Chiara Pirroncello nel suo laboratorio di tessitura artigianale a Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, luglio 2017.

Le ragazze e i ragazzi che sfidano la mafia in Calabria

Chiara Pirroncello nel suo laboratorio di tessitura artigianale a Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, luglio 2017.
08 gennaio 2018 10:18

In molti paesi della Calabria è ancora vivo il ricordo delle majistre, maestre, e dei loro segreti. Le uniche donne a saper preparare i telai erano anche le uniche a conoscere a memoria i cunti, racconti, una parola che indica le nenie con cui accompagnavano il loro lavoro. Per capire la difficoltà del loro lavoro, basti pensare che nelle maglie di un telaio potevano passare fino a 1.800 fili, e che dalle loro combinazioni dipendeva la riuscita e il successo del prodotto.

Si trattava di un’arte complessa e sofisticata, che grazie alla sua inaccessibilità ha consentito alle majistre di conservare per secoli lo status di sacerdotesse. Neppure le tessitrici, che usavano i telai ogni giorno, potevano accedervi. Così è stato finché la modernità e le macchine per cucire hanno reso superfluo il sapere di quasi tutte le maestre e inutilizzabili la quasi totalità dei telai che molte famiglie avevano in casa. Dietro l’avverbio “quasi” si nasconde una storia che parla di riscatto e alternative in una terra che si immagina sempre uguale a se stessa, raccontata quasi sempre nelle pagine della cronaca nera, e spesso con visioni molto stereotipate.

La storia è quella di un gruppo di ragazze e ragazzi della Locride impegnati nel movimento locale antimafia, che ha avuto l’intuizione di rispolverare i telai e mettersi alla ricerca delle poche majistre ancora in vita. Erano coscienti che il mercato locale non sarebbe bastato a pagare le lavoratrici in modo adeguato. Per questo si sono sforzati di pensare a una soluzione praticabile e hanno concluso che l’unico modo per recuperare la tradizione fosse puntare a prodotti di qualità per un mercato di fascia alta. Hanno carpito i segreti delle ultime maestre, coinvolto le tessitrici rimaste e chi aveva voglia di imparare il mestiere. Hanno creato una rete di tessitrici, recuperato i telai e cominciato a realizzare moderni capi d’abbigliamento con disegni tradizionali.

Un patrimonio da salvare
È nato in questo modo un marchio di moda ecoetica, in cui non solo la produzione è artigianale, ma i tessuti sono rigorosamente biologici, il lavoro è ben retribuito e la mafia è tenuta alla porta. L’hanno chiamato Cangiari, che vuol dire cambiare. Con loro collabora Chiara Pirroncello, che sono andato a trovare nel suo laboratorio a Chiaravalle, un piccolo comune del catanzarese a ridosso delle Serre calabresi.

Chiara Pirroncello è una delle eredi della tradizione telaistica, portata avanti con pochissime altre donne, unite dalla volontà di rinnovarla. Come molte altre ragazze e ragazzi in Calabria, sconta gli stereotipi su un meridione raccontato ancora a tinte fosche, ma allo stesso tempo con la sua attività smentisce questo paradigma. È dinamica, ha un legame forte con le origini ma sa riconoscere cosa non va nella sua regione, ed è attenta a quello che succede nel mondo. Era anche emigrata, però poi, a differenza di molti suoi coetanei, è tornata.

E lo ha fatto con l’intento preciso di impedire che un intero patrimonio di conoscenze sparisse insieme alle anziane majistre e tessitrici. Sua madre era l’ultima tessitrice a mano di Chiaravalle. Quando le aveva detto che voleva accedere ai segreti della sua arte, si era sentita rispondere: “Se vuoi imparare, devi prima procurarti un tuo telaio”. Ne ha trovati due in famiglia, senza difficoltà. Il più antico, ottocentesco, era della nonna di un suo cugino, che lo teneva smontato in cantina; l’altro, di quelli che fino a cinquant’anni fa erano utilizzati in ogni casa per tessere i corredi nuziali o lavorare il lino e la ginestra, era della cugina di un suo cugino. Sulla falsariga di questi due ne ha fatto costruire un terzo da un falegname. La cosa più difficile è stata imparare a usarli.

