In volo verso Pechino. (Annamaria Testa)

Il cielo sopra Pechino

In volo verso Pechino. (Annamaria Testa)
28 ottobre 2019 12:50

Continua il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

Visto dal cielo, il paesaggio attorno a Pechino sembra una scheda madre zeppa di microchip per via delle schiere di palazzi di nuova costruzione, raggruppati a decine, tutti uguali, tutti allineati, altissimi.

Visto da terra, il cielo sopra Pechino è di un azzurro sorprendente.

Ero stata a Pechino, e in altri posti della Cina, nel 2005. Era questa stessa stagione dell’anno, e allora la città mi era apparsa grigia, opprimente e inquinatissima. Il cielo azzurro è la prima novità che incontro.

Le cose cambiano.

(Per testimoniare quanto cambiano, ora, mentre scrivo e traduco i miei appunti in questo articolo, vado a cercare nel computer qualche foto scattata in quel primo viaggio cinese. La qualità delle immagini non è granché, ma proverò a proporvi qualche confronto).

Considerando che l’aeroporto di Pechino è il secondo più affollato del mondo (il primo è l’aeroporto di Atlanta), le procedure d’ingresso sono tutto sommato rapide (assai più che ad Atlanta). E proprio come ad Atlanta c’è la fotosegnalazione e la raccolta delle impronte digitali. I funzionari sono accigliati ma efficienti.

Le strade verso la capitale sono linde. Il traffico è silenzioso. Vediamo targhe di colori diversi: gialle per pullman e camion, blu per le auto, bianche per la polizia, nere per i funzionari governativi, verdi per i veicoli a trazione elettrica. In giro c’è un buon numero di targhe verdi.

Nella nostra stanza d’albergo troviamo un foglio stampato, il quale cortesemente ci avverte che alcuni “popular websites” sono proibiti nella Repubblica popolare cinese e sono bloccati dal provider. E ci ringrazia per il nostro “kind understanding”.

Segue elenco. Per tutta la durata del nostro soggiorno in Cina dovremo scordarci: Facebook, Twitter, YouTube, Blogger, Dailymotion, Picasa (è un sito per la condivisione di foto dismesso da Google nel 2016, e mi domando perché il governo continui a preoccuparsene), Dropbox, Google, Google britannico, Gmail, Flikr, Instagram.

Verifico che non si accede neanche a Wikipedia e a molte testate giornalistiche statunitensi. WhatsApp e Linkedin invece funzionano.

Appunto: le cose cambiano. Nel 2005 Facebook era appena nato, e non costituiva certo un problema di cui il governo potesse pensare di occuparsi.

Fare a meno di Facebook non è poi un gran sacrificio ma, senza Google, l’intero web diventa una stanza buia. C’è da accontentarsi di Bing, o ricorrere a qualche scorciatoia. Per esempio, dopo l’ormai consueto acquisto di una scheda telefonica locale, a mio figlio toccherà usare un protocollo vpn per accedere a Google Maps e riuscire a orientarsi in una città fitta di ideogrammi e con una topografia non esattamente intuitiva.

Sarà per via del cielo che, nuvole comprese, ora somiglia più a un cielo e meno a un foglio di cartone, ma tutto quanto, compresa la sensazione di essere permanentemente controllati, mi sembra più lieve che in passato.

Almeno per quanto riguarda il controllo, è ovviamente il contrario: il riconoscimento facciale in Cina è reale, pervasivo. Ci sono grappoli di telecamere appese dappertutto. E appena arrivati in piazza Tiananmen dobbiamo mostrare i passaporti a un giovanissimo soldato che ce li chiede a muso duro, e se li rigira in mano per un tempi infinito prima di restituirli.

Nel mio ricordo, piazza Tiananmen è, oltre che gigantesca, austera e semideserta. Adesso la ritrovo ingombra di una folla chiassosa. Gli occidentali sono davvero pochi, ma la quantità di turisti cinesi è impressionante. È una seconda novità rispetto alla mia visita passata. Troveremo la medesima folla impressionante, indisciplinata e quasi interamente cinese, anche all’interno della Città proibita.

