In Francia non siamo razzisti, ma non mi ricordo di aver mai visto un ministro nero. Ho cinquant’anni, e di governi ne ho visti parecchi. In Francia non siamo razzisti, ma all’interno della popolazione carceraria i neri e gli arabi sono sovrarappresentati. In Francia non siamo razzisti, ma anche se pubblico libri da vent’anni, soltanto una volta ho risposto alle domande di un giornalista nero, e soltanto una volta sono stata fotografata da una donna di origine algerina. In Francia non siamo razzisti, ma l’ultima volta in cui si sono rifiutati di servirmi nei tavolini all’aperto ero in compagnia di un arabo. L’ultima volta che mi hanno chiesto i documenti ero con un arabo. L’ultima in cui aspettavo qualcuno che alla fine ha perso il treno perché ha dovuto subire i controlli della polizia in stazione, era un nero.

In Francia non siamo razzisti, ma durante il lockdown le madri di famiglia che sono state colpite con i taser perché non avevano l’autocertificazione erano tutte nere o arabe, e vivevano nei quartieri popolari. Noi bianchi, nel frattempo, abbiamo tranquillamente potuto fare jogging e andare al mercato nel settimo arrondissement di Parigi.

Una bianca come me, quando non c’è una pandemia, va in giro e non si accorge nemmeno della presenza dei poliziotti

In Francia non siamo razzisti, ma quando si è scoperto che il tasso di mortalità nel dipartimento di Seine Saint Denis era sessanta volte superiore alla media nazionale, non soltanto ce ne siamo fregati, ma ci siamo permessi di dire, tra noi, “è perché non rispettano le regole”. A Seine Saint Denis il rapporto tra medici e abitanti è il più basso di tutto il territorio nazionale. I residenti hanno preso la Rer, i treni regionali che collegano Parigi alle sue periferie, ogni giorno per svolgere lavori essenziali per la nostra vita comune. In centro c’erano garden party ogni giorno e si andava in giro con il passeggino, in bicicletta, in macchina, a piedi… mancavano soltanto i monopattini. Ma abbiamo comunque dovuto dire che loro, gli altri, “non rispettano le regole”.

Riesco già a sentire il clamore dei twittaroli di servizio, sempre pronti a scatenarsi quando qualcuno prende la parola per dire qualcosa che non corrisponde alla propaganda ufficiale: “Che orrore! Perché tanta violenza!”.

Intervista alla scrittrice francese Virginie Despentes, autrice di quest’articolo


Come se non fosse stata violenza quella del 19 luglio 2016 (quando il giovane francese Adama Traoré è morto mentre era in stato di arresto a Beaumont-sur-Oise, vedi le informazioni alla fine dell’articolo, ndr). Come se non fosse stata violenza quella dell’arresto dei fratelli di Assa Traoré, Adama e Bagui. Il 2 giugno scorso ho partecipato per la prima volta in vita mia a una manifestazione politica organizzata da un collettivo non bianco, insieme a più di 80mila persone. La folla non era violenta. Il 2 giugno 2020, per me, Assa Traoré – la sorella di Adama – è diventata Antigone. Ma questa Antigone non si lascia seppellire viva dopo aver osato dire “no”. Antigone non è più sola. Dietro di sé ha un esercito. La folla scandiva il coro “giustizia per Adama”.

I giovani sanno perfettamente quello dicono quando sostengono che la polizia fa molta paura se sei nero o arabo. Dicono la verità. Dicono la verità e chiedono giustizia. Assa Traoré ha preso il microfono e si è rivolta a tutti gli altri: “Il vostro nome è entrato nella storia”. La folla non la acclamava perché è carismatica o perché è fotogenica. La folla la acclamava perché la sua causa è giusta. Giustizia per Adama. Giustizia equa per tutti quelli che non sono bianchi. Anche noi, i bianchi, ripetiamo la stessa parola d’ordine. Sappiamo che non provare vergogna per il fatto di doverla ripetere ancora, nel 2020, sarebbe un’ignominia. La vergogna è il minimo.

Sono bianca. Esco di casa tutti i giorni senza portare con me i documenti. La gente come me torna a casa solo se ha dimenticato la carta di credito. La città mi dice che qui sono a casa mia. Una bianca come me, quando non c’è una pandemia, va in giro e non si accorge neanche della presenza dei poliziotti. So bene che se venissi asfissiata da tre agenti seduti sulla mia schiena soltanto perché ho cercato di evitare un controllo di routine, scoppierebbe un putiferio.

Sono nata bianca esattamente come altri sono nati maschi. Qui non si tratta di dire “ma io non ho mai ucciso nessuno”, o “ma io non sono uno stupratore”. Il privilegio è avere la scelta di riflettere su queste cose o infischiarsene. Non posso dimenticare di essere donna, ma posso dimenticare di essere bianca. Questo è precisamente il significato di essere bianca. Posso pensarci o non pensarci, a seconda dell’umore. In Francia non siamo razzisti, ma non conosco un singolo arabo o un singolo nero che abbia questa scelta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa lettera è stata scritta per la rubrica Lettres d’intérieur di Augustin Trapenard su France Inter ed è stata letta alla radio il 4 giugno 2020.

Da sapere
Chi è Adama Traoré
  • Adama Traoré era un ragazzo francese, di origini maliane, di 24 anni. È morto nella caserma di Persan (nel dipartimento Val d’Oise, a nord di Parigi) il 19 luglio 2016, due ore dopo essere stato inseguito e arrestato dai gendarmi.
  • Dopo anni di perizie e controperizie, l’ultimo rapporto forense, diffuso il 29 maggio 2020, attribuiva la morte di Traoré a un edema cardiogeno aggravato da patologie pregresse.
  • Una nuova perizia medica chiesta dalla famiglia è stata resa pubblica il 2 giugno 2020 e attribuisce la morte ad asfissia. I periti ritengono che il decesso sia stato dovuto alla tecnica di immobilizzazione adottata dai gendarmi.
  • Assa Traoré, la sorella maggiore, è una figura di punta della lotta contro la violenza della polizia.

Leggi anche

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it