La vicenda ha sconvolto tutta la Germania. L’aggressione del 17 ottobre contro la candidata alla carica di sindaco di Colonia Henriette Reker, accoltellata da un uomo dal passato neonazista, ha suscitato un’enorme ondata di sdegno.

Ferita gravemente al collo, Reker, sostenuta dai Verdi e dai conservatori dell’Unione cristianodemocratica (Cdu, il partito conservatore) è stata eletta il giorno successivo. Incaricata dell’accoglienza dei profughi a Colonia, Henriette Reker è stata presa di mira proprio per questo motivo: “Reker e Merkel ci sommergono di profughi”, ha dichiarato l’uomo che l’ha aggredita.

Il 19 ottobre l’emozione era ancora molto forte, tanto più che quel giorno una nuova manifestazione del movimento xenofobo di Pegida ha richiamato quasi 15mila persone a Dresda. A un anno dalla sua creazione, questo movimento di “patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente” si radica nel paesaggio tedesco organizzando raduni settimanali. A questo si aggiungono le critiche sempre più feroci contro la politica di accoglienza sostenuta dalla cancelliera Angela Merkel.

In tutta Europa, i movimenti populisti e nazionalisti basano le loro campagne elettorali sulle difficoltà legate alla presenza e all’accoglienza dei profughi. Dai leader di governo come l’ungherese Viktor Orbán a leader di partito come Marine Le Pen o Christian Estrosi in Francia, si assiste una riconfigurazione complessiva dei discorsi politici e ad accostamenti inediti tra la destra e l’estrema destra.

Questa riconfigurazione sta avvenendo rapidamente, anche perché molti paesi sono in campagna elettorale. La Svizzera ha appena votato, così come l’Austria. In Polonia si voterà il 25 ottobre, poi toccherà alla Slovacchia, alla Spagna e alla Francia per le elezioni regionali. E laa denuncia dell’“invasione” di migranti e dei “falsi profughi” è tra gli argomenti centrali delle campagne elettorali nei diversi paesi europei.

In Svizzera i nazionalisti ottengono un successo senza precedenti

Da vent’anni la Svizzera vede al centro delle campagne elettorali i temi legati all’immigrazione e ai profughi. Contemporaneamente ha assistito alla crescita pressoché ininterrotta del partito nazionalista-populista dell’Unione democratica di centro (Udc) che il 18 ottobre si è aggiudicata 65 seggi sui 200 disponibili al consiglio nazionale (la camera bassa). I risultati del consiglio degli stati (46 deputati eletti nei 26 cantoni) saranno resi noti la prossima settimana.

“È difficile stabilire quanto è da attribuire alla crisi dei profughi in atto e quanto invece si inserisce nella continuità di un discorso politico imposto dall’Udc agli altri partiti politici”, commenta il politologo Oscar Mazzoleni, che ha analizzato la destra antimmigrazione nel libro Nationalisme et populisme en Suisse. “Si può però affermare che l’Udc ha tratto vantaggio dal clima di inquietudine generato dall’ondata migratoria verso l’Europa”, aggiunge. Mentre la questione delle relazioni con l’Unione europea, per certi versi cruciale per il paese, “è rimasta in secondo piano, a causa della sua estrema complessità”, sottolinea.

Nel corso della campagna elettorale, gli elettori sono stati inondati di discorsi, dibattiti, cifre e manifesti sul tema delle migrazioni che, stando a un recente sondaggio dell’istituto gfs.bern, è considerato dal 46 per cento degli intervistati il “problema più urgente” da affrontare.

A settembre tutte le famiglie in Svizzera hanno ricevuto per posta Edition spéciale, una rivista di ventidue pagine. Più di un terzo degli articoli riguardava il pericolo che il paese corre a causa degli stranieri, mentre riescono a tacere quasi del tutto sulle vicende dei profughi siriani in Europa. E questo per evidenti ragioni.