Dentro la Città proibita, Pechino. (Annamaria Testa)

Già in Russia ci eravamo imbattuti nel fenomeno cinese del “turismo rosso”, che rinnova la memoria della rivoluzione visitandone i siti storici, ma ora possiamo renderci conto dell’entità del fenomeno.

Vicino al mausoleo di Mao Zedong si snoda e si avvolge su se stessa la coda interminabile e paziente di migliaia di visitatori disposti a spendere alcune ore di attesa per guadagnarsi un singolo minuto, e non di più, di omaggio alle spoglie del Grande timoniere.

In coda non ci sono solo anziani nostalgici, ma intere famiglie, giovani, bambini: la stima è che nell’estate 2019 nel turismo rosso siano coinvolti cento milioni di cinesi.

Piazza Tienanmen, Pechino, accanto al mausoleo di Mao Zedong. A sinistra, nel 2005, a destra, nel 2019. (Annamaria Testa)

Una costante rispetto al passato è, invece, la presenza di militari impettiti che marciano con ammirevole sincronia su e giù per la piazza.

Devo ammettere che quelli odierni sono assai più coreografici dei precedenti, e sembrano messi lì non tanto per presidiare il territorio, quanto per offrire ai turisti l’opportunità di scattare una foto in più, con tutto il campionario delle divise nazionali nella loro versione più elegante.

Militari a piazza Tienanmen, Pechino. A sinistra, nel 2005, a destra, nel 2019. (Annamaria Testa)

La terza novità è che gli hutong, i classici, labirintici vicoli abitati ai primi del novecento dalla classe operaia pechinese, si stanno gentrificando. Me li ricordo stretti, grigi, sporchini, pieni di fascino e di odori. Ma in occasione delle Olimpiadi del 2008 il quartiere storico Qianmen-Dashilar, che si trova accanto alla Città proibita, è stato trasformato in un lindo distretto commerciale. Una sorte simile è capitata agli hutong che si trovano accanto al lago Houhai. E l’intero centro continua a essere pieno di cantieri, piccoli e grandi.

Lavori di ripavimemtazione, Pechino. (Annamaria Testa)

La quarta novità è che in giro non vedo più nessuno, ma proprio nessuno vestito con la casacca e gli ampi pantaloni che nel 2005 erano ancora diffusi, soprattutto tra gli anziani e le anziane. Vedo invece diverse bambine e ragazze, e qualche signora, vestite nello stile hanfu.

È uno stile d’abbigliamento molto antico, risalente alle epoche precedenti la dominazione della dinastia Qing, cominciata a metà 1600. Dagli abiti hanfu sono derivati sia il kimono tradizionale giapponese sia l’hanbok, l’abito femminile tradizionale comune alle due Coree.

Gli abiti hanfu sono aggraziati, bellissimi, e immagino che siano scelti anche per le loro caratteristiche estetiche. Ma non solo: sono considerati un simbolo di autentica cultura cinese, rimandano all’etica confuciana e sono perfettamente in linea con le recenti esortazioni presidenziali a riscoprire e promuovere i valori della Cina tradizionale. Adottarli è un ulteriore modo per esprimere l’identità nazionale e testimoniare la propria appartenenza. E anche, forse, per prendere qualche ulteriore distanza dal passato prossimo, guardando con maggior interesse a un passato remoto molto, molto idealizzato.

Abbigliamento a Pechino. A sinistra, nel 2005, a destra, nel 2019. (Annamaria Testa)

La quinta novità è che per strada si vedono alcune, ma non molte, famiglie con due figli: qualcosa che, nel 2005, era impensabile.

In estrema sintesi: per limitare l’incremento demografico, nel 1979 Deng Xiaoping vara la politica del figlio unico. È un provvedimento davvero estremo e molto controverso.

Implica pesanti sanzioni per chi genera un secondo figlio. E, di conseguenza, aborti forzati, figli clandestini e mai registrati, aborti selettivi che provocano un’eccedenza di oltre 30 milioni di maschi sulle femmine. E porta con sé il “problema 4-2-1”, che significa quattro nonni e due genitori, all’inizio tutti focalizzati a coccolare e a viziare il prezioso figlio-nipote unico. E poi, invecchiando, tutti economicamente dipendenti da lui.

