Kiruna konstgille, la “gilda degli artisti di Kiruna”, usa le pareti delle case come galleria. I piani per la nuova città non prevedono la costruzione di un museo. La foto è stata scattata nell’agosto del 2016.

Viaggio a Kiruna, la città lappone che aspetta di essere spostata

Kiruna konstgille, la “gilda degli artisti di Kiruna”, usa le pareti delle case come galleria. I piani per la nuova città non prevedono la costruzione di un museo. La foto è stata scattata nell’agosto del 2016.
01 ottobre 2016 11:04

Ci sono due modi per arrivare a Kiruna. Il primo è prendere un aereo dall’aeroporto Arlanda di Stoccolma. Il volo dura poco più di un’ora, potete fare colazione in una grande città europea e digerirla in 145 chilometri dentro il circolo polare artico. Il secondo modo è quello di salire su un treno notturno alla stazione centrale della capitale svedese, sedervi accanto al finestrino e guardare fuori.

Quello che vedrete, appena superata Uppsala, saranno foreste di Pinus contorta, il particolare tipo di conifera che ricopre quasi interamente la superficie della Svezia, continuamente interrotte da laghi piccoli come pozzanghere e laghi grandi come mari. Il sole tramonterà su questo panorama, verrà una notte breve. All’alba ci saranno altri pini e altri laghi, a perdita d’occhio.

Foreste di conifere a parte, c’è un’altra ragione per cui se si decide di visitare la Lapponia svedese d’estate prendere il treno è meglio che prendere l’aereo, e questa ragione sono i passeggeri. In gran parte sono escursionisti di ogni età, e ad avere qualche talento per la fotografia meriterebbero tutti un ritratto: ragazze con i piercing e corpi forti come quelli di animali selvatici, taciturni professionisti della montagna, padri che si imbarcano con i figli in un’esperienza di campeggio nella natura che un giorno i figli ricorderanno chissà con quale miscuglio di sentimenti.

Ferro e uomini
La maggior parte di questi escursionisti scende a Gällivare, un paese di ottomila abitanti che segna l’inizio della zona mineraria della contea di Norrbotten, e da qui sale su un autobus che in due ore e mezza li conduce ai confini orientali del Sarek, il parco nazionale più esteso della Svezia. Il Sarek è solitamente descritto come “l’ultimo lembo di natura selvaggia d’Europa, Europe’s last wilderness”, e lo è al punto che il sito web ufficiale del parco scoraggia i visitatori incauti sottolineando come l’area sia priva di accesso e priva di strade. Per quasi duemila chilometri quadrati ospita montagne sormontate da ghiacciai perenni e poco altro.

Quando gli estremisti della natura selvaggia scendono dal treno, il panorama nello scompartimento cambia. C’è ancora qualche turista di quelli meno avventurosi, ma restano per lo più i residenti locali come Kjersti, la donna norvegese che da Boden è seduta di fronte a me e che non ha smesso un secondo di lavorare a maglia. Kjersti ha viaggiato 1.400 chilometri da Narvik a Stoccolma per andare a comprare lana e altri tessuti di scarto nel suo negozio dell’usato preferito a Södermalm, e ora, tre giorni dopo, sta tornando a casa.

Mi dice che conosce bene Kiruna perché il suo figlio minore ha lavorato alla miniera per un periodo: una volta guidando tra Kiruna e Narvik ha investito un alce, un’altra volta tre renne. Questo è successo nei quattro mesi “in cui il sole ci abbandona”, da novembre a febbraio. A parte Kjersti e qualche famiglia in vena di una vacanza diversa dal solito, nel mio scompartimento sono tutti maschi, tutti di età compresa tra i venti e i 45 anni, tutti vestiti con abiti spartani e per la gran parte immersi nel sonno profondo di chi fa lavori fisicamente spossanti. Non ci vuole molto a capire che sono tutti dipendenti della Luossavaara-Kiirunavaara Aktiebolag (Lkab), che a Kiruna gestisce la più grande miniera di materiali ferrosi del mondo.

