Fiume Tevere, Roma, 1 dicembre 2010.

Dove finiscono gli antibiotici di cui ci liberiamo

Fiume Tevere, Roma, 1 dicembre 2010.
29 maggio 2018 10:25

Questo reportage è stato realizzato grazie al premio assegnato durante il workshop Impact journalism, organizzato da Terra! Onlus, Tutti nello stesso piatto e Non profit network. Hanno supervisionato Fabio Ciconte e Stefano Liberti.

L’appuntamento è tutte le mattine alla stessa ora. Nel reparto di chirurgia dell’ospedale Castelli di Verbania, sul lago Maggiore, i medici seguono una procedura precisa durante il giro di visite. Il chirurgo non è mai da solo, ad accompagnarlo c’è sempre un medico infettivologo.

“Il nostro compito è valutare, paziente per paziente, se continuare o sospendere la terapia antibiotica necessaria per evitare infezioni dopo l’intervento”, racconta Vincenzo Mondino, direttore del reparto malattie infettive e tropicali. Da sette anni questa strategia ha permesso all’ospedale di ridurre l’uso di antibiotici per “impedire che un uso eccessivo ne comprometta l’efficacia”.

Secondo il rapporto dell’European center for disease prevention and control (Ecdc), il nostro paese è al quinto posto in Europa per consumo di antibiotici. In molti casi la somministrazione avviene a causa di prescrizioni sbagliate da parte dei medici o di autodiagnosi da parte dei pazienti. E così influenza, raffreddore e mal di gola – spesso causati da virus – sono curati con antibiotici che invece combattono le infezioni provocate da batteri.

I dati dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) confermano questa tendenza: il 37 per cento degli italiani contagiati da virus delle vie respiratorie ha ricevuto una prescrizione di antibiotici. Secondo l’Eurobarometro, meno di un terzo degli italiani sa che gli antibiotici non sono efficaci contro i virus, e poco meno della metà sa che non servono contro raffreddori e influenza.

Il problema è che quest’uso eccessivo – e a volte sbagliato – degli antibiotici ha delle conseguenze. I batteri patogeni nel nostro corpo, attaccati dagli antibiotici, possono sviluppare una resistenza a questi farmaci. Inoltre, espulsi attraverso feci e urine, raggiungono l’ambiente, dove possono trasmettere la resistenza ad altri batteri. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), affrontare la resistenza degli antibiotici è una delle grandi sfide sanitarie globali.

Le conseguenze sulle persone
Il fenomeno è al centro degli studi di Gianluca Corno. Nella sede del Consiglio nazionale delle ricerche a Pallanza, una frazione di Verbania, Corno studia i batteri nel lago Maggiore: “Ce ne sono tredici diventati resistenti ai principali antibiotici, usati ad esempio contro la polmonite, le infezioni urinarie, l’otite e dopo gli interventi chirurgici. La concentrazione è più alta che nei bacini isolati”.

Che conseguenze ha una situazione del genere? “La correlazione tra la presenza di questo tipo di batteri nell’ambiente e la diffusione di malattie resistenti agli antibiotici è stata dimostrata”, spiega Corno. “Il problema è che più resistenze ci sono e più è difficile contrastarne la diffusione, perché i batteri si muovono, comunicano e si riproducono molto velocemente. Per questo è fondamentale monitorarli”.

Oltre ai batteri, il corpo espelle anche buona parte dei farmaci assunti. La percentuale di principio attivo non assimilato è tra il 30 e il 90 per cento, secondo l’Agenzia europea per i consumatori, la salute, l’agricoltura e la sicurezza alimentare (Chafea).

Spesso i farmaci vengono gettati nei lavandini o nei water. Gli scarichi domestici e ospedalieri raggiungono i depuratori che, dopo il trattamento, reimmettono le acque nell’ecosistema.

Residui e batteri resistenti finiscono negli scarichi domestici e da qui nei depuratori. Tuttavia, neanche le tecnologie più avanzate riescono a eliminarli del tutto, e così finiamo per ritrovarceli nei nostri rubinetti.