Le restrizioni, che hanno risparmiato minoranze etniche, parti gemellari e zone rurali, sono state mitigate nel 2013 e abolite definitivamente solo nel 2015. Tuttavia, la crescita demografica è ancora oggi troppo bassa per contrastare l’invecchiamento della popolazione.

Una coppia di gemelle, Pechino. (Annamaria Testa)

Il cielo resta azzurro o quasi per tutta la durata del nostro soggiorno a Pechino, e non riusciamo a credere alla nostra fortuna. In realtà, non si tratta solo di fortuna.

Se guardo la classifica delle città più inquinate del mondo, vedo che tra luglio e agosto la qualità dell’aria cittadina è accettabile, ma peggiora nei mesi invernali. Scopro però che la concentrazione media annuale di polveri sottili è dimezzata rispetto al 2009, e che il numero di ore d’aria buona o accettabile è quadruplicato: quest’anno è oltre la metà del totale.

Lo sforzo governativo per diminuire l’impatto ambientale dello sviluppo cinese è enorme, ed è centrale nell’azione politica di Xi Jinping. Emblematico, in questo senso, il recente discorso in cui Xi cita Marx, Mao ed Engels, ma anche l’I Ching e il Tao Te Ching, testi classici della cultura cinese, per sottolineare quanto la protezione ambientale vada considerata una delle priorità nazionali.

Ovviamente il problema ambientale è tutt’altro che risolto, ma alcuni risultati sono già visibili.

Mio figlio ha un amico pechinese, conosciuto mentre entrambi studiavano negli Stati Uniti. Concordano di vedersi a cena, e che ciascuno porterà la propria madre. Così, mi trovo seduta di fronte a una signora con gli occhiali, molto sorridente e molto compìta. La quale, per celebrare il nostro incontro, ha ordinato una esagerata quantità di cibo, compresa la vera anatra alla pechinese.

Assaggiarla è un’avventura gastronomica altamente ritualizzata, che si sviluppa in tre diverse fasi: prima viene servita la pelle, molto croccante, tagliata a striscioline. Poi, sottilissime fettine di carne. Infine, quel che resta dell’anatra, ripassato (credo) nel brodo. Si mangia con le mani, avvolgendo attorno ai pezzetti d’anatra delle piccole crêpe, e aggiungendo diversi condimenti.

La signora non conosce l’inglese, quindi riusciamo a parlarci attraverso i figli. È una strana sensazione: non sono esattamente a mio agio e cerco argomenti di conversazione neutri e semplici.

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A un certo punto, però, il discorso sterza sull’esperienza condivisa di stare per anni lontane da un figlio che studia e vive a migliaia di chilometri di distanza. Il disagio tra noi si riduce all’improvviso. E la signora si commuove (anch’io, devo ammetterlo).

“Mangiate, mangiate”, ci esorta lei, “mangiate tutto quel che c’è su questa tavola perché oggi siamo insieme e dobbiamo fare festa”.

Alla fine della cena, ci abbracciamo.

Il ristorante dove andiamo a cena si trova nel business district di Pechino, all’interno di un gigantesco complesso commerciale che ospita un hotel di lusso, un’infinità di ristoranti di ogni tipo, pasticcerie, tutti i negozi di tutte le grandi marche internazionali del lusso, da Dior a Tiffany a Bottega Veneta, e perfino una pista di pattinaggio sul ghiaccio e un calzolaio. A ogni piano, c’è un concierge, che aiuta i visitatori spaesati dall’immensità del luogo a orientarsi.

Poco distante da lì c’è il grattacielo della China central television. Progettato da Rem Koolhaas, è un edificio enorme, dalla forma stupefacente. E intorno c’è una quantità di altri grattacieli: un’esibizione di potere e di progresso, e una sfida esplicita (non impossibile da vincere) agli analoghi distretti americani.

La sede della China central television, Pechino. (Annamaria Testa)

Viaggiando in ferrovia da Pechino verso Tayuan scopriremo altre cose interessanti. La prima è che per fortuna nessuno più sputa per terra (ulteriore cambiamento rispetto al mio viaggio precedente). La seconda è che, invece, viene ancora considerato legittimo (almeno dai vicini di scompartimento) tagliarsi le unghie dei piedi in treno.

Le altre tappe del viaggio

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