Se commetti un errore in una delle fasi di preparazione, te lo porti dietro fino alla fine

“L’unica fonte era mia madre, che però era una tessitrice, non una majistra”, dice. Per spiegare quanto la majistra fosse restia a trasmettere le sue conoscenze, racconta un aneddoto: “Una volta mia madre aveva bisogno di sostituire un pezzo rotto del suo telaio e chiese alla majistra di dargliene uno integro per portarlo da un falegname a farlo duplicare. Ma la donna accampava scuse in continuazione, era chiaro che non voleva darglielo. Così, un giorno che la majistra era uscita, andò a casa sua e se lo fece prestare dal marito, lo fece riprodurre e lo riconsegnò in tempo”.

Per questo sua madre non conosceva le nenie con cui le maestre distinguevano una trama dall’altra. La sua era una memoria basata sulla pratica. “Molti segreti li aveva rubati osservando la preparazione dei telai”, spiega. Solo in qualche caso si serviva di “scritti molto elementari, simboli segnati su pezzi di carta” per distinguere una combinazione dall’altra.

“Se non sei una majistra con anni di esperienza ricordare tutto a memoria è molto difficile”, dice Pirroncello. Così ha trascritto tutto quello che sua madre le ha raccontato e poi ha seguito un corso di tessitura a Modena, dove ha vissuto per quattro anni. Ora è capace di fare tutto da sé: prepara l’ordito, programma il telaio e realizza tessuti tradizionali.

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Pirroncello si siede al più antico dei telai per mostrare come si crea una trama. I fili non si devono allentare o torcere, e l’insieme deve avere una forma conica, altrimenti si rischia di dover disfare tutto. Se commetti un errore in una delle fasi di preparazione, te lo porti dietro fino alla fine. “Quando è grave, sei costretta a ricominciare, altrimenti puoi utilizzarlo in maniera creativa”, dice. I disegni popolari, racconta, sono così tanti e simili fra loro perché sono il risultato di secoli di piccole inesattezze nell’imbastitura del telaio.

Alle difficoltà di trovare chi conosce i segreti di un telaio a mano, ai tempi lunghi e ai costi eccessivi, si aggiunge il problema di trovare la materia prima per soddisfare le richieste. Un tempo da queste parti si coltivava, si raccoglieva e si filava il lino. Nei periodi più duri, la ginestra – altrimenti utilizzata per sacchi e borse resistenti – serviva pure per l’abbigliamento, mentre i pastori fornivano la lana di pecora.

Chiara Pirroncello ha avuto difficoltà a trovarne perché nessuno ha più il lino in giardino, la ginestra è fuori moda e le pecore scarseggiano. Se si aggiunge che per preparare il lavoro ci vogliono alcuni giorni e per produrre un solo metro di tessuto c’è bisogno anche di sei ore di lavoro, si capisce perché i telai sono finiti ad ammuffire nelle cantine.

Non solondrangheta
Il cuore e la mente del marchio di moda ecoetica made in Calabria si trovano a Gioiosa Ionica, una cittadina a pochi chilometri dalla costa. A differenza di Siderno e Locri, Gioiosa ha fama di essere un comune dove le ’ndrine hanno trovato pane per i loro denti.

Negli anni settanta, la cittadina in provincia di Reggio Calabria fu guidata dal sindaco comunista Ciccio Modafferi e da don Natale Bianchi, in una sorta di dualismo alla Peppone e don Camillo, solo che i due non erano in conflitto. Modafferi nel dicembre 1975 organizzò uno sciopero contro la mafia e due anni più tardi fece costituire il comune parte civile nel processo sull’assassinio del mugnaio comunista Rocco Gatto. I mafiosi per ritorsione avevano imposto una serrata ai commercianti del mercato domenicale.

Bianchi, vicino alla teologia della liberazione, si attirò le ostilità della curia locale per essersi opposto a don Giovanni Stilo, il “prete padrone” in odore di cosche descritto dal giornalista Corrado Stajano nel libro Africo.

Un murale dedicato a Rocco Gatto, mugnaio vittima della ’ndrangheta, accanto al teatro comunale di Gioiosa Ionica, luglio 2017.

