07 dicembre 2019 09:59

Continua il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

Alla fine siamo arrivati in Australia. Ci staremo pochi giorni e riusciremo a farci appena un’idea di com’è.

Comunque, sempre meglio degli scarsi stereotipi che, quando si dice “Australia”, vengono in mente a chiunque. I canguri. Ragazzoni biondi con la tavola da surf. Mr. Crocodile Dundee col cappellaccio da cui pendono turaccioli (se uno ha visto il film omonimo). Le vie dei canti (se uno ha letto Chatwin). Le Olimpiadi a Sydney. E poi: gli spazi immensi. Gli spazi immensi e gli aborigeni in salsa zuccherosa (se uno ha visto il film Australia). La grande barriera corallina.

Dico subito che i turaccioli sul cappello di Mr. Crocodile Dundee non sono un vezzo decorativo ma servono a tener lontani gli stuoli di moschini che ti ronzano intorno, di preferenza sulla faccia, non appena ti allontani dalla città, e anche nei posti più remoti e aridi. Sottolineo che questo non è poi un gran problema. E che di surfisti e barriera corallina non so niente perché siamo stati altrove.

Prima di raccontare dove siamo stati, però, aggiungo un paio di notiziole più generali. L’Australia è grande più di 25 volte l’Italia (è il sesto paese più grande al mondo). Ma la popolazione è appena un po’ più di un terzo di quella italiana: solo 25 e rotti milioni di abitanti, che risiedono quasi tutti lungo le coste e per la maggior parte si addensano sulla rigogliosa costa a sudest dove, per intenderci, c’è Sydney. La parte centrale dell’Australia (l’outback), è arida ed è rossa. O rosso-rosato. O rosso-mattone. Oppure rosso ocra.

La generazione rubata
L’Australia è stata scoperta dagli europei poco più di 300 anni fa, agli inizi del 1600, e colonizzata a partire del 1788 in poi. Dico “colonizzazione”, ma all’inizio si è trattato di una colonia penale, e di galeotti trasportati via nave dal Regno Unito. Poi si è trattato di pastori e agricoltori. Poi di cercatori d’oro.

L’Australia è abitata da circa 50mila anni (alcuni studi suggeriscono datazioni assai anteriori). Gli antenati di quelle che oggi chiamiamo popolazioni aborigene sono arrivati dal sudest asiatico, in diverse ondate migratorie. Forse hanno navigato di isola in isola. Forse si sono mossi camminando sul ponte di terra che durante le ere glaciali (l’ultima, il pleistocene, risale a 18mila anni fa) univa Australia, Nuova Guinea e isole Aru in un supercontinente chiamato Sahul. Poi, con il crescere del livello del mare, per l’Australia è cominciato un isolamento durato millenni.

Si stima che gli aborigeni fossero almeno 300mila (ma alcune fonti dicono 700mila) ai tempi della prima colonizzazione europea. Erano piccole comunità di cacciatori-raccoglitori, sparse su un territorio vastissimo, divise in almeno 300 gruppi linguistici (ma alcune fonti danno numeri superiori).

Ai primi del novecento gli aborigeni erano ridotti a poche decine di migliaia.

A partire dal 1869 e fino al 1970, con varie regolamentazioni nelle diverse aree, le autorità preposte alla “protezione” (sic) degli aborigeni hanno creato riserve per segregare la popolazione autoctona e hanno sistematicamente sottratto alle loro famiglie i bambini aborigeni, e specialmente i bambini meticci, per affidarli a missioni religiose ed educarli secondo lo stile di vita bianco. È la storia terribile della stolen generation, la generazione rubata: si parla di almeno centomila bambini portati via.

La cittadinanza australiana è stata conferita agli aborigeni, insieme al diritto di voto, solo nel 1967. A quei tempi, però, non gli era stato riconosciuto alcun titolo di proprietà della terra. Si è cominciato ad affrontare il problema solo nel 1976, con l’Aboriginal land rights act. Il governo ha chiesto scusa per la generazione rubata il 13 febbraio 2008.

Oggi il 90 per cento circa della popolazione australiana è di origine europea. Un 8 per cento circa è di origine asiatica. Una quota tra il 2 e il 3 per cento è aborigena o ha ascendenze aborigene. Per dire: nel continente c’è una percentuale maggiore di individui (il 3,8 per cento circa) che vanta origini italiane. Quella italiana è la terza comunità del paese, e l’Australia ospita il maggior numero al mondo di studenti di italiano come seconda lingua.

Mi è capitato di parlare a lungo con persone che lavorano alle dipendenze dei nativi australiani. Mi hanno detto che loro preferiscono definirsi aborigeni (dal latino ab origine, cioè: dalle origini) e che considerano rispettoso il termine. Quindi, userò questo.