Porte spalancate alla destra

La Svizzera non è la destinazione preferita dei profughi che scappano dalle guerre in Siria, Iraq e Afghanistan. Il “caos” evocato dall’Udc è del tutto relativo, dal momento che nei primi otto mesi del 2015, 19.668 persone hanno fatto richiesta d’asilo (tra cui 1.425 siriani), mentre gli stati membri dell’Ue e dell’Associazione europea di libero scambio hanno registrato circa 550mila richieste tra gennaio e luglio del 2015 (erano state 304mila nello stesso periodo dell’anno scorso). Un aumento del 20 per cento in Svizzera, mentre nel resto dell’Europa l’aumento è stato del 71 per cento.

Quest’estate il parlamento svizzero ha preso in esame una revisione della legge sul diritto di asilo che prevede un’accelerazione e una semplificazione delle procedure e che è stata infine adottata il 9 settembre, dopo dieci ore di dibattiti infuocati al consiglio nazionale.

L’Udc ce l’aveva messa tutta per opporsi, puntando i piedi di fronte a qualsiasi osservazione di carattere umanitario. Mentre la foto del piccolo Aylan Kurdi morto su una spiaggia di Bodrum faceva il giro del mondo, il partito reclamava, solo contro tutti, “una moratoria di un anno” per le domande d’asilo e la reintroduzione di un controllo sistematico alle frontiere con la possibilità di mobilitare l’esercito.

Il 18 settembre Berna ha annunciato la sua “partecipazione” al primo programma di ripartizione di 40mila profughi provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan, adottato a luglio dall’Unione europea. Il governo svizzero si è dichiarato pronto a ricevere 1.500 persone in due anni (una cifra da sottrarre dalla quota di tremila persone promessa a marzo all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), annunciando uno stanziamento di 70 milioni di franchi per i paesi vicini.

Un manifesto contro l’immigrazione del Partito per la democrazia diretta, una piccola formazione di estrema destra non rappresentato in parlamento, a Wil, in Svizzera, il 9 ottobre 2015. (Arnd Wiegmann, Reuters/Contrasto)

L’Udc aveva colto la palla al balzo per accusare il Consiglio federale di seguire “la via sbagliata dell’Ue”. Il partito liberal-radicale (Plr) che da anni pesca tra gli elettori dei nazionalisti-populisti, evoca il rischio di un’infiltrazione di “terroristi” tra i profughi. Solo i socialisti e i Verdi chiedono a Berna di fare di più, ritenendo queste iniziative decisamente troppo timide di fronte a una crisi migratoria di una simile portata.

A questo punto le porte appaiono spalancate per il primo partito della Svizzera. Il 6 ottobre l’Udc ha lanciato un referendum contro la revisione della legge sul diritto d’asilo. Si vuole impedire che i richiedenti asilo possano beneficiare dell’assistenza legale gratuita, come previsto dalla legge. I giovani dell’Udc propongono a loro volta una nuova iniziativa popolare per ripristinare un controllo completo delle uscite e degli ingressi sul territorio svizzero.

Annunciata già un anno fa, l’iniziativa “per il divieto di velarsi il viso” indirizzata soprattutto contro i le donne musulmane è stata tirata fuori dal cassetto lo scorso 29 settembre. È guidata dal “comitato di Egerkinger”, il raggruppamento che aveva preparato l’iniziativa sul divieto di costruire minareti approvata nel 2009. (Agathe Duparc)

In Polonia la destra si scatena

Domenica 25 ottobre si svolgeranno le elezioni politiche in Polonia, e la questione dei profughi si è imposta senza fatica nella campagna elettorale. Il dibattito è irreale se si pensa che stiamo parlando di un paese di 40 milioni di abitanti a cui Bruxelles chiede di accogliere poco più di settemila profughi.

È stato soprattutto il partito Diritto e giustizia (Pis, destra conservatrice) a impossessarsi del tema, per sventolare la bandiera nazionalista e screditare un governo definito lassista (guidato da Piattaforma civica, Po, destra liberale). L’obiettivo è chiaro: vincere le elezioni e porre fine all’attuale coabitazione (da giugno la Polonia è governata da un presidente espresso dal Pis, mentre il governo è espresso dal Po).

Così il presidente Andrzej Duda si rifiuta da settembre di incontrare la prima ministra Ewa Kopacz, e al tempo stesso sui mezzi d’informazione critica quello che la leader dell’esecutivo accetta da Bruxelles, nonostante lo stesso Po abbia fatto dei passi indietro sulla questione dei migranti.