Lo hanno dimostrato i ricercatori dell’istituto Mario Negri studiando le acque potabili di Milano. “Abbiamo trovato tracce di antiepilettici e farmaci per regolare i livelli di colesterolo, ma a concentrazioni così basse che si escludono conseguenze per la salute umana”, racconta Sara Castiglioni, responsabile dell’unità biomarkers ambientali dell’istituto.

Le conseguenze sull’ambiente
Gli effetti che preoccupano di più i ricercatori sono però quelli sull’ambiente. Secondo l’Agenzia federale tedesca per l’ambiente, nelle acque di scarico di tutto il mondo ci sono più di seicento princìpi attivi diversi. In Italia, uno dei fiumi più colpiti da questo problema è il Lambro.

“Per anni questo fiume è stato visto come la discarica dove buttare rifiuti solidi e liquidi”, dice Stefano Minà del dipartimento di riqualificazione fluviale del parco Valle Lambro. Il suo ufficio è a Triuggio, un piccolo comune della provincia di Monza circondato da antiche cascine e boschi. Minà conosce bene il territorio e i suoi abitanti: “Pochi si rendono conto che i microinquinanti nelle acque sono un problema serio. Le persone si preoccupano solo quando l’inquinamento del fiume è visibile, come quando nell’acqua si forma della schiuma”.

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Lungo tutto il tragitto, 130 chilometri che corrono verso sud, le acque del Lambro scorrono nella zona più urbanizzata e industrializzata d’Italia. Attraversano Monza e Cologno Monzese, incrociano il Naviglio Martesana e arrivano a Milano, raccogliendo tutto quello che gli esseri umani producono, consumano e scaricano: anche i farmaci. “Il fiume è lo specchio delle abitudini delle persone che ci vivono intorno”, dice Minà.

“Ci abbiamo trovato un po’ di tutto: antibiotici, antinfiammatori, estrogeni, antitumorali e cardiovascolari”, spiega Ettore Zuccato, responsabile del laboratorio di tossicologia della nutrizione dell’istituto Mario Negri. I risultati sono confermati anche dalle analisi dell’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Sostanze simili sono state trovate nel Tevere, e anche in questo caso, le concentrazioni aumentano nei tratti vicini ai centri urbani, come spiega il Cnr.

L’Istituto di ricerca sulle acque (Isra) ha mostrato quali possono essere le conseguenze. “Quando nell’ambiente finiscono sostanze del genere, ci sono dei batteri che si occupano del loro ‘smaltimento’”, dice Paola Grenni, microbiologa dell’istituto, “ma i residui degli antibiotici distruggono questi batteri”. Batteri, tra l’altro, che sono importanti anche perché regolano la fertilità del suolo e la qualità dell’acqua.

Gli effetti sui pesci
Ma l’impatto dei farmaci è più evidente sulla popolazione acquatica. Nella parte centrale del Po, proprio nel punto dove si riversa il Lambro, i ricercatori dell’Irsa hanno trovato esemplari di pesci maschi femminilizzati, che avevano sviluppato organi riproduttivi femminili e maschili.

Esperimenti in laboratorio realizzati negli Stati Uniti e in Germania hanno anche evidenziato che gli antidepressivi possono causare ritardi nello sviluppo fisico delle rane, mentre il diclofenac e gli antiepilettici possono alterare la funzionalità di organi come le branchie e i reni di trote e carpe.

In Svezia, i ricercatori dell’università di Umea hanno osservato che la presenza dell’ansiolitico oxazepam nelle acque del fiume Fyris riduce la percezione del pericolo dei pesci persici. Questi animali cacciano in gruppo, ma gli ansiolitici li spingono a farlo da soli, rendendoli facili prede.

Inoltre, i biologi dell’università canadese McMaster hanno scoperto che i farmaci trovati vicino agli impianti di depurazione del lago Ontario indeboliscono i pesci che vivono in quelle acque. I residui danneggiano le loro cellule, e i pesci utilizzano un terzo della loro energia per eliminarli, sottraendola ad altre attività vitali come la ricerca del cibo, la difesa dai predatori e la riproduzione.

Limiti di sicurezza
Il mondo accademico studia le conseguenze dei farmaci nell’ambiente da quarant’anni, ma l’attenzione è cresciuta solo nell’ultimo periodo. Dal 2010 al 2014 sono stati pubblicati più di settemila articoli scientifici sul tema, rispetto agli 85 degli anni ottanta. Tuttavia, non sono stati ancora stabiliti limiti per la maggior parte di queste sostanze.

