Filippo Del Corno a Palazzo reale, Milano, il 4 agosto 2016.

La politica culturale di Milano è un laboratorio per la sinistra

Filippo Del Corno a Palazzo reale, Milano, il 4 agosto 2016.
08 agosto 2016 10:20

Filippo Del Corno è cresciuto in una grande famiglia della borghesia culturale milanese. Ha 45 anni, una parlata asciutta, lo sguardo attento sotto la frangia scompigliata come nelle foto di quasi venti anni fa che girano in rete. È assessore alla cultura di Milano dal 2013, e cioè dall’inizio della sbandierata rinascita culturale della città. È una parola che non gli piace.

“Sono cauto a usare questo termine”, mi interrompe, “nasconde la collettività del merito per ciò che è accaduto. Dire che è un successo della politica è fuorviante e non spiega niente. A Milano si dice chi si loda s’imbroda”.

Filippo Del Corno, appena confermato da Beppe Sala, era stato nominato in origine da Giuliano Pisapia nel 2013 in sostituzione di Stefano Boeri. Già da prima delle elezioni i rapporti tra il sindaco e l’archistar erano stati complicati: Boeri aveva perso di misura alle primarie (era appoggiato dal Partito democratico, mentre Pisapia era espresso da Sinistra ecologia libertà), ed era arrivato in giunta col numero di preferenze più alto della città. Al di là del casus belli dell’ultimo scontro (i fondi per due mostre, un problema di permessi), l’estromissione di Boeri nasceva da un dissidio prettamente politico: interessi da rappresentare, equilibri di potere.

In questi tempi di sfiducia nel meccanismo democratico, in cui si tende a vedere il contemperamento di interessi come inciucio e la mediazione come inefficiente, ci si è inventati una contrapposizione tra politici e tecnici, persone le cui decisioni sono garantite non dalla volontà popolare ma da competenze che le mettono al di sopra del giudizio dell’elettorato.

Fare la cultura

Quando diciamo tecnici intendiamo manager, e cioè, a Milano, intendiamo bocconiani (come l’attuale sindaco Beppe Sala, come il suo sfidante Stefano Parisi). Alla Bocconi ci sono ottimi economisti della creatività, manager culturali di alto profilo che sarebbero stati perfetti per ricucire, da tecnici, lo strappo politico dell’uscita di Boeri. Pisapia invece ha scelto Del Corno: che da un certo punto di vista è un tecnico (e cioè è uno specialista: compositore, direttore delle scuole civiche di Milano, fondatore di un’associazione per la promozione della musica contemporanea), ma in essenza è uno che la cultura non la “gestisce”, la fa.

Questa impostazione è visibile innanzitutto nel suo linguaggio. Del Corno parla in maniera colta e misurata; si costringe a certi cliché della retorica politica (“fare rete”, “tessuto culturale”) ma si vede che lo fa a malincuore; non dice hub, stakeholder, networking, e nessuno degli anglicismi urticanti del project management (“la prego, non mi faccia dire storytelling”). Non sembra interessato a vendere niente. Quando insisto perché parli, appunto, della rinascita di cui si parla a Milano dopo Expo, la sua prima reazione non è vantarsi ma ridimensionare, complicare il quadro.

“Il fermento creativo nella città c’è sempre stato – i registi, i designer, gli artisti. Solo che in certi momenti storici – per esempio nell’immediato dopoguerra – Milano ha saputo creare le condizioni perché si esprimessero al meglio. Dalla fine degli anni ottanta queste condizioni si erano un po’ appannate”.

L’immagine migliore di questo appannamento l’ha data lo storico dell’arte Giovanni Agosti in una serie di reportage usciti su Alias e raccolti nel durissimo pamphlet Le rovine di Milano, uscito per Feltrinelli nel 2011. È un’immagine desolante. Agosti mostra come nei decenni il soggetto pubblico abbia progressivamente abdicato a un ruolo di guida nelle politiche culturali, per tirchieria e pigrizia e colpevole cecità: e dall’ospitare mostre di altissimo livello accademico e di respiro internazionale le istituzioni cittadine siano passate a essere tappe passive del circuito delle mostre-blockbuster organizzate dai grandi promotori privati, costruite intorno superstar dell’arte usate come richiamo senza alcuna finalità scientifica o divulgativa.

