26 febbraio 2016 19:43

Gli studenti universitari in mobilità, che lasciano il loro paese per studiare all’estero, secondo l’Unesco erano tre milioni e seicentomila all’inizio degli anni dieci. Ora sono diventati quattro milioni e mezzo stando al recente Open doors report dell’Institute of international education, benemerita istituzione attiva dal 1919. È un fenomeno demograficamente rilevante, ormai. A esso è affidata la speranza che almeno i ceti intellettuali mettano da parte le pacchiane e feroci stupidità delle ondate di esterofobia ed esterofilia, e vivano l’esperienza e conoscenza del vasto mondo non in stato di drammatica necessità (come accade per l’immensa massa dei più poveri) ma per una loro scelta educativa e intellettuale.

La Commissione europea con Erasmus, dal 1987, e ora con Erasmus+ si colloca all’interno di questo flusso e cerca di agevolarlo tra i paesi dell’Unione sostenendolo con le sue borse di studio. Nel 2014 (ha comunicato in gennaio la Commissione) sono stati 450mila gli studenti Erasmus+ e 150mila i docenti sparsi per l’Europa. In pochi anni dopo la laurea due terzi degli Erasmus trovano lavoro (e in posizioni direttive) contro solo la metà dei non Erasmus. Quella che l’attuale presidente del consiglio chiama con enfasi “generazione Erasmus” è solo un segmento, pur significativo, della più ampia “generazione mondo”. Con essa i politici dovranno imparare a fare i conti: un aereo da guerra in meno e parecchi euro all’educazione in più.

Questa rubrica è stata pubblicata il 19 febbraio 2016 a pagina 93 di Internazionale, con il titolo “L’avanguardia europea”. Compra questo numero | Abbonati