Un gruppo di giovani musicisti si avvia verso l’Opera House di Sydney, dicembre 2019. (Annamaria Testa)

A Sydney, ai primi di settembre, è già primavera. Il clima è mite, il cielo è limpido e sugli alberi si vedono le prime gemme. L’Opera House si staglia candida contro l’azzurro e sembra progettata ieri, per quanto appare armoniosa, audace e contemporanea. Invece è stata disegnata alla metà degli anni cinquanta da un architetto danese, Jørn Oberg Utzon, e ci sono voluti vent’anni per costruirla, tra mille difficoltà, cambiamenti e controversie per via dei costi crescenti. Utzon è stato forzato ad abbandonare il progetto prima che fosse completato. Non l’hanno neppure invitato all’inaugurazione.

A un primo sguardo
Solo in seguito a Sydney ci si è accorti che quella costruzione aveva tutti i requisiti per diventare l’emblema della città. Molti ci vedono un insieme di vele che dialogano con quelle che si muovono sull’acqua della baia su cui l’Opera House si affaccia, ma sembra invece che la forma definitiva del complesso sia stata ispirata da un’arancia sbucciata.

A un primo sguardo Sydney appare linda e ordinata, piacevole e benestante: un posto dove si vive bene. La gente per strada è mediamente giovane, e l’atmosfera è rilassata ma non sfaccendata.

Nell’area accanto all’arco di ferro dell’Harbour bridge, l’altra costruzione-simbolo della città, i rimanenti edifici ottocenteschi di mattoni dialogano con i nuovi grattacieli del quartiere degli affari.

Vecchio e nuovo a Sydney, dicembre 2019. (Annamaria Testa)

Camminiamo verso sud per intercettare un po’ di edifici storici, inclusa la Town hall e la cattedrale di St. Andrew, fino all’Anzac memorial: ricorda i militari australiani morti nel corso della prima guerra mondiale, ed è collocato in un sito dove in precedenza i guerrieri aborigeni – o almeno, quelli sopravvissuti all’epidemia di vaiolo portata dai primi coloni – svolgevano prove di combattimento cerimoniali per dimostrare il proprio valore.

Risaliamo passando da Hyde park, il più antico giardino pubblico del continente, e procediamo lungo la catena di parchi, uno adiacente all’altro, che si affacciano sulla baia. Ci sorprende la quantità di nomi italiani che campeggiano sulle pareti della Sydney art gallery, dorate nel tramonto: Andrea del Sarto, Botticelli, Bellini, Cimabue, Correggio, Leonardo da Vinci, Tintoretto, Donatello, e, in bella vista, Michael Angelo.

La Sydney art gallery, dicembre 2019. (Annamaria Testa)

Hyde park non è l’unico toponimo britannico in cui ci imbattiamo. Per dire: c’è una Bond street, e ci sono i Royal botanic gardens, un Queen Victoria building e una Queen square, a cui si accede da Prince Albert road. Senza contare che siamo nel New South Wales, il Nuovo Galles del Sud, e che in Australia esistono una regione chiamata Queensland e un’altra chiamata Victoria.

La cosa mi sembra curiosa: come se ci fosse una volontà esplicita di tenersi ben stretta una parte delle ascendenze e del passato più recente, quella britannica e imperiale, cancellando o minimizzando tutto il resto.

Un profilo di Sydney al tramonto, dicembre 2019. A sinistra si riconosce la Sydney tower eye. (Annamaria Testa)

Questa volta sono io a poter vantare un contatto locale, e mi pavoneggio un po’ con mio figlio (anch’io conosco gente in parti lontane del mondo).

Dunque, usciamo a cena con Lucia, un’amica italiana che abita e insegna a Sydney da anni, con il suo bel bambino ricciuto e sveglissimo, a riprova del fatto che sperimentare già da piccoli lingue e culture diverse apre la mente, e con un’altra simpatica collega italiana della mia amica.

Una storia diversa
Ceniamo in un ristorante cinese: l’Australia non ha una propria tradizione gastronomica, mi dice Lucia, e cenare al cinese è, a suo modo, un classico. La sera successiva mi proporrà, invece, un altro classico: pizza (napoletana, ottima) e ottimo gelato.

Senza ingredienti autentici non c’è cucina autentica. Per questo l’innamoramento australiano per il cibo italiano è partito, prima ancora che dai ristoranti, dai piccoli deli di frutta e verdura. Qui, a partire dal secondo dopoguerra, i negozianti provenienti dal meridione d’Italia hanno fatto conoscere agli aussie (è il modo in cui gli australiani definiscono se stessi) broccoli e ricotta, aglio, olio d’oliva e pane croccante.

Chiedo come si vive a Sydney, e in Australia. “La vita è confortevole”, dice Lucia, “ma si sta come in una bolla. Tutti continuano a raccontarsi la storia del lucky country, il paese fortunato. Le cose non sono esattamente così. E non lo sono per tutti”.