Non stupisce che la storia di Kiruna vada di pari passo con la grande success story dell’epoca industriale, la ferrovia

Se avessi detto che quest’estate andavo in vacanza in Svezia per vedere il sole di mezzanotte, per campeggiare all’aperto sulle pendici di qualche montagna o per dedicarmi agli sport estremi sono certo che avrei ricevuto in risposta commenti ammirati e sorrisi di approvazione. Invece quando ho detto che andavo a Kiruna devono avermi preso per matto, perché basta cercare il nome della città su Google Images per rendersi conto che Kiruna demolisce in un colpo solo tutto l’immaginario di renne e aurora boreale che la Lapponia generalmente porta con sé.

Sebbene la presenza di un grande giacimento di ferro sepolto sotto le montagne gemelle di Kiirunavaara e Luossavaara fosse nota almeno dal 1696, aprire una miniera a una latitudine così estrema era impensabile prima dell’industrializzazione per cause che vanno dalla rigidità del clima, che in inverno raggiunge i -40 °C, alla difficoltà di progettare strade che non cedano al peso dei veicoli nel terreno paludoso della taiga. Per questo non stupisce che la storia di Kiruna vada di pari passo con la grande success story dell’epoca industriale, la ferrovia.

Le basi per lo sfruttamento della miniera furono poste nel 1884, con la costruzione del tratto di ferrovia tra Luleå e il grande porto di Narvik in Norvegia. Nel 1888 fu creata la Luossavaara-Kiirunavaara aktiebolag (dove aktiebolag è l’equivalente dell’anglosassone Ltd), e centinaia di uomini stabilirono attorno alle pendici della Kiirunavaara in baracche di legno. Nel 1900 la Lkab decise di dare un riconoscimento giuridico all’insediamento e di fondare la città di Kiruna, abbreviazione del nome sami della montagna.

In estate Husky Voice organizza passeggiate con i cani da slitta nelle foreste: un esempio di come l’economia di Kiruna si è riconvertita al turismo dopo la deindustrializzazione. La foto è stata scattata nell’agosto del 2016.

La miniera fece parlare di sé quarant’anni più tardi, quando Adolf Hitler tentò di prendere il controllo di Narvik con l’idea di risalire la linea ferroviaria fino all’entroterra svedese e appropriarsi dei giacimenti. Quella consumata dalle forze britanniche sul confine tra la Norvegia e la Svezia l’8 giugno 1940 fu la prima vittoria alleata contro la Wermacht, la cui potenza militare sarebbe stata forse inarrestabile se alimentata con il ferro della Lkab.

Ancora oggi gli abitanti di Kiruna che vivono abbastanza vicino alla miniera sentono le esplosioni che da un secolo scuotono la cittadina nel cuore della notte: sono dovute alle cariche di dinamite utilizzate per scavare i tunnel, e fanno così parte del panorama sonoro quotidiano che nessuno ne è infastidito.

Come molte città la cui esistenza è legata a doppio filo con la presenza di una grande industria (in Italia ne abbiamo tante, da Piombino a Rosignano Solvay a Taranto) il rapporto tra gli abitanti di Kiruna e la Lkab è quasi simbiotico. Ma mentre gli operai dell’Ilva vivono una sorta di conflitto perenne con un’azienda che secondo la perizia del 2010 ha provocato 637 morti in sette anni nel solo quartiere di Tamburi, il più vicino agli altoforni, Kiruna sembra vivere una relazione pacificata con la miniera.

Viktoria Walldin, di cui parleremo più avanti, ha detto una volta che “se la miniera dice ‘salta’ gli abitanti di Kiruna saltano”. Sembra un gioco di parole, ma la storia ha provato che non lo è affatto nel 2010, quando il comune di Kiruna ha deciso lo spostamento della città tre chilometri verso est perché le gallerie della miniera stavano mettendo a rischio la stabilità degli edifici. La miniera ha detto “spostati” e la città di Kiruna si è spostata, o almeno ha cominciato a farlo.

Le cose che ti circondano ci sono e non ci sono più, come in una metafora secentesca del tempo

“Kiruna sta sprofondando. Anche adesso, proprio qui, ma il movimento è troppo impercettibile per rendercene conto”, spiega Klara, una donna di 70 anni, con i capelli di un bianco che tende all’azzurro, impiegata nell’ufficio turistico della città.