Quel che oggi resta di quella stagione è un murale dedicato al giovane mugnaio sulle pareti del vecchio teatro, nella piazza principale del comune, dove si arriva attraverso le stradine che partono dal centro storico e da dove comincia un corso affollato di negozi. È più o meno alla metà del viale che si trova la sede del gruppo Goel, del quale fa parte la cooperativa Made in Goel, proprietaria del marchio Cangiari. Con i suoi 201 dipendenti a tempo indeterminato e decine di collaboratori a vario titolo, il Gruppo Goel è un vero e proprio colosso che in Calabria si oppone alle cosche.

Vi aderiscono dieci cooperative sociali, vale a dire con finalità di interesse collettivo, e due tradizionali ( finalizzate a realizzare l’interesse dei soci), due associazioni, una fondazione e 28 imprese. In tutta la Locride, Goel gestisce due comunità per persone con disturbi psichici, tre per minori e alcuni centri per migranti.

Del gruppo fanno parte anche un agriturismo a Monasterace, che non ha chiuso neanche per un giorno nonostante sette attentati incendiari, e un ostello aperto a Locri in una palazzina confiscata a un mafioso, presa in gestione dopo che nessuno aveva risposto al bando del comune per l’assegnazione. Inoltre, Goel è impegnato nel turismo responsabile, produce cosmetici bio e gestisce terreni confiscati alle mafie. Nei loro agrumeti non c’è lavoro nero e le arance raccolte per la vendita sono pagate quaranta centesimi al chilo contro i cinque del prezzo di mercato.

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L’ideatore si chiama Vincenzo Linarello e mi accoglie nel suo ufficio, a Gioiosa Ionica. L’avevo conosciuto un paio d’anni fa a Roma, dove aveva presentato il marchio Cangiari durante una sfilata di moda organizzata dall’organizzazione umanitaria Action aid.

In anni di studio della ’ndrangheta, Linarello e il suo gruppo si sono accorti che “come in tutti i capitalismi selvaggi, il 90 per cento delle risorse mafiose finisce nelle mani del 10 per cento degli affiliati”. Ciò vuol dire che solo in pochi si arricchiscono, e quei pochi puntano “agli altri”, alle seconde e terze file dei clan e alle loro famiglie, “cercando di far scoppiare il conflitto all’interno delle cosche”.

Il punto di svolta è stato capire che in Calabria “la precarietà è da sempre strumento di governo, viene creata e alimentata. Serve alla ’ndrangheta per creare un serbatoio di voti, offerti ai politici per collocare affiliati e fiancheggiatori nei ruoli chiave dell’amministrazione, che servono per elargire altri piccoli favori”.

I numeri del sistema
È così che si regge il sistema da almeno quarant’anni, vale a dire da quando, alla metà degli anni settanta, le principali cosche si accordarono per cambiare il metodo di governo del territorio, istituendo due nuovi gradi nella gerarchia malavitosa, Santista e Vangelo, con il compito di infiltrarsi nelle logge massoniche e allearsi con gli altri poteri occulti. In quell’occasione, come spiegano il giornalista Antonio Nicaso e il magistrato Nicola Gratteri in Fratelli di sangue, furono cambiati persino i riti di iniziazione.

Gratteri e Nicaso scrivono che oggi il fatturato della ’ndrangheta ammonta al 2,9 per cento del pil nazionale, “più della ricchezza prodotta da un paese produttore di petrolio come il Qatar”, mentre la Calabria si trova agli ultimi posti in Italia per reddito e occupazione. Le cifre fornite dal magistrato – che a capo della procura di Catanzaro sta dando molto filo da torcere alla ’ndrangheta, visto che solo nel 2016 ha fatto arrestare 950 persone – sono impressionanti: diecimila affiliati e 132 cosche in Calabria, anche se le persone che gravitano attorno alle ’ndrine sarebbero “alcune decine di migliaia”. La densità criminale, vale a dire il rapporto tra affiliati e popolazione, sempre secondo Gratteri e Nicaso, in Calabria è al 27 per cento, contro il 12 per cento della Campania, il 10 per cento della Sicilia e il 2 per cento della Puglia.

Per distruggere questo sistema, bisogna “dimostrare che si può lavorare anche senza passare attraverso i mafiosi”, afferma Linarello, che rappresenta la Calabria che non vuol più saperne di mafie e codici arcaici, omertà e silenzi, violenze e corruzione. A Gioiosa Ionica ha creato una “comunità di liberazione” composta da persone che hanno deciso di vivere insieme mettendo in comune le risorse economiche.