Il rapporto con i privati è inevitabile. I privati lo sanno e provano a fare il gioco forte

Del Corno si rabbuia quando nomino Agosti, pur aggiungendo subito che “molte delle sue critiche erano fondate”. Dall’uscita del suo libro la situazione è perfino peggiorata: il decreto legge 78 del 2010 ha ulteriormente ridotto le possibilità dei comuni, arrivando all’estremo di definire l’organizzazione di mostre come attività promozionale dell’ente, quasi senza perimetro di spesa. “Perfino più di quando scriveva Agosti, oggi il rapporto con i privati è inevitabile. I privati lo sanno e provano a fare il gioco forte. Ma il punto è che questo si può indirizzare in maniera virtuosa e non supinamente”.

Cita un regolamento del 2011 affinché ogni sponsorizzazione nelle attività culturali sia soggetta a bando pubblico aperto; cita una grande mostra su Bernardino Luini curata da Agosti stesso con Jacopo Stoppa e Piero Lissoni. “Era una coproduzione, ma il pubblico ha detto la sua nel comitato scientifico, la curatela è stata indipendente dalle dinamiche economiche. Le riunioni di pianificazione avvengono due o tre anni prima: non esiste comprare pacchetti già confezionati che circuitano per l’Europa, che era ciò che si faceva prima”.

La pianificazione non sempre basta. Una mostra tuttora in corso a Palazzo Reale su Studio Azzurro, che unisce una nuova produzione spettacolare a un allestimento “documentale” di pannelli informativi e piccoli monitor, è stata da molti giudicata un po’ povera per essere la prima retrospettiva che la città dedica al collettivo artistico. Del Corno ne difende l’enfasi storico-critica, pur ammettendo che “forse l’allestimento non è riuscito fino in fondo”.

Filippo Del Corno a Palazzo reale, Milano, il 4 agosto 2016.

L’equilibrio tra pubblico e privato

In apparenza senza malizia, Del Corno sottolinea un caso di segno opposto: proprio la mostra su Luini non ha avuto un grande successo di biglietti, e il partner privato è andato in perdita. “Ma va così: sono un’azienda, e si sono presi un rischio. Era una mostra importantissima e la collaborazione si basa sull’idea che l’interesse pubblico viene prima. Poi sono convinto che si possa trovare un punto di equilibrio che salvaguardi il privato – ma è questo da trovare”.

Come esempio di questo equilibrio Del Corno porta anche Bookcity, una settimana di dibattiti, incontri con scrittori e presentazioni che il comune di Milano organizza in collaborazione con vari editori e fondazioni dal 2012.

Quando l’ho incontrato non si era ancora consumata la frattura nell’Associazione italiana editori, che ha portato all’uscita di molti editori indipendenti in seguito alla decisione dei grandi gruppi di boicottare il Salone del Libro di Torino per organizzare una fiera concorrente a Milano. “L’incoraggiamento della lettura e le legittime finalità commerciali di una fiera di settore non sono facili da armonizzare”, aveva detto Del Corno, parlando dei problemi finanziari del Salone di Torino che non coinvolgono Bookcity in quanto evento non profit. A posteriori sarà interessante vedere quanto di questa natura resisterà: all’annuncio dell’Aie ha risposto sul Corriere che il comune sarà felice di partire proprio da Bookcity per definirla.

Ascoltandolo ragionare di rapporti tra pubblico e privato è evidente che Del Corno è un uomo di sinistra, una sinistra preblairiana, che convive con lo spirito liberista del Pd di oggi più per migliorismo che per adesione valoriale. “L’alleanza con il Nuovo centro destra è innaturale”, ha dichiarato qualche mese fa a Radio Popolare. “Io resto iscritto al Pd ma ho l’ambizione di far sì che Milano sia il grande laboratorio politico per il futuro del paese e del Partito democratico”.

Le scuole civiche di Milano formano una rete di accademie pubbliche il cui scopo è di essere perle cittadine non eccellenze internazionali

E quindi quando parla di grandi eventi Del Corno mette le mani avanti contro una critica che sembra venire da una parte di sé (“non è sempre una categoria da demonizzare”). Nei suoi discorsi non affiora mai la spigliata intolleranza a lacci e lacciuoli che accomuna l’anarchico, il capitano dell’industria e Matteo Renzi (e che, per esempio, aveva fatto sì che Boeri guardasse con favore all’esperienza di Macao, un centro d’arte e cultura occupato nel 2012).

Del Corno, con un po’ di incoraggiamento, riconosce il ruolo cruciale di luoghi occupati come Macao o Isola Art Center nel sistema di produzione culturale della città; ma specifica subito che “dal punto di vista dell’amministrazione, sono dei non luoghi”. Il massimo che può fare è accompagnarli nella transizione verso la legalità, o fornire surrogati legali: porta come esempio il recupero della Casa degli Artisti di corso Garibaldi, sgomberata anni fa e che tra poco riaprirà con un bando pubblico.