L’edificio si affaccia su un grande parcheggio gremito di pick-up che non hanno l’aria di sprofondare, ma all’interno una mostra organizzata dalla Lkab mi spiega il contrario: il metodo estrattivo utilizzato, chiamato sublevel caving, prevede continue esplosioni nella vena mineraria che frantumano il materiale ferroso e lo fanno collassare in una rete di tunnel al livello inferiore.

Come conseguenza, il terreno soprastante frana per riempire le cavità rimaste vuote, e anche se usare i sottolivelli rappresenta il metodo estrattivo più sicuro (dice la Lkab), l’effetto in superficie è la comparsa di deformazioni che si avvicinano alla città di 40 metri all’anno, minacciando le fondamenta degli edifici. Secondo i calcoli, nel 2033 le deformazioni dovrebbero raggiungere le aree della città più vicine alle pendici della Kiirunavaara. Nel 2100, all’incirca cinquemila case e 700mila metri quadrati di terreni edificati saranno a rischio di collasso.

Nient’altro che bosco
Al di là della sfida urbanistica, su cui torneremo, l’aspetto umano dello spostamento fa riflettere. Durante la settimana che ho trascorso nella Lapponia svedese mi sono chiesto parecchie volte cosa significasse veder scomparire la propria città, poi un evento tragico mi ha aiutato a capirlo. Poche settimane dopo il mio ritorno da Kiruna, il 24 agosto, un terremoto che ha ucciso 295 persone ha distrutto vaste aree delle città di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Le zone che saranno ricostruite, se e quando lo saranno, non saranno più uguali alle zone originali di quanto una fotografia lo sia al proprio modello. Quella zona d’Italia, per come la ricordano i suoi residenti, non esisterà più.

Quello che gli abitanti di Kiruna vivono in questi anni deve somigliare a un terremoto al rallentatore: la mattina ti alzi e vai al lavoro, torni a casa dalla tua famiglia, il sabato sera vai a giocare a bowling e anche se non te ne accorgi il posto che hai sempre chiamato casa sta scomparendo sotto i tuoi occhi. I piani urbanistici sono stati tracciati, i cantieri saranno aperti. Ci sono i progetti per smontare e trasportare i pochi edifici che troveranno posto nel centro della nuova Kiruna, tra cui la chiesa neogotica che nel 2001 è stata votata come l’edificio pubblico più bello di Svezia. Le cose che ti circondano ci sono e non ci sono più, come in una metafora secentesca del tempo.

Un night club di Kiruna, agosto del 2016.

E forse non è un caso, allora, che Kiruna sia piena di neonati: ci sono bambini ovunque, tenuti per mano e spinti sui passeggini da genitori giovani e talvolta giovanissimi. Qui, chi non va via per studiare fa figli presto, una conseguenza del fatto che la popolazione è in larga parte maschile, al punto che ancora oggi un terzo degli uomini non riesce a trovare una donna da sposare.

Se all’immagine di queste giovani famiglie sovrappongo la scala temporale vertiginosa del progetto di migrazione della città qualcosa scatta dentro di me: quando la nuova Kiruna sarà inaugurata questi bambini avranno diciassette anni; quando il progetto sarà completato anche nelle sue fasi secondarie (quando le ex aree cittadine saranno state riconsegnate alla natura e i bordi frastagliati della nuova città permetteranno alla foresta di penetrarla mescolandosi in maniera organica con la zona costruita del nuovo centro) i neonati di oggi avranno ottantaquattro anni. Molti di loro, penso guardando una coppia con passeggino passarmi davanti, lei tailandese, saranno morti, e le case dove sono nati non saranno nient’altro che bosco.