La sede del laboratorio di Cangiari a Gioiosa Ionica, in un edificio sequestrato alla ’ndrangheta, luglio 2017.

“Fin dall’inizio, pensavamo che fosse necessario aggregarci e dare alternative concrete alle persone. Il limite storico dei movimenti antimafia era di essere fondati solo sulla protesta. Finite le manifestazioni, la gente tornava a casa e nella vita quotidiana non era cambiato nulla. Il nostro è stato un percorso politico-culturale fondato sui fatti: abbiamo creato alcune esperienze pilota che mostrano come l’etica può essere non solo giusta ma pure efficace, mostrando così che la ’ndrangheta è ingiusta e inefficace”, dice Linarello.

Il modello ha funzionato e oggi Goel è una realtà capace di resistere a ogni forma di intimidazione. “Ci attaccano perché sanno che abbiamo consenso, ma noi abbiamo elaborato una strategia efficace: quando ci colpiscono non rimaniamo in silenzio, ma facciamo quadrato, organizziamo una festa della ripartenza e diciamo pubblicamente: ‘Continuate a colpirci, perché in questo modo ci rafforzate’”, aggiunge.

Gli chiedo da dov’è nata l’idea di un marchio di alta moda etica. “Quando abbiamo deciso di recuperare l’antica tradizione dei tessuti prodotti con il telaio a mano abbiamo fatto un po’ di conti e ci siamo accorti che, se volevamo retribuire bene il lavoro, non potevamo rivolgerci al mercato locale ma dovevamo puntare in alto”, spiega. La scommessa può considerarsi vinta. Cangiari usa tessuti biologici, recupera una tradizione che si credeva ormai perduta, e crea lavoro per le donne in una regione con il tasso di occupazione più basso d’Europa (il 42,1 per cento), in buona parte dovuto al fatto che quasi due donne su tre non hanno un impiego.

Una comunità creativa
Se la mente di Cangiari è nella sede del gruppo Goel, il suo cuore è in una villetta dal gusto kitsch di uno ’ndranghetista, sequestrata e assegnata alla cooperativa Made in Goel. Si trova in fondo a una stradina senza via d’uscita di Gioiosa Ionica. Nell’atrio, tra archi, marmi e un pomposo camino a legna, alcuni manichini vestono abiti da sposa in lino, pronti a partire per lo show room che Cangiari ha aperto in pieno centro a Milano, recuperando un altro stabile confiscato alla ’ndrangheta. Al mio arrivo, la responsabile Manuela Sfondrini e l’assistente di produzione Stefania De Stefano stanno rimettendo a posto il laboratorio e per questo la produzione è ferma.

Mi raccontano che, oltre a produrre direttamente tessuti, da qui si occupano di distribuire il lavoro tra la rete di tessitrici nei paesini calabresi e i due laboratori di Cittanova e Ardore, che impiegano una cinquantina di persone, affiancando le lavoratrici tradizionali. Oltre a farlo per Cangiari, lavorano anche per grandi marchi della moda italiana, riuscendo a mantenere una filiera produttiva sempre attiva. Amano definirsi “una comunità creativa”, nella quale il ruolo dello stilista non è decisivo come altrove.

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Per questo il turn over è molto alto: la collezione 2017-2018 è firmata da Maria Paola Pedetta, prima era toccato allo svedese Paulo Melim Andersson e successivamente si cambierà ancora. Presentandosi come il marchio che ha sfidato la ’ndrangheta in casa propria, Cangiari ha girato il mondo, da Parigi a Tel Aviv, dall’Arab fashion week di Abu Dhabi al Fashion revolution day milanese.

Alla sfilata romana con Action aid, la linea d’abbigliamento era firmata dalla stilista Marina Spadafora, già vincitrice del premio Women together award assegnato dall’Onu per l’impegno nella moda etica e responsabile. Al termine della serata il regista Andrew Morgan aveva presentato il documentario The true cost, che mostra i costi ambientali, sociali e umani che la produzione di vestiti delle grandi multinazionali nasconde, dal disastro del Rana Plaza in Bangladesh allo sfruttamento delle lavoratrici del tessile in Cambogia. Per una volta, la Calabria è stata mostrata come un modello da imitare.

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