La candidata del Pis alla carica di primo ministro, Beata Szydło, dopo l’ultimo vertice europeo sulle quote parla senza giri di parole di “scandalo”. Accusa il governo di aver tradito il gruppo di Visegrad (alleanza tra Varsavia, Budapest, Praga e Bratislava). “Era l’occasione giusta per ricostruire la fiducia e rafforzare la solidarietà tra i paesi della regione”, ha dichiarato. “Adesso sarà tutto più difficile”.

Il deputato del Pis Witold Waszczykowski, vicepresidente della commissione parlamentare per gli affari esteri, si spinge fino ad affermare che la Polonia “dovrebbe essere esclusa dal sistema della ripartizione dei profughi” per il rischio di un prossimo afflusso di profughi ucraini. “Abbiamo come vicino un aggressore, e gli altri paesi dovrebbero capirlo”.

Una protesta contro i profughi a Varsavia, in Polonia, il 12 settembre 2015. (Agata Grzybowska, Agencja Gazeta/Reuters/Contrasto)

È tuttavia il presidente del partito Jarosław Kaczyński a pronunciare le parole più violente sul sito internet del Pis quando ribadisce le dichiarazioni fatte il 16 settembre, in occasione del dibattito parlamentare sulla questione dei profughi.

“C’è il serio pericolo che si metta in atto un processo irreversibile che assumerà questa forma: prima il numero di stranieri crescerà a dismisura, poi dichiareranno di non voler rispettare le nostre leggi e le nostre tradizioni, poi imporranno la loro sensibilità e le loro esigenze in ambiti diversi, e lo faranno in modo aggressivo e violento”, dichiara Kaczyński.

E fa l’esempio della Francia, della Svezia e dell’Italia, dove i musulmani, a suo dire, “hanno saputo imporre con efficacia la sharia”. Il Pis non avanza alcuna proposta concreta e non dice se ha intenzione di rinegoziare le quote a Bruxelles in caso di vittoria elettorale. Cosa che appare sempre più probabile, con il Po in evidente affanno dopo otto anni al potere.

Nuovi temi elettorali

Il Pis è sempre stato reazionario e nazionalista, ma è la prima volta che assume una posizione così netta sulla questione degli immigrati in una campagna elettorale anche perché in questo enorme paese dell’Europa centrale il problema era quasi inesistente. I conservatori in Polonia facevano leva soprattutto sui rapporti con la chiesa e sulla questione delle tradizioni.

Nel campo della Sinistra unitaria (un fronte creato in vista delle elezioni) regna la cacofonia più assoluta. Le posizioni del partito socialdemocratico Sld sono poco coerenti con le idee difese dai suoi alleati. La crisi dei migranti ha permesso al leader dell’Sld Leszek Miller di svelare il suo euroscetticismo.

Riguardo ai profughi ritiene necessario studiare le reali possibilità di accoglienza ma l’Sld si è guardato bene dal proporre una quota, limitandosi a ribadire che il paese non è assolutamente in grado di accogliere i circa settemila profughi in questione. Ufficialmente l’Sld (nato nel 1991 da una riconversione dell’ex partito comunista) vuole affrontare le cause della crisi migratoria, e per questo appoggia la Russia nella sua guerra in Siria. “Dobbiamo avere ben chiaro in mente dove si trova attualmente il nostro nemico più grande. Oggi è il gruppo Stato islamico”.

Una linea che il fronte unitario fatica ad appoggiare, con alcuni personaggi di Twój ruch (“Il tuo movimento”) agli antipodi rispetto all’Sld. E così la capolista Barbara Nowacka ha dichiarato presentando il programma: “Siamo solidali con i profughi della guerra in Siria, in Medio Oriente, e agiremo in modo tale che possano vivere dignitosamente in Polonia finché non potranno tornare a casa loro”. I verdi, parte della stessa coalizione elettorale, difendono dal canto loro un sistema di quote “obbligatorie”.