A Kiruna però non ci sono solo minatori che fanno figli a vent’anni ed escursionisti che girano con una chitarra e una canna da pesca come tanti Christopher McCandless attratti dal campo magnetico del nord. C’è anche una terza categoria di persone, ingegneri, principalmente, ma di una razza particolare: Kiruna infatti è uno dei principali centri di ricerca spaziale dell’intera Europa, e lo è da così tanto tempo che i suoi abitanti lo danno per scontato. “Non è una cosa che mi tocca molto”, mi dice Martin, il proprietario di un confortevole bar vicino alla stazione dei pullman, mentre mi aiuta a localizzare su Google Maps il posto dove voglio andare, a quaranta chilometri da Kiruna in quella che, vista dalla mappa, sembra una distesa senza fine di pini. “Ma tra qualche anno forse sarà diverso”, aggiunge.

La porta d’ingresso europea allo spazio
“Tra qualche anno” sarà il momento in cui Spaceport Sweden, la nuova protesi dell’aeroporto di Kiruna, farà ciò che ha promesso di fare, e cioè diventare, cito dal sito web, “the European gateway to space”, la porta d’ingresso europea allo spazio. Spaceport Sweden esiste grazie a una lunga tradizione di ricerca spaziale cominciata nel 1957 con la fondazione dell’Istituto svedese di fisica spaziale (Irf) e seguita nel 1964 da quella del centro spaziale Esrange, dove mi sto dirigendo grazie alle indicazioni di Martin.

Per raggiungerlo bisogna guidare per una ventina di chilometri in direzione di Luleå, attraversare due paesi dai nomi sami, Jukkasjärvi e Paksuniemi, e poi inoltrarsi nella foresta. Per quasi mezz’ora si vedono solo conifere e betulle nane, piccoli laghi, di nuovo conifere. Poi la strada si interrompe bruscamente davanti a un cancello sbarrato accanto al quale un piccolo centro visitatori propone una mostra sulle attività della Swedish space corporation, l’azienda che dal 1972 ha assunto la direzione del centro che un tempo era gestito dall’European space research organisation (che precedette l’Agenzia spaziale europea, Esa). Oggi l’Esa possiede, poco distante, antenne che forniscono supporto ai satelliti in orbita terrestre bassa e le cui attività sono gestite quasi interamente in remoto dalla sede del Centro europeo per le operazioni spaziali in Germania.

Fino a un secolo fa questo era pieno territorio sami, un’area di foresta selvaggia che andava bene solo per la transumanza delle renne praticata, nonostante la modernità, da una popolazione abituata a vivere nel gelo artico da cinquemila anni. Oggi, nell’arco di meno di trenta chilometri, disposti tutti in fila lungo l’unica strada statale della regione, ci sono l’Irf, un’antenna dell’Esa, il famoso Ice hotel, il primo albergo costruito completamente di ghiaccio e motivo principale di attrazione per i turisti non escursionisti che arrivano a Kiruna, e infine Esrange. I sami hanno mantenuto quello che con un benevolo eufemismo chiamano “campo” proprio di fronte all’Ice hotel, un ettaro di terreno scarso dove i bambini si divertono a nutrire qualche renna cresciuta in cattività.

Il lago di Jukkasjärvii su cui si affaccia l’Ice hotel, agosto del 2016.

Spaceport Sweden ha fiutato l’occasione unica di inserirsi alla congiuntura di un desiderio ludico emergente e di una conoscenza tecnica radicata: nessun altro luogo in Europa può garantire un flusso di turisti amanti degli sport estremi, fenomeni atmosferici come l’aurora boreale e una comunità scientifica con conoscenze specialistiche nell’ambito delle missioni spaziali.

Nello stesso anno della sua inaugurazione, il 2007, Spaceport Sweden ha annunciato una collaborazione con Virgin Galactic per offrire un servizio di voli spaziali suborbitali per turisti. Sebbene il lancio del progetto sia stato ritardato dopo il catastrofico incidente dello spazioplano SpaceShipTwo nel deserto del Mojave, in California, durante il volo inaugurale del 2014, i piani non si sono fermati.

Già oggi a Kiruna è possibile sperimentare l’assenza di gravità a bordo di un Airbus a 29mila piedi di altitudine: il prezzo per l’esperienza è di 6.340 euro a persona. Il passo successivo, già pubblicizzato sul sito web, è una vera e propria gita nello spazio, a 360mila piedi di altitudine, durante la quale “guardare fuori del finestrino e vedere centinaia di miglia in ogni direzione, la curva luminosa della superficie terrestre e il nero dello spazio profondo”.

