06 gennaio 2011 00:00

A mezzanotte del 31 dicembre da ogni balcone del mio palazzo è scrosciata una cascata. I cubani hanno la tradizione di lanciare un secchio d’acqua alla fine di ogni anno per pulire tutto il brutto e aspettare spiritualmente “puliti” il mese che sta per cominciare.

Pochi confessano l’elenco completo di speranze per il prossimo anno, ma è facile immaginare che un punto importante della lista sia il bisogno di cambiamenti politici. “Che tutto questo finisca una buona volta”, dicono alcuni, “che le riforme di Raúl possano migliorare le nostre vite”, sperano altri, o “che il 2011 sia l’anno che abbiamo tanto aspettato”, auspicano quelli che hanno perso la pazienza e la fede. La parola “rivoluzione” è assente da queste profezie popolari, perché gran parte dei cubani ha smesso di considerarla un’entità dinamica, in trasformazione. Molti credono addirittura che sia morta da tempo.

Assistiamo al suo funerale, con un dubbio: cos’è andato storto? Quand’è che la rivoluzione si è trasformata in un cadavere? Sappiamo già che in parte hanno avuto un ruolo determinante malattie croniche come il personalismo, la burocrazia, la subordinazione a una potenza straniera e la copia di un modello che sembrava bello solo sui libri di testo. Ma dobbiamo ancora capire se sono state le nostre mani o le nostre menti ad aver asfissiato la creatura che abbiamo tentato di creare o se nella genetica del processo c’erano dall’inizio i cromosomi del fallimento.

*Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 879, 7 gennaio 2011*