L’estrema destra dai margini alla ribalta

È senza dubbio l’estrema destra euroscettica di Korwin-Mikke la più radicale sulla questione dei migranti. Il Knp (Congresso della nuova destra, del tutto marginale negli ultimi quindici anni ed entrato all’improvviso in parlamento nel 2014) ha pubblicato un programma in tre punti: “Liquidazione dell’imposta sul reddito. Ritiro dei contributi sociali obbligatori. Freno all’ondata di migranti”. Se si pensa che per il momento la Polonia non ha accolto alcun profugo (con l’eccezione di una fondazione cattolica che ha fatto arrivare circa 150 siriani cristiani nel mese di luglio), lo slogan ha un che di paradossale.

I leader del Knp però non lo sono per niente. Presentano i profughi come “immigrati islamici”, organizzano qui e là delle manifestazioni “contro gli immigrati”, rifiutano in blocco tutto ciò che proviene da Bruxelles. Secondo loro persino il Pis è moderato L’eurodeputato Michał Marusik (che siede accanto al Front national nel parlamento europeo) si è impegnato totalmente in questa campagna di raduni.

In uno degli incontri organizzato nel mese di settembre a Gdańsk, ha dichiarato alla folla: “L’islamismo è la goccia d’acqua che farà traboccare la coppa dell’amarezza! Il problema però non è solo quest’ondata di immigrati. Il punto è che la nostra patria non ci appartiene più. La Polonia non è governata come si deve. Vogliamo una Polonia libera!”. L’iconografia è adeguata al discorso. Sui manifesti del partito si vede un gruppo di terroristi in passamontagna e armati fino ai denti. “No ai quartieri islamici nelle nostre città”, recita lo slogan. (Amélie Poinssot)

In Croazia i socialdemocratici raccolgono i frutti dell’accoglienza

Il governo socialdemocratico croato di Zoran Milanovic ha fornito una “prestazione politica ineccepibile” nella gestione dei profughi? Lo si potrebbe credere, considerando i risultati dei sondaggi che precedono le elezioni legislative previste per l’8 novembre.

Qualche settimana fa l’opposizione di destra, guidata dalla Comunità democratica croata (Hdz), sembrava sicura di vincere. Adesso, stando agli ultimi sondaggi d’opinione, è un testa a testa tra la coalizione di centrosinistra e l’Hdz, entrambe attestate al 32 per cento nelle intenzioni di voto.

Sapendo che i socialdemocratici possono ancora contare sul sostegno di diversi partiti più piccoli, come gli ecologisti del movimento Orah, la vittoria appare ormai a portata di mano del primo ministro Milanovic, per quanto possa essere ritenuto “travolto” da quattro anni di difficile esercizio del potere. Tutti gli indicatori economici della Croazia, membro dell’Ue dal luglio del 2013, sono di fatto negativi: alti livelli di disoccupazione, crescita debole da diversi anni.

La ripresa delle posizioni antiserbe

È grazie ai profughi che la coalizione al potere è riuscita a ristabilire la sua credibilità politica. La Croazia è in realtà “presa in ostaggio” tra i profughi che affluiscono dalla Serbia (più di centomila dalla metà di settembre) e i paesi vicini, Slovenia e Ungheria. Sono stati improvvisati dei corridoi umanitari, ma se l’Austria e la Germania chiudessero le frontiere, la situazione diventerebbe ingestibile per i paesi di transito come la Croazia.

Onnipresenti nei mezzi d’informazione, Zoran Milanovic e il suo ministro dell’interno Ranko Ostojic hanno saputo alternare con fermezza e umanitarismo. Il primo ministro ha denunciato la costruzione del recinto di filo spinato ungherese, affermando che la Croazia non arriverà “mai” a tanto. Eppure Zagabria ha chiuso per qualche giorno le frontiere con la Serbia e ha dispiegato dei rinforzi di polizia lungo il confine con il Montenegro.

Finché l’opinione pubblica croata, come quella di tutti i paesi dei Balcani, reagisce con empatia al dramma dei profughi – per molti croati questa tragedia rievoca quella vissuta in prima persona durante la guerra degli inizi degli anni novanta – la solidarietà dimostrata dal governo va bene. Al tempo stesso, le accuse lanciate contro la Serbia, ritenuta “incapace di gestire le sue frontiere”, soddisfano i settori più nazionalisti dell’opinione pubblica.