Non si tratta solo di trasferire la città da un luogo all’altro, ma anche di cancellarne le tracce attraverso un’opera attiva di riforestazione

Magnus Fredriksson è un videoartista nato a Kiruna nel 1977. Da qualche anno è anche il presidente di Kiruna konstgille (letteralmente La corporazione delle arti di Kiruna), un’associazione fondata nel pieno della seconda guerra mondiale e che da allora raccoglie intorno a sé il mondo artistico cittadino.

Nella storia di Kiruna l’arte ha avuto un ruolo più importante di quello che ci si potrebbe aspettare: Hjalmar Lundbohm, il fondatore della città e il primo direttore della Lkab, era un collezionista e considerava le arti come uno strumento efficace per offrire svago dal lavoro in miniera. Questo legame è ancora visibile oggi nel palazzo municipale della città, che funge anche da principale sala espositiva per le mostre temporanee e ospita una collezione permanente di opere che vanno dagli anni sessanta ai giorni nostri.

Sfortunatamente per Magnus, però, il municipio non è tra gli edifici che troveranno posto nella nuova Kiruna. La nuova sede è stata disegnata dallo studio di Henning Larsen, l’architetto danese che ha progettato l’iconico teatro dell’Opera di Copenaghen, e ha la particolarità di non avere pareti piane ma solo curvilinee, un dettaglio che si sposa male con la possibilità di usarne gli ambienti per esporre quadri: quando il municipio sarà migrato dal vecchio al nuovo edificio la collezione d’arte che ospita finirà in gran parte in magazzino.

Eterna lotta tra natura e cultura
Magnus è preoccupato del fatto che i piani per lo sviluppo della nuova città non tengano conto di un patrimonio artistico non trascurabile: né la municipalità né la miniera sembrano interessate a pagare per costruire una galleria d’arte. “Nel frattempo è cominciata la costruzione di due enormi palazzetti dello sport, un nuovo poligono di tiro e un centro per il tiro con l’arco”, e molto ancora deve arrivare.

Si tratta di problemi difficili da risolvere. Il piano di ricollocazione presentato dallo studio White di Stoccolma, la più prestigiosa firma architettonica svedese, prevede la trasformazione delle ex aree urbane in una zona di natura interstiziale che, per usare le parole della Lkab, “fungerà da transizione tra la città e l’area industriale”, il Mine city park. Dunque non si tratta solo di trasferire la città da un luogo all’altro, ma anche di cancellarne le tracce attraverso un’opera attiva di riforestazione. Quello che si guadagna in termini di tutela dell’ambiente e pianificazione urbanistica lo si perde dal punto di vista della conservazione del patrimonio storico e culturale. Nell’eterna lotta tra natura e cultura, niente è meno simile all’idea di museo di una vegetazione imposta dalla mano umana per far scomparire le tracce di un passato altrettanto umano.

L’interno del municipio viene usato da Kiruna konstgille per esporre una collezione permanente che va dagli anni sessanta a oggi e per organizzare mostre temporanee. Il nuovo municipio non avrà pareti piane e dunque non potrà esporre quadri alle pareti. La foto è stata scattata nell’agosto del 2016.

Anche perché la memoria, quella che un giorno le piante sommergeranno, non è completamente inscrivibile nella pietra. La persona delegata a fare i conti con questo aspetto della trasformazione è Viktoria Walldin, una socioantropologa assunta dallo studio White proprio per gestire la componente umana del progetto. Kiruna non è la prima città della storia a essere completamente spostata, ma è senza dubbio quella la cui ricollocazione avrà l’impatto umano maggiore.

