16 marzo 2020 16:20

Nessuno dei cinque gruppi armati iracheni ha rivendicato l’ultimo attacco alla base militare di Taji, a nord di Baghdad, avvenuto nella notte del 12 marzo. Dieci i razzi sparati secondo un portavoce militare, che hanno causato la morte di un ufficiale iracheno, due statunitensi e un britannico, e il ferimento di altri 12 membri della coalizione contro il gruppo Stato islamico guidata dagli Stati Uniti.

È stato l’attacco più pesante dall’ultimo del dicembre del 2019, che aveva fatto schizzare ai massimi la tensione tra Stati Uniti e Iran spingendoli sull’orlo di una guerra. Il Centro comunicazioni sulla sicurezza (organismo governativo costituito da rappresentanti dei corpi armati del paese) ha pubblicato la foto di un camion con sopra tre razzi Katyusha, senza dichiarare chi lo avrebbe usato.

In cerca degli autori
Il primo ministro dimissionario Adel Abdul Mahdi ha tenuto un incontro di emergenza con i capi delle forze di sicurezza del paese chiedendo un’inchiesta urgente per trovare gli autori dell’attacco, promettendo che saranno puniti. Ma non è facile scovare i colpevoli in Iraq, dove esistono ben 53 milizie, la gran parte delle quali filoiraniane.

I principali leader dei gruppi armati iracheni sono rimasti in silenzio, evitando apparizioni sui mezzi d’informazione. Solo Hezbollah ha espresso apprezzamento: “È stato al posto giusto, nel momento giusto”. L’attacco precede infatti l’arrivo di missili Patriot dagli Stati Uniti, in viaggio verso l’Iraq per proteggere l’ambasciata e le basi statunitensi dai missili balistici di fabbricazione iraniana.

Gli Stati Uniti accusano il gruppo Kataieb Hezbollah, una milizia irachena filo-Teheran. Secondo un esperto di sicurezza iracheno l’Iran avrebbe diviso in due gruppi le milizie irachene sue alleate. Da una parte quelle impegnate sul piano politico all’interno del parlamento, dall’altra quelle che dovranno essere impiegate militarmente nel suo interesse, tra le quali anche Hezbollah.

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Il presidente Trump ha affidato al suo ministro della difesa la decisione sulla rappresaglia, che come molti presagivano ha avuto luogo in Iraq. Nella serata del 13 marzo la popolazione della città santa di Kerbala è stata sconvolta dai bombardamenti aerei statunitensi su quattro basi appartenenti alle milizie. Un’altra base è stata colpita sul confine siriano. Il leader di uno dei gruppi armati ha dichiarato che 18 persone sono morte negli attacchi. Gli Stati Uniti e l’Iran hanno scelto l’Iraq, attualmente controllato da un governo debole, come campo di battaglia.

(Traduzione di Francesco De Lellis)