La ripresa di queste posizioni antiserbe ha sottratto terreno alla destra nazionalista. L’Hdz rincorre la crisi dei profughi senza riuscire a trovare un angolo d’attacco efficace contro il governo.

L’opposizione concentra le critiche sui presunti piani del governo di creare immensi centri di accoglienza sulla penisola di Prevlaka, al confine con il Montenegro, a una ventina di chilometri da Dubrovnik, e sull’isola di Lastovo. Dal momento che l’attività turistica resta fondamentale tutto l’anno a Dubrovnik, i croati hanno già gli incubi a immaginare migliaia di profughi accampati sui bastioni della città vecchia (Jean-Arnault Dérens).

Nella destra spagnola regna la prudenza

In Spagna le legislative si svolgeranno il 20 dicembre. La campagna non è ancora cominciata e si incentrerà soprattutto sulla “ripresa” dell’economia spagnola promessa dal capo di governo conservatore Mariano Rajoy (Partito popolare). I partiti dovranno comunque confrontarsi sulle questioni legate alle migrazioni, anche se il paese non è sulle rotte di chi fugge dalla Siria.

Dopo l’estate, le città conquistate dal movimento degli “indignati”, tra cui Madrid e Barcellona, hanno dato vita a una rete di città-rifugio con l’obiettivo di facilitare l’accoglienza dei profughi. Con l’aiuto delle comunità autonome conquistate dalla sinistra (a maggio), fanno pressione sul governo di Rajoy perché ammorbidisca le sue politiche. Quest’ultimo ha infine accettato suo malgrado il sistema delle quote proposto da Bruxelles.

In assenza di un partito di estrema destra rappresentato al livello nazionale, il Pp continua a presentare le enclave di Ceuta e Melilla, nel nord del Marocco, protette da una tripla recinzione alta sei metri e lunga undici chilometri, come un successo delle sue politiche repressive. Da quattro mesi gli ingressi illegali dei migranti sono pressoché impossibili. Il movimento antiausterità Podemos, dal canto suo fa campagna per la creazione di “vie d’accesso legali” per i profughi che attraversano l’Europa.

Come i repubblicani in Francia, il Pp è attraversato da diverse correnti, dal centrodestra a una linea vicina alle posizioni dell’estrema destra.

Per le elezioni catalane del 27 settembre Rajoy aveva giocato la cara dell’ala di destra, imponendo l’ex sindaco di Badalona, Xavier Garcia Albion, abituato a dichiarazioni disgustose in particolare nei confronti dei rom (a causa delle quali ha anche subìto un processo, in cui è stato assolto), e più in generale dei migranti. In Catalogna però il Pp è arrivato solo quinto, riportando uno dei risultati peggiori di sempre. Questo potrebbe indurre Rajoy a riflettere fino alle prossime elezioni politiche. (Ludovic Lamant)

Una manna per l’estrema destra austriaca

Heinz-Christian Strache sognava di arrivare primo. Domenica 11 ottobre, Vienna, città-regione e capitale dell’Austria in cui vive un quarto degli abitanti del paese, ha eletto il suo sindaco. Strache, l’equivalente austriaco di Marine Le Pen, voleva a tutti i costi superare i socialdemocratici. Sognava, per dirla con le sue parole, di fare la sua “rivoluzione d’ottobre”. Il simbolo sarebbe stato perfetto: la città, bastione della borghesia progressista e liberale, è guidata dai socialdemocratici dal 1945.

Strache, il leader sempre abbronzato di un’estrema destra che si ritiene ormai rispettabile, non ha vinto la sua scommessa. Con un incremento di cinque punti percentuali, il Fpö, il suo partito, ha superato il 30 per cento e tolto terreno alla destra classica, scesa per la prima volta sotto il 10 per cento. L’Fpö cresce mentre tutti gli altri partiti perdono consensi e ha conquistato i quartieri di Simmering e Floridsdorf. Restando però a dieci punti di distanza dai socialdemocratici. L’ex sindaco socialdemocratico Michael Häupl, al potere a Vienna dal 1994, ha avuto gioco facile nel trasformare lo scrutinio in un referendum contro Strache.

