L’ingresso del campo rom di Giugliano, febbraio 2017. (Claudio Menna, Amnesty international)

A Giugliano si organizza una nuova emergenza rom

L’ingresso del campo rom di Giugliano, febbraio 2017. (Claudio Menna, Amnesty international)
03 maggio 2019 11:21

Qualcuno lo ha definito in passato “mobbing comunale”. Sono arrivati i vigili e hanno detto alle persone che abitano nella fossa sotto al cavalcavia di Giugliano in Campania – una cittadina nella periferia di Napoli – che devono andarsene dal territorio del comune il prima possibile, se vogliono evitare di essere sgomberate dalle ruspe e dalle forze dell’ordine nei prossimi giorni. “Andare dove?”, hanno chiesto gli abitanti della baraccopoli. “Fuori dal territorio del comune”, hanno ribadito i vigili.

Si tratta di quattrocento persone, la metà delle quali minorenni: settanta famiglie rom di origine bosniaca arrivate a Giugliano quasi trent’anni fa, in seguito alla guerra nella ex Jugoslavia. “Abitiamo qui da anni, molti di noi sono anche diventati cittadini italiani, i bambini vanno a scuola nel comune e non abbiamo intenzione di spostarci”, racconta Nuria, uno dei capofamiglia del campo attrezzato gestito dal comune campano, sorto in un avvallamento in seguito a un altro sgombero avvenuto alla Masseria del Pozzo tre anni fa.

“Ci siamo spostati di sgombero in sgombero, alcuni di noi hanno subìto anche cinque sgomberi in pochi anni”, racconta Nuria mentre mostra le condizioni del campo, in cui da almeno tre mesi l’amministrazione comunale non fornisce più il servizio di raccolta dell’immondizia. Mentre intorno al campo l’amministrazione di un comune limitrofo ha fatto costruire un muro di cemento per impedire che l’accampamento si estenda: un muro che protegge un terreno vuoto.

C’è chi considera “la fossa” di Giuliano il campo rom peggiore d’Italia, per certi versi il simbolo delle politiche di segregazione a cui i rom sono stati sottoposti nel corso degli anni in alcune zone del paese: si tratta di una baraccopoli fatta di case di legno e roulotte, in un terreno scavato sotto il livello della strada. Quando lo aveva visitato nel 2018, Amnesty international lo aveva definito “un luogo inumano” con le sue stradine di fango, i pochi bagni chimici ai margini del campo, l’impianto elettrico allestito in autonomia dagli abitanti, i cumuli d’immondizia lasciati marcire, le pozze scavate dalla pioggia sotto alle roulotte. La cosa è più grave perché non si tratta di un campo informale auto-organizzato, ma di un campo istituzionale allestito dal comune.

Senza soluzioni
Per superare questa situazione nel 2018 la regione Campania aveva stanziato 1,3 milioni di euro per l’individuazione di soluzioni abitative alternative. Invece dopo le proteste di alcuni gruppi dell’estrema destra locale, il sindaco del Partito democratico Antonio Poziello ha rinunciato ai fondi stanziati per la costruzione di un ecovillaggio e ha annunciato uno sgombero con una delibera che è stata approvata il 5 aprile 2019, in seguito al rapporto dell’Azienda sanitaria locale che ha certificato condizioni igieniche preoccupanti. “Alle famiglie rom che abitano nell’accampamento però non è stato notificato nulla”, racconta Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, tra le poche associazioni che stanno seguendo la situazione.

“In teoria lo sgombero dovrebbe essere già avvenuto, secondo quanto disposto dalla delibera, ma per ora ci sono stati solo dei segnali di tensione che fanno pensare che avverrà a breve”, continua Stasolla. “Alcuni rom sono stati convocati in comune e sono stati invitati a lasciare l’accampamento volontariamente”, racconta il presidente della 21 luglio. Ma la maggior parte delle famiglie non sa cosa aspettarsi. A tutti quelli che entrano nel campo viene rivolta la stessa domanda: “È vero che ci sgomberano?”.

I bambini si rincorrono a piedi nudi nell’accampamento, alcune galline sbucano sul piazzale davanti a una baracca, i bambini saltano nelle pozzanghere che come specchi sono disseminate nel campo. Alcuni ragazzi sono in fila vicino a un’automobile blu: c’è una signora anziana di Giugliano che ogni giorno cucina e porta i viveri caldi al campo, come in una sorta di mensa sociale. Ha cucinato polpette, insalata, pasta e fagioli. “Un panino con le polpette ci costa un euro e così ci conviene pranzare con le cose che lei ci porta”, racconta Rafia.

Giuliano è tra i pochi che vivono nel campo ad avere un lavoro con un regolare contratto, ha provato a cercare una casa in affitto per lui e per sua moglie, ma non è riuscito a trovarla. Nessuno nella zona sembra disposto ad affittare una casa ai rom: “Di case popolari nemmeno ne parliamo, se in paese si sapesse che un rom entra in una casa popolare succederebbe una rivoluzione. Una volta mi sono informato per fare domanda e il funzionario mi ha risposto che mi avrebbe spiegato come andare al cimitero piuttosto. C’era mia moglie presente che si è molto arrabbiata”, ricorda.

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L’unica soluzione proposta dal sindaco prima dello sgombero è un buono una tantum, per un totale di tremila euro, di sostegno all’affitto per ogni nucleo familiare. Ma per ottenerlo è necessario esibire un contratto di affitto regolare. “Gli uffici comunali gestiranno l’assegnazione dei bonus”, ha assicurato il sindaco Poziello, che con la decisione dello sgombero ha spiazzato il suo stesso consiglio comunale.

“Proporre soluzioni di questo tipo di fatto è come non proporre soluzioni, perché nessuno riuscirà a ottenere un contratto di affitto, le persone finiranno semplicemente per strada”, spiega Stasolla che prevede l’esplosione di una nuova emergenza nel napoletano nelle prossime settimane. “Anche nel 2008 uno degli epicentri dell’emergenza nomadi erano stati gli insediamenti della provincia di Napoli: dopo Torre Maura questa potrebbe essere una nuova miccia pronta a scoppiare”, dice Stasolla.

Secondo la prefettura nella provincia di Napoli vivono 2.754 rom. Oltre a chi è nato e cresciuto a Napoli, la maggior parte di loro è arrivata dall’ex Jugoslavia negli anni ottanta e dalla Romania dopo l’ingresso del paese nell’Unione europea. Tuttavia il loro numero è sottostimato, visto che al censimento della prefettura non hanno partecipato molte persone. “Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che vivono e lavorano in Italia da decenni, ma per loro non c’è stato mai davvero un piano di inserimento e di inclusione, anzi sono stati spesso usati per sollevare polveroni”, continua il presidente dell’Associazione 21 luglio. “Per risolvere questioni come quella di Giugliano ci vuole tempo”.

“Fa riflettere che ora, a ridosso delle elezioni europee, sia un’amministrazione di centrosinistra a voler usare il modello della ‘ruspa’: nelle prossime settimane settanta famiglie potrebbero trovarsi per strada, alimentando azioni di intolleranza, che sono un preludio a un pericoloso stato di emergenza”, conclude.

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