Nel 2000 l’Europa aveva adottato la direttiva quadro sulle acque, stilando un elenco di sostanze chimiche da monitorare e mantenere entro certe soglie. Ma i farmaci non rientravano nella lista. Solo nel 2013 l’Unione ha stabilito che gli ormoni estrogeni e il diclofenac sono sostanze che inquinano l’ambiente.

Tuttavia, non sono ancora chiare le soglie che non bisognerebbe superare. “Esiste un problema legato alla presenza dei farmaci nell’ambiente, ma per valutare la tossicità provocata dalle dosi piccole ma frequenti che ci finiscono, servono nuovi metodi di ricerca”, spiega Mario Carere, biologo dell’Istituto superiore di sanità.

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“Ci vorranno almeno altri cinque anni per stabilire dei valori soglia per la maggior parte delle sostanze”, aggiunge Gianluca Corno, che partecipa come esperto ai gruppi di lavoro per l’aggiornamento della direttiva quadro sulle acque. “A quel punto, toccherà ai paesi dell’Unione farli rispettare. Nel frattempo bisognerebbe essere più cauti sia nell’utilizzare i farmaci sia nello smaltirli”.

C’è poi un altro aspetto del problema: gli allevamenti intensivi di animali. Per evitare lo sviluppo e la diffusione di malattie, gli allevatori fanno trattamenti collettivi di antibiotici, messi nei mangimi o nell’acqua. L’agenzia europea del farmaco (Ema) ha calcolato che nel nostro paese la quantità di antibiotici venduti a scopo veterinario è la più alta, dopo quella di Cipro e Spagna.

Come accade per gli esseri umani, anche gli animali non assimilano del tutto i princìpi attivi dei farmaci, e così li espellono. Gli escrementi sono raccolti e, dopo la depurazione, possono essere smaltiti in discarica o riutilizzati in agricoltura. Ma anche in questo caso, le tecniche di depurazione non riescono a eliminare del tutto i residui dei farmaci, che finiscono per accumularsi nel terreno e arrivare nelle acque sotterranee; oppure, trascinati dalle piogge, a quelle superficiali come laghi, fiumi e mare.

“L’uso di antibiotici è legato al modello di produzione industriale. Lo stesso che garantisce che sul mercato arrivino prodotti a basso costo”, spiega Alberto Brizzi, presidente dell’ordine dei medici veterinari di Parma.

Con indosso i calzari di plastica per proteggere i piedi dai rifiuti della stalla, Brizzi cammina tra le file di mucche in una delle fattorie della bassa parmense, dove scorre il torrente che dà il nome alla città di Parma. “Per ridurre l’uso di medicinali bisogna garantire maggiore biosicurezza. Questo vuol dire meno animali negli allevamenti, migliori impianti di ventilazione, più igiene e più spazio. Significa cambiare il sistema di produzione”.

È un’idea condivisa anche da un gruppo di scienziati sulla rivista statunitense Science. Per gli esperti bisognerebbe stabilire il numero di farmaci da somministrare agli animali ogni anno, limitare il consumo di proteine animali e imporre una tassa del 50 per cento sul prezzo attuale degli antibiotici veterinari, così da scoraggiarne l’uso e allo stesso tempo finanziare la ricerca di nuovi farmaci e nuovi metodi di allevamento.

I rischi della dispersione dei farmaci nell’ambiente stanno emergendo e si è capito che non bastano gli sforzi della sola comunità scientifica per affrontare il problema. In Svezia ci sono già proposte concrete per farlo. I produttori di farmaci e le autorità sanitarie pubbliche hanno classificato oltre 700 sostanze farmaceutiche in base alla loro efficacia e anche in base ai rischi ambientali legati al loro uso. È nato così un opuscolo che è stato distribuito a tutti i medici svedesi. L’invito è quello di prescrivere ai pazienti i farmaci più ecocompatibili. Non c’è niente di obbligatorio, ma l’84 per cento dei medici la consulta e ne segue le raccomandazioni.

È un inizio, segna una strada che tutti – autorità, addetti ai lavori e cittadini – potrebbero seguire prima che il problema diventi troppo complicato.

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