La Global marijuana march organizzata per chiedere la legalizzazione della marijuana a Roma, il 10 maggio 2014. (Giuseppe Ciccia, Pacific Press/LightRocket/Getty Images)

La legge sulla cannabis in Italia nuoce gravemente alla salute

La Global marijuana march organizzata per chiedere la legalizzazione della marijuana a Roma, il 10 maggio 2014. (Giuseppe Ciccia, Pacific Press/LightRocket/Getty Images)
11 dicembre 2015 12:11

Secondo la legge italiana conosco un sacco di criminali. Sono uomini e donne, lavorano, non evadono le tasse, non rubano, non picchiano nessuno. Fumano, regolarmente o occasionalmente, erba o hashish, suo derivato. In Italia sono proibiti l’uso, la vendita, la coltivazione. È in discussione alla camera il disegno di legge numero 3328 per la depenalizzazione della coltivazione e del commercio della cannabis. Attualmente è in vigore il decreto legge numero 36 del 20 marzo 2014 che riprende, con alcuni emendamenti, la legge Iervolino-Vassalli del 1990, che a sua volta prevede pene e sanzioni più leggere per i fumatori rispetto alla numero 49/2006, ovvero la Fini-Giovanardi, dichiarata incostituzionale nel febbraio del 2014, non per i suoi contenuti ma per le modalità con cui era stata approvata.

La legge annullava la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere accorpando le tabelle del ministero della salute; abbassava la soglia per la “dose media giornaliera”, per la quale prevedeva come pena anche il carcere, da un mese a un anno, oltre che la sospensione della patente o del passaporto per tre mesi. Mentre la Iervolino-Vassalli prevedeva sanzioni per lo più amministrative, comprese la sospensione della patente o del passaporto per tre mesi.

Il nuovo decreto legge del 2014, la legge Lorenzin, torna a separare le tabelle, le aggiorna, permette l’uso di farmaci che contengono il principio attivo della cannabis, reintroduce le sanzioni amministrative per l’uso personale.

Le leggi sono fatte di articoli, commi e numeri, ma dentro ci sono anche moltissime storie. Queste sono alcune di queste storie.

Edoardo ha sognato quella situazione per mesi

Edoardo nel 2008 studia economia a Milano. Un pomeriggio d’inverno, lui, il suo coinquilino e due amiche stanno chiacchierando mentre aspettano la metropolitana. Li avvicinano cinque finanzieri che, attirando l’attenzione di tutti i passeggeri in attesa, cominciano a dire che sanno che lui ha del fumo in tasca. “Tiralo fuori, che ti conviene”. “È meglio se ce lo consegni tu, sennò poi vedi cosa ti succede”. Lui fuma raramente e non ha niente con sé. Ha 23 anni, è mingherlino, comincia ad avere paura. Gli chiedo come fosse vestito. “Così, come mi vedi”, mi risponde: jeans neri stretti, un maglione marrone e un giubbotto; i capelli corti, un po’ di barba.

I finanzieri prendono lui e l’amico per le spalle, li portano in una stanza di controllo della metro, un posto con il pavimento di cemento, pieno di tubi. Le ragazze intanto vengono portate in una stanza simile dalle colleghe donne. Li fanno spogliare completamente, sotto lo sguardo vigile di uno dei militari, manganello in mano, mentre gli altri svuotano i loro zaini con i libri e gli appunti, gli ordinano di abbassarsi e piegarsi, controllano che la droga non sia magari nascosta nell’ano. Li lasciano andare continuando a ripetere “Questa volta vi è andata bene”.

Edoardo ha sognato per mesi quello che gli è successo. Lui e gli amici ne hanno parlato per giorni, chiedendosi all’infinito se davvero valessero la pena tutte quelle scene per due spinelli. “Pensa se fosse illegale l’alcol”. “Pensa se fosse illegale il tabacco, se fossero illegali le sigarette”.

Chiedo a Sandro se ha avuto paura, mi dice di sì

Sandro ha 30 anni, lavora in un laboratorio fotografico e periodicamente spende trecento euro per il rinnovo della patente. Ogni anno, ogni due, ogni tre: dal marzo del 2009, da quando la patente gli è stata ritirata per un mese perché è stato trovato in possesso di sostanze stupefacenti. Il rinnovo va fatto dapprima dopo un anno dal momento in cui la patente è stata sospesa, poi ogni due anni, poi ogni tre, poi ogni cinque e così via fino ad arrivare ai dieci previsti per tutti. Se uno degli esami però dovesse risultare positivo si ricomincia daccapo, secondo lo stesso procedimento che seguono le persone che risultano positive al test sul consumo di alcol, mentre sono alla guida.

Sandro non stava guidando, quella sera, doveva fare settanta metri a piedi, ma questo non conta. Stava fumando dentro un’automobile, una notte di marzo, verso l’una. Era appena rientrato a casa, dove abitava con i suoi genitori, quando un suo amico e la sua ragazza erano passati a salutarlo. Lui aveva preso dal cassetto il fumo che aveva, l’aveva messo in tasca, era uscito di casa. A una settantina di metri dal cancello, dentro l’auto dell’amico, aveva girato una canna, l’avevano fumata mentre chiacchieravano, lui e la ragazza, l’amico no, lui non fumava.

I carabinieri non erano minacciosi nei modi, erano beffardi, era umiliante e avevo paura

I due carabinieri del paese, di pattuglia, a quell’ora, in quel paese in provincia di Sassari, non avevano molto da fare. Hanno visto l’auto con delle persone dentro, hanno bussato al finestrino, sentito l’odore che arrivava. Hanno chiesto, com’è da abitudine, di consegnare subito il resto, sicuri che ci fosse un resto. Sandro ha obbedito, consegnato il pezzettino di fumo che aveva preso dal cassetto. Tre grammi.