In sostanza, dice Lucia, in un contesto che rimane comunque profondamente conservatore persiste anche una contraddizione non sanata tra sistema economico neoliberale e sistema politico di stampo neocoloniale.

L’Australia può vantare il record mondiale di espansione economica, con 27 anni di crescita non interrotta da alcuna fase recessiva.

Oggi, anche se l’economia sta cominciando a rallentare, gli aussie amano pensare di vivere in un paese fatto di grandi spazi e gente amichevole, democratico e dotato di un ottimo sistema sanitario. Un paese aperto, multiculturale e ricco di opportunità. Non hanno per niente torto.

Ma multiculturalismo e apertura non riguardano tutti nello stesso modo. In altre parole, se capisco bene, in Australia la fortuna ci vede benissimo. E ti bacia solo se sei uno skilled worker (un operaio specializzato o un professionista) e se sei bianco.

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Per i profughi e richiedenti asilo, per esempio, le opportunità sono pari a zero: le politiche locali sono ancora più dure di quelle statunitensi, e le persone (bambini compresi) provenienti da paesi in guerra come l’Afghanistan o la Siria vengono, di fatto, deportate e tenute prigioniere in due isolette lontane dal continente. Sembra che ora, per accoglierli, si stia muovendo la Nuova Zelanda. Si stima che dal 2012 l’Australia abbia speso 8,5 miliardi di dollari per tenere lontani i rifugiati.

Peraltro, impiega il termine “bolla” usato da Lucia anche un recente articolo del New York Times, che commenta la recente, inedita e clamorosa iniziativa di tutti i quotidiani nazionali australiani, nessuno escluso, di uscire con la prima pagina totalmente cancellata. L’iniziativa è stata ripresa da tutte le reti televisive. L’obiettivo è segnalare la tendenza governativa a limitare drasticamente o a sopprimere, con la scusa della sicurezza nazionale, la libertà di parola e d’informazione a proposito di temi scomodi, dai maltrattamenti agli anziani in alcuni istituti di cura alle condizioni dei profughi rinchiusi nei campi di detenzione.

Un altro indizio delle complessità australiane è che oggi, e nonostante tutto, gli intellettuali più interessanti – me lo conferma Lucia – sono aborigeni.

Un ulteriore indizio ancora è la quantità di emissioni di Co2 prodotte: secondo la Banca mondiale, l’Australia è la seconda nazione al mondo per emissioni pro capite, dopo l’Arabia Saudita e prima degli Stati Uniti (la Cina è dodicesima). Un primato poco comprensibile in un paese sommamente esposto ai rischi della crisi climatica. Certo, gli australiani sono pochi, e dunque l’impatto al livello globale non è rilevante. Ma questo forse non è un buon motivo per disinteressarsi del tema.

Una coppia di sposi nel campus dell’università di Sydney, dicembre 2019. (Annamaria Testa)

Andiamo a vedere il campus dell’università di Sydney: fondata nel 1850, è stata la prima università in Australia, è situata in un luogo ameno e immerso nel verde e ovviamente è anch’essa molto british.

Un altro luogo assai ameno, molto frequentato dai locali, è la passeggiata costiera (sei chilometri di lunghezza) che unisce le località di Bondi e di Coogee, poco fuori città: una successione di bellissime spiagge, intervallate da tratti di costa rocciosa e tratti di lungomare pavimentato.

Qui si trovano alcune delle ville più lussuose e costose dei dintorni, e diverse ocean pool: sono vere e proprie piscine artificiali, ritagliate nel mare da muri di protezione sui quali però la sommità delle onde riesce a passare. Sono un’invenzione ottocentesca, e servono a fare il bagno senza preoccuparsi degli squali.

L’Opera House di Sydney vista dal mare, dicembre 2019. (Annamaria Testa)

Prima di ripartire, facciamo un giro in barca per la baia: c’è un vento teso, forte, che spazza il cielo e rende brillanti i colori e scintillante ogni superficie. Dal mare è possibile apprezzare l’ampiezza del paesaggio, la bellezza dei nuovi edifici del centro direzionale e l’imponenza di quelli ancora in costruzione, le numerose aree verdi. Vele e piccole barche a motore si incrociano al largo e, vista da lontano, Sydney sembra la città perfetta: moderna e vibrante, ma a misura umana. Certo: anche vista da vicino la città resta così, perfetta. Ma non per tutti.

La mattina seguente partiremo per il Northern Territory, e per Uluru. Ci aspettiamo di trovare un posto molto diverso da qualunque altro visto prima. Ma non abbiamo ancora la più pallida idea di quanto ci apparirà diverso.

Le altre tappe del viaggio