Per Strache si tratta comunque di una sconfitta a metà. Il leader dell’estrema destra infatti è riuscito a imporre i suoi temi, a partire dalla paura di quelli che chiama i “sedicenti profughi”, degli stranieri e dell’islam in particolare. Da mesi in Austria si parla solo di questo. La questione dell’asilo ha pesato sulla campagna. Solo a settembre, dopo che la Germania ha imposto un rigido controllo alle frontiere, 200mila migranti hanno attraversato l’Austria, diventata una vasta sala d’attesa. E in diecimila hanno depositato una domanda d’asilo.

Da mesi Strache denuncia il “caos dell’asilo”, i “torrenti di profughi”. Durante la campagna elettorale, ha perfino proposto di erigere muri alle frontiere come nell’Ungheria di Viktor Orbán.

Giocando sull’opposizione tra le classi popolari austriache impoverite e i migranti, abusa di slogan semplicistici come “Vienna non è Istanbul” o “no a nuove moschee, sì a nuovi alloggi”. Come altri in altri paesi, Strache cavalca le paure. Fa riferimento alle invasioni germaniche del quarto secolo (Volkërwanderung) - le famose “invasioni barbariche” evocate anche da Marine Le Pen.

Perdita d’influenza socialdemocratica

Assicura che i richiedenti asilo si prenderanno il lavoro o le case degli onesti austriaci. Afferma con certezza che tra di loro si nascondono dei “terroristi”. Un portavoce del suo partito ha definito i volontari che aiutano i profughi nelle stazioni di Vienna come “collaboratori dell’invasione”.

Questa retorica aggressiva gli ha fatto ottenere un successo dopo l’altro negli ultimi mesi in occasione di elezioni regionali. A maggio, dopo un’impennata dell’estrema destra (passata dal 6 per cento al 15per cento) alle elezioni regionali, i socialdemocratici del Spö hanno dovuto acconsentire a un’alleanza con il Fpö nello stato del Burgenland, all’estremità orientale del paese, al confine con la Slovacchia. Un’alleanza non del tutto inedita, ma che prova lo sfaldamento e la perdita di influenza della socialdemocrazia austriaca.

Nela Stiria il Fpö ha triplicato i suoi risultati, attestandosi al 27 per cento, al pari degli altri due grandi partiti, Spö e Övp – che da allora hanno prolungato la loro coalizione. A fine settembre nella regione di Linz, ha ottenuto più del 30 per cento dei voti – il doppio rispetto al 2009 – collocandosi dietro ai conservatori di destra ma davanti ai socialdemocratici. Alla fine la destra potrebbe governare con i socialdemocratici e i Verdi, ma non è esclusa una coalizione tra destra ed estrema destra.

Mentre Spö e conservatori governano il paese assieme, Strache ha criticato con forza la loro gestione della crisi dei profughi. Soprattutto ha imposto la sua politica. La ministra dell’interno conservatrice ha proposto un asilo “temporaneo” di tre anni, da riesaminare in seguito. Una decisione contraria alla convenzione di Ginevra.

Al livello locale, i candidati di destra e di sinistra hanno assunto una linea dura contro l’immigrazione, pensando così di arginare l’emorragia di elettori. Un errore, secondo il politologo austriaco Thomas Hofer, intervistato dal giornale tedesco Süddeutsche Zeitung: “Imitando quel partito, prendendo a prestito i suoi temi, non hanno attirato i loro elettori, ma hanno contribuito ad alimentarne il consenso”.

Il Fpö, che ha governato il paese in alleanza con i conservatori dal 1999 al 2006, ai tempi del suo defunto leader Jörg Haider punta ormai alle elezioni legislative del 2018 (Mathieu Magnaudeix).

In Slovacchia riprende quota la xenofobia

In Slovacchia i profughi sono praticamente inesistenti. Il paese è ai margini delle grandi vie dell’esilio che passano dalla Serbia, dall’Ungheria e dalla Croazia. I siriani, gli iracheni e gli iraniani che raggiungono l’Europa non sognano di venire qui: puntano alla Germania, alla Svezia o alla Finlandia, dove c’è lavoro e spesso ci sono le loro famiglie.