Il paragone con Boeri, che Del Corno, da politico, è ben attento a non tracciare, è rivelatore di una differenza più ampia negli scopi e nei metodi della politica culturale.

Manodopera cognitiva

L’architetto arrivava all’assessorato dopo aver firmato il bosco verticale – un complesso di grattacieli che ha rivoluzionato la skyline della città, e ha vinto numerosi premi internazionali, e ospita rapper, calciatori e affaristi. Del Corno è arrivato dalla direzione delle scuole civiche di Milano, una rete di accademie pubbliche il cui scopo non è di essere eccellenze internazionali ma perle cittadine. La Grassi, la civica di cinema e la civica di musica Claudio Abbado sono istituzioni cruciali per il teatro, il cinema e la musica a Milano: non competono con la Juilliard e l’Actors’ Studio ma offrono una formazione culturale di altissimo livello costando meno di un’università statale.

I modelli operativi di Boeri sembravano essere l’arte contemporanea e l’architettura: lo sguardo rivolto a una comunità internazionale, un contatto stretto con i grandi capitali della committenza e del collezionismo, l’idea che ciò che è bene per loro – una collezione ricca, un grattacielo fastoso – si rifletterà nel bene pubblico di chi potrà fruire di queste cose pur non possedendole. Boeri citava il Moma e la Tate, Brooklyn e Berlino; uno dei fiori all’occhiello di cui parlava nelle interviste era il coinvolgimento di Hans-Ulrich Obrist, curatore alla Serpentine gallery di Londra e regolarmente ai vertici della classifica delle persone più potenti nell’arte contemporanea mondiale.

In quel modello la cultura è importante perché attira turismo e “creativi”, cioè manodopera cognitiva altamente qualificata e produttiva. Per vicende personali e professionali, è il modello a cui mi sarei sentito più vicino: ho vissuto a lungo a Berlino, mi occupo spesso di arte contemporanea, anche per una rivista diretta in passato da Boeri stesso.

L’idea di politica culturale di Del Corno sembra lontana dalla città-vetrina che alcuni celebrano e altri condannano

I modelli operativi di Del Corno invece sono la musica e il teatro, che hanno un rapporto più democratico con l’uditorio; che sono esperienze intrinsecamente collettive laddove l’oggetto d’arte è proprietà di singoli; che hanno meno commercio con il cool. Questa visione dell’arte contemporanea appare un po’ riduttiva, ma in effetti è la grande assente nel suo bilancio di mandato: gli unici riferimenti sono al futuro parco di arte pubblica e a due grandi sculture all’aperto, peraltro non molto amate dalla critica – ma che, sottolinea Del Corno, “sono visibili gratuitamente”. Il progetto di cui parla più spesso è il Teatro per l’infanzia e l’adolescenza che sorgerà nei prossimi anni nel quartiere Maciachini.

È in periferia, come tutti gli altri che citerà nella nostra ora e mezza di conversazione (Mare Culturale Urbano in una cascina recuperata vicino a San Siro; la programmazione teatrale a Villa Scheibler a Quarto Oggiaro; la nuova biblioteca del Giambellino). “Ma questo non è per rispondere a un cosiddetto problema periferie – che c’è, a Milano, anche se non al livello di città come Torino o Roma. È perché la nostra politica culturale deve rivolgersi ai milanesi, per rigenerare il tessuto della città con un meccanismo di orgoglio”.

Questa idea di politica culturale sembra lontana dalla città-vetrina che alcuni celebrano e altri condannano nella Milano di oggi, il centro iperinternazionale del design e della moda e delle fondazioni d’arte private (Prada, Trussardi, Hangar Bicocca). Del Corno ne riconosce la rilevanza, ma proprio per questo, anziché inseguirle sulla loro strada, difende l’importanza di concentrare la sua azione altrove.

Quelle sono eccellenze internazionali che attirano a Milano turisti da tutto il mondo. “Noi, invece, stiamo creando un’eccellenza cittadina che attirerà tutti i milanesi in un luogo che molti considerano di frontiera. È realizzata con uno scomputo oneri, anche perché purtroppo non è più l’epoca in cui il pubblico può agire dall’alto senza portarsi appresso i privati”.

Esita una frazione di secondo. “Cioè, purtroppo o per fortuna”, si corregge.

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