Sostenitori del partito dell’Unione democratica croata (Hdz) a Zagreb, in Croazia, il 5 novembre 2015. (Antonio Bronic, Reuters/Contrasto)

La Croazia vuole uscire dalla periferia dell’Europa

Sostenitori del partito dell’Unione democratica croata (Hdz) a Zagreb, in Croazia, il 5 novembre 2015. (Antonio Bronic, Reuters/Contrasto)
10 novembre 2015 12:49

Chi assumerà la guida del paese dopo le elezioni dell’8 novembre si troverà in una situazione molto difficile. Dovrà affrontare il compito quasi impossibile di fare uscire il paese dalla spirale di disgregazione che negli anni più recenti ha dato qualche segno di inversione, ma che continua a pesare sui croati.

Il nuovo governo avrà di fronte a sé un paese quasi impossibile da riformare. Per fare un esempio basta pensare al caso dell’istruzione pubblica, il cui sistema funziona ancora in base a princìpi sorpassati. Mentre negli Stati Uniti i loro coetanei acquisiscono conoscenze che li rendono in grado di affrontare la realtà pratica del mondo di oggi, i giovani croati non fanno altro che imparare a memoria concetti che risalgono a decenni di anni fa. Nonostante gli evidenti progressi compiuti rispetto a venticinque anni fa, la Croazia continua a essere un paese relativamente arretrato, inerte, conflittuale e caotico. Per molti versi non è in grado di fare fronte alle sfide che uno stato del ventunesimo secolo deve affrontare.

I prossimi quattro anni potrebbero essere da questo punto di vista fondamentali, soprattutto per quanto riguarda problemi come la crisi economica che si trascina ormai da otto anni, oppure la crisi dei profughi, che fino a qualche anno fa solo gli esperti di geopolitica o di relazioni internazionali avrebbero potuto prevedere nelle sue effettive dimensioni.

Perciò chi prenderà le redini del paese si assumerà una responsabilità che può essere confrontata solo con quella che nel 1990 ricadde sul primo presidente croato, Franjo Tudjman. A modo suo Tudjman ha avuto successo, visto che il paese è rimasto indipendente. Ma dopo di lui si è creato un periodo di vuoto durante il quale i tentativi di indirizzare il paese verso la strada della modernità e della stabilità non hanno avuto successo.

Il nuovo governo non potrà più giustificarsi con i bastoni che gli mette tra le ruote il tribunale dell’Aja o con l’effetto domino della crisi

Gli ultimi venticinque anni sono stati segnati da grandi problemi, dai bracci di ferro interminabili con il tribunale dell’Aja fino alla crisi finanziaria mondiale. I leader politici quindi hanno molte giustificazioni per non essere riusciti a fare quello che si sarebbe dovuto fare. La Croazia è riuscita a instaurare relazioni con il mondo civilizzato e sviluppato, ma sono così fragili e deboli che non è possibile farvi affidamento con sicurezza. Per questo il nuovo governo si troverà di fronte a compiti di grande importanza. Se si perderà tempo, difficilmente sarà possibile avere una nuova opportunità. E anche se la si avrà, sarà di gran lunga più difficile da sfruttare rispetto a oggi.

Il nuovo governo non potrà più giustificarsi con i bastoni che gli mette tra le ruote il tribunale dell’Aja o con l’effetto domino della crisi finanziaria cominciata nei lontani Stati Uniti. Se non riuscirà a fare fronte ai compiti che deve affrontare, le conseguenze per la Croazia e per i suoi cittadini potrebbero essere addirittura catastrofiche. Chi perderà la sfida di oggi sarà ricordato nella storia come sarebbe stato ricordato un governo che nel 1991 avesse perso la guerra, cioè come uno sconfitto che ha portato il paese nella posizione di una provincia ininfluente dell’Unione europea.

Salire al potere in Croazia nel novembre del 2015 non è affatto un privilegio per chi intende affrontare la situazione sul serio, e non vuole solo limitarsi ad andare di tanto in tanto a Bruxelles per farsi immortalare sorridente di fronte alle telecamere con il potente di turno.

(Traduzione di Andrea Ferrario)

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