Tuttavia, in questo piccolo stato di 5,4 milioni di abitanti, indipendente dal 1993, non si parla che di loro. Sono onnipresenti nei mezzi d’informazione, come se il paese avesse appena scoperto i movimenti migratori. Quasi sempre i politici li indicano come una minaccia. Il parlamento ha dedicato la sessione di rientro dopo l’estate alla crisi migratoria “e i discorsi erano uno più desolante dell’altro”, secondo Barbora Massova, avvocata della Lega dei diritti umani. Non è raro che, da destra e da sinistra, gli immigrati siano trattati come “inadattabili” o “scansafatiche”, come era già accaduto ai rom prima di loro.

Una battaglia retorica per coprire gli scandali

Nel contesto dell’attuale dibattito europeo sulle quote dei profughi, la Slovacchia respinge fermamente il sistema delle quote europee nel suo complesso. È uno dei paesi più intrattabili, assieme all’Ungheria e alla Repubblica Ceca, altri ex paesi del blocco comunista entrati nell’Unione europea. Il governo ha addirittura intenzione di denunciare le quote europee quando entreranno in vigore.

Da settimane il primo ministro Robert Fico, ex comunista e leader del partito socialdemocratico che ha la maggioranza assoluta in parlamento, conduce una battaglia retorica contro i profughi. Li descrive come approfittatori, arrivati qui soprattutto per motivi economici, che minaccerebbero l’identità cristiana slovacca, o come potenziali terroristi che vogliono “cercare di cambiare la natura, la cultura e i valori del paese”.

Secondo molti osservatori, questa retorica, oltre a permettere di sorvolare sugli scandali di corruzione, ha un obiettivo politico immediato: all’inizio di marzo la Slovacchia eleggerà i suoi deputati. Fico vuole assolutamente conservare la sua maggioranza.

“Fico e i suoi vogliono mostrare i muscoli”, osserva Jurai Buzalka, ricercatore presso l’istituto di antropologia sociale dell’università Comenius di Bratislava. “Lui e l’altro esponente di spicco del suo partito, Robert Kalinak, non indietreggiano di fronte a nessuna strumentalizzazione. Hanno giocato la carta antiungherese (una minoranza di 500mila persone, un decimo della popolazione), poi quella antirom (che continuano ad essere stigmatizzati), e adesso se la prendono con i profughi. Fico, entrato nel partito comunista alla fine degli anni ottanta per ragioni legate esclusivamente alla carriera, si presenta oggi come un fervente cattolico. Dopo essere stato un bravo allievo dell’Unione europea, se la prende con quest’ultima perché spera di poterne trarre un vantaggio”.

La solitudine del presidente

Fico non è l’unico ad alimentare i sentimenti antimmigrati. Con l’eccezione del leader del piccolo partito della minoranza ungherese, il Most di Bela Bugar, tutti gli altri partiti hanno fatto lo stesso, dall’opposizione conservatrice ai nazionalisti, passando naturalmente per l’estrema destra filonazista che guida una delle otto regioni del paese. Questi messaggi semplicistici attecchiscono nelle zone rurali della Slovacchia, abbandonate da decenni dal potere centrale.

“Fino alle elezioni, e per la prima volta nella storia del paese, i profughi saranno al centro delle polemiche nonostante il numero presente nel paese sia infinitesimale”, sospira Messova. Solo contro tutti, il presidente della repubblica, l’imprenditore e filantropo Andrej Kiska, eletto nel 2014 a suffragio universale, pronuncia un discorso che segna un’apertura. Ma i suoi poteri sono limitati. (Mathieu Magnaudeix).

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo reportage è stato pubblicato su Mediapart all’interno del progetto#OpenEurope, un osservatorio sulle migrazioni a cui Internazionale aderisce insieme ad altri nove giornali. Gli altri partner del progetto sono Mediapart (Francia), Infolibre (Spagna), Correct!v (Germania), Le Courrier des Balkans (Balcani), Hulala (Ungheria), Efimerida ton syntakton (Grecia), VoxEurop, Inkyfada (Tunisia), CaféBabel, BabelMed, Osservatorio Balcani e Caucaso, Migreurop, Resf, Centro Primo Levi, La cimade, Médicins du monde.

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