I precedenti hanno coinvolto poche centinaia di persone che vivevano in condizioni precarie, non una città di diciottomila abitanti con una storia lunga più di un secolo. Parlando al Grid, una specie di Ted svedese, nel 2015 Walldin ha messo in relazione la sua infanzia in un quartiere povero di Stoccolma con il senso del luogo che si sviluppa nelle comunità radicate, e sollevava una domanda centrale raccontando il caso di una donna che lamentava la perdita della panchina sulla quale aveva dato il primo bacio: non c’è piano architettonico o di conservazione abbastanza granulare da conservare questo “infraordinario”, eppure è a questo genere di dettagli più che ai landmark che le persone sono legate nella loro vita quotidiana.

Il rischio che questo futuro somigli a un parco giochi per l’era spaziale è concreto

Sotto la guida di Walldin, Kiruna si è dotata di due forum biennali. Il primo, per così dire estroverso, è dedicato alla progettazione partecipata degli spazi comuni della nuova città. Il secondo è un luogo deputato all’elaborazione psicologica del lutto: non ha lo scopo di produrre niente ma solo quello di dare spazio alla lamentazione, come nel rito funerario di una civiltà tradizionale.

Se gestire il trauma umano richiede dosi di empatia non comuni, l’ideazione del progetto di trasferimento sarebbe inconcepibile senza capacità visionarie, e non è un caso che nella progettazione della nuova città lo studio White si sia affidato alla consulenza di Mark Szulgit, un architetto californiano che da vent’anni vive a Jukkasjärvi perché, come dice in un documentario proiettato in loop nelle sale del municipio, “gli è sempre piaciuta la neve”.

Szulgit ha fatto parte dell’équipe interdisciplinare che negli anni novanta ha collaborato alla creazione dell’Ice hotel, il primo igloo turistico del mondo, progettato come un hotel di lusso per zone dalle condizioni estreme (si dorme a -5 °C sotto pelli di renna, per esempio).

Progetti come l’Ice hotel hanno contribuito a ridefinire il concetto di wilderness lappone nei termini di un’esperienza controllata del limite: già all’epoca, l’area naturale riconvertita ad area industriale era pronta per una terza trasformazione in area ludica, una metamorfosi che la nuova Kiruna sta portando a compimento. Per questo le paure di Magnus sul futuro della città non sono prive di fondamento: perché il rischio che questo futuro somigli a un parco giochi per l’era spaziale è concreto.

Il passato diventa bene di consumo
Nella vetrina della sede che ha aperto a Kiruna dopo aver vinto il bando per il progetto, lo studio White ha esposto un cartello. Le lettere, ritagliate in una lastra di alluminio come un’opera d’arte concettuale e illuminate da un neon giallo da sala giochi anni ottanta, dicono: “Kiruna is like Detroit. It’s a little bit of everything. It’s contemporary. It’s vintage. It’s artful. It’s rock & roll. It’s sometimes pretty, sometimes gritty. It’s musical. It’s uplifting. It’s my city. And I love it”. Mi viene in mente il declino di Detroit, e poi, con un salto concettuale nemmeno troppo azzardato, la Harlan County raccontata da Alessandro Portelli nei suoi articoli per il Manifesto degli anni settanta: in entrambi i casi la visione stona, perché quello che vedo davanti a me non è conflitto sociale e sopravvivenza alle macerie dell’industria. Quello che vedo è più vicino a Shoreditch o Williamsbourg, quartieri diventati simbolo della gentrification delle città occidentali. Il passato che non viene sovrascritto, si trasforma in un bene di consumo.

Quella che lascio dopo una settimana, risalendo sul treno che mi porterà a Stoccolma, è una città nel mezzo di qualcosa che travalica ampiamente l’urbanistica, e anche l’architettura nel suo senso più elevato di progettazione di spazi per l’abitare. È un esperimento su una scala mai tentata prima d’ora che ci parla del nostro rapporto con il tempo e con la memoria in un’epoca in cui la tecnica ci permette di fare quello che non potevamo fare, e di come gli interessi economici plasmino pesantemente le forme di questo rapporto.

Se sarà anche un modello sostenibile per gli abitanti di Kiruna, i Magnus e i Martin e i bambini di oggi che saranno i cittadini di domani, ce lo potrà dire solo il tempo. E nel 2100, a meno di derive che piacerebbero all’ultimo DeLillo, nessuno di noi sarà qui per testimoniare.

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