini turchi e tedeschi. La stessa attenzione ha ispirato negli Stati Uniti l’analisi di un noto giornalista economico, Robert J. Samuelson. Nella graduatoria del Pisa le scuole statunitensi con 500 punti figurano al diciassettesimo posto, poco sopra la media Ocse, lontane da Shanghai, Corea, Finlandia.

Questo risultato non brillante, specie considerando i crescenti investimenti degli ultimi dieci anni, ha sollevato dubbi sull’efficienza della scuola. Errore, obietta Samuelson. I quindicenni neri e ispanici erano il 23 per cento nel 1980, sono ora il 35. E i loro punteggi sono 441 e 468. Certo abbassano la media, senza loro i punteggi complessivi salirebbero a 525, a ridosso dei paesi più brillanti, ma senza scolaresche composite.

La scuola Usa fa un enorme lavoro di integrazione, per la democrazia, per la coesione sociale, contribuendo a ridurre i dislivelli sociali. Ma bisogna guardare oltre le pareti delle scuole per capirlo e per capire che i punteggi Pisa non sono il solo obiettivo dell’educazione.

Internazionale, numero 880, 14 gennaio 2011