01 settembre 2011 00:00

Le autorità cubane credevano di essersi sbarazzate del movimento di donne che per sette anni ha chiesto la scarcerazione dei prigionieri della primavera nera del 2003. I saggi della Seguridad del estado hanno pensato che, mandando in esilio quasi tutti i dissidenti liberati nell’ultimo anno, avrebbero fatto sparire le Damas de blanco. Le hanno costrette a emigrare sperando che non si sarebbero più viste nelle strade dell’Avana. Ma il risultato non è stato quello che la nostra Stasi tropicale si aspettava.

Nell’ultima settimana quasi cinquanta donne hanno protestato all’Avana, e altrettante hanno provato a farlo nella provincia di Santiago de Cuba. La risposta è stata la stessa: violenza e repressione. Il governo di Raúl Castro ha mostrato il suo volto peggiore e ha inviato un messaggio chiaro: l’opposizione non riuscirà a impossessarsi delle strade.

Ora il ruolo più scomodo è quello della chiesa cattolica cubana, e in particolare del cardinale Jaime Ortega y Alamino. Un anno fa il cardinale ha fatto da mediatore nel processo di liberazione dei prigionieri politici. Anche se il suo ruolo nella vicenda è stato criticato, è riuscito a farli liberare. Per questo le Damas de blanco, che si sentono sempre più minacciate, invocano il suo intervento. Se la repressione dei dissidenti andrà avanti, la mediazione di Ortega y Alamino rischia di andare in fumo. Una fila di donne vestite di bianco gli ha chiesto aiuto. Resta da capire se il cardinale sarà in grado di aiutarle.

*Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 913, 2 settembre 2011*