I carabinieri hanno controllato i documenti, fatto domande, minacciato di perquisire le loro case, “tanto ti troviamo la bilancia e i soldi”. Sandro non spaccia, a casa sua non c’era nient’altro, ma ugualmente si sentiva pressato, schiacciato, pensava a sua madre e a suo padre addormentati. Poi li hanno portati in caserma, dove sono stati interrogati a turno, “allora spacci?”, “Non sono un criminale, sono uno che lavora”. La ragazza si è rifiutata di farsi perquisire in assenza di militari donne, Sandro e l’amico, separatamente, come Edoardo e i suoi amici, sono stati fatti spogliare completamente, gli è stato ordinato di flettersi, per controllare bene, “ma mi hanno fermato subito, prima delle famose tre flessioni, per fortuna”.

La Global marijuana march a Roma, il 10 maggio 2014. (Giuseppe Ciccia, Pacific Press/LightRocket/Getty Images)

Chiedo a Sandro se ha avuto paura, mi dice di sì. “Di cosa esattamente?”. “Del fatto che per loro fosse un gioco. Fumavano sigarette e ridevano tra loro, mi prendevano in giro. Non erano minacciosi nei modi, erano beffardi, era umiliante e avevo paura che potessero andare avanti per tutta la notte”. Sono tornati a casa dopo tre ore. Dopo un anno è arrivato a tutti e tre la lettera della prefettura, li invitavano al colloquio con la psicologa. Da qui la sospensione della patente per Sandro e per la ragazza. Sandro fuma ancora, ma solo dentro casa.

Valentina si sente afferrare il braccio

È una domenica di giugno del 2011 e Valentina ha appuntamento al Pigneto con la sua amica Erica, che ora abita a Firenze. È l’inizio dell’estate e l’isola pedonale è piena di persone ai tavolini, o che camminano su e giù, o sedute sui gradini dei negozi chiusi.

Ci sono ancora i banchi del vecchio mercato, nel 2011, e ancora portoni liberi con i gradini su cui ci si può sedere. Ci sono persone che bevono spritz e cocktail dai bicchieri, birre dalle bottiglie, ci sono persone che fumano sigarette confezionate, sigarette girate a mano, canne. Erica non fuma da due anni, da quando è rimasta incinta di Giulio, Valentina continua a fumare regolarmente, ma sono anni che non porta il fumo con sé quando viaggia o quando esce.

Nel quartiere, lo sanno tutti, agli angoli trovi quelli che lo vendono. Hanno trent’anni, Valentina ed Erica, si conoscono dall’università, hanno due anni interi da raccontarsi nei dettagli, appoggiandosi ai messaggi mandati nel frattempo. Due anni in cui hanno lavorato, cambiato lavoro, fatto concorsi, vinto concorsi, seguito altri corsi, Valentina ha fatto un figlio. “Dai compriamo un po’ di fumo”. L’hanno fatto mille volte. A Roma, a Bologna, “quella volta a Lisbona che ci hanno venduto erba di prato e tu sei tornata indietro a lamentarti col gitano”, “quella volta a Berlino, che avevamo avuto paura”.

Valentina mi racconta che ha ancora paura che possa arrivarle una lettera a casa

Pagano il conto e cominciano a camminare, guardandosi intorno. Il ragazzo che si avvicina e chiede “fumo? è giovane e vestito bene, Valentina fa sì con la testa, dice “venti euro”. Lo scambio è veloce, l’angolo è buio, ringraziano, salutano, continuano a camminare. All’incrocio successivo Valentina si sente afferrare il braccio, una voce le dice “carabinieri, devi venire con noi”.

Mi racconta che ci ha messo qualche secondo a capire cosa stesse succedendo, a tenerle il braccio c’è una ragazza, più o meno della sua età, è bassa, ha i jeans e una borsetta fucsia. Valentina le chiede di farsi riconoscere, mentre quella continua a trascinarla verso la circonvallazione Casilina. A quel punto le si affianca un tipo alto e grosso, tatuato, con gli orecchini. Le mette il tesserino sotto gli occhi, le chiede la carta di identità, se la tiene. Valentina non dice più niente. Lui si allontana di nuovo e la collega la porta in caserma così, a piedi, senza neanche tenerle più il braccio, dopo aver detto a Erica che se voleva poteva accompagnare l’amica.

È gentile e offre alle ragazze la birra che ha in mano ma che in realtà non può bere, loro rifiutano. Valentina si sente stranamente calma. È calma anche quando arrivano in caserma, mentre aspetta in una sala d’attesa, è calma quando entra e quando la interrogano. Pensa “sono una donna adulta, sono una madre di famiglia, davanti a me ho un uomo adulto che mi tratta gentilmente”.

Pensa alla paura che avrebbe avuto se le fosse successo dieci anni prima. Il comandante le ha fatto firmare un foglio in cui dichiarava che a tale ora in tale giorno aveva comprato venti euro di hashish da un ragazzo di chiare origini nordafricane. Lì Valentina aveva avuto un cedimento: sapeva che non voleva fare una cosa del genere ma pensava di non avere scelta. Ora mi dice che non lo rifarebbe, che prima di firmare chiamerebbe un avvocato.

Mi racconta anche che non le è mai successo niente dopo quella sera, ma che, non essendo passati cinque anni, ha ancora paura che possa arrivarle una lettera a casa, che questa storia possa ancora avere delle conseguenze, sul suo lavoro per esempio, o su suo figlio: “Metti che io e Franco ci separiamo, metti che litighiamo”.

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