Nel sottoscala di un edificio di Beirut, nella zona di Geitawi, un quartiere borghese della capitale libanese, i clienti entrano ed escono con aria preoccupata dall’ufficio di Michel, immerso nella penombra. A febbraio la fattura che l’operatore di generatori privati ha presentato alle settecento famiglie e attività commerciali della zona, a cui fornisce dodici ore d’elettricità al giorno, è aumentata del 25 per cento, toccando le 7.782 lire libanesi (circa quaranta centesimi d’euro) per chilowattora.

“Per favore, non posso pagare. Devo comprare da mangiare”, gli dice una donna anziana, baciandolo sulla guancia. L’imprenditore, rassegnato, non può immaginare di “staccare la spina” agli abitanti del quartiere in cui è cresciuto. “Sono sempre di più le persone che non possono pagare”, dice, “e io non rientro nei costi. Guadagnavo bene prima della crisi, ma oggi sono in difficoltà”.

Cari, rumorosi e inquinanti, gli ottomila generatori privati che coprono gli edifici del paese dei cedri con i loro cavi simili a spaghetti hanno preso il sopravvento sulla società elettrica nazionale, la Electricité du Liban (Edl). Il settore elettrico, fortemente sovvenzionato, è crollato con la crisi finanziaria, dopo decenni di cattiva gestione e corruzione costate allo stato – tra il 1993 e il 2020 – 43 miliardi di dollari (37,8 miliardi di euro), ovvero il 46 per cento del debito pubblico.

Dalla primavera del 2021 la banca del Libano non può più finanziare le importazioni di carburante che alimentano le due centrali del paese. Una donazione di gasolio dell’Iraq permette ancora all’Edl di fornire due ore d’elettricità al giorno, ovvero circa cinquecento megawatt (Mw) rispetto alle 1.500 precedenti, ma i bisogni sono stimati intorno ai tremila Mw. I libanesi, abituati alle basse tariffe dell’Edl, immutate dal 1994, e a una riscossione irregolare dei pagamenti, hanno visto aumentare esponenzialmente le loro loro bollette elettriche. Da quando sono state ritirate le sovvenzioni ai carburanti, nell’autunno del 2021, le tariffe dei generatori si sono allineate alla quotazione del gasolio, che a metà febbraio ha toccato gli ottocento dollari a tonnellata.

Concorrenza organizzata
I risparmi dei libanesi, consumati dal crollo della valuta nazionale, che ha perso il 90 per cento del valore nei confronti del dollaro, si assottigliano. Permettersi un pacchetto da cinque ampere – necessario ad accendere lampadine, frigo e tv – a 1,5 milioni di lire libanesi al mese, ovvero quasi il doppio del salario minimo, è diventato un lusso in un paese dove l’84 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Tariffe elevate, tagli senza preavviso, minacce di disattivazione del servizio: i libanesi continuano a infuriarsi contro la “mafia dei generatori”, i 3.500 operatori che controllano quest’attività illegale ma tollerata dallo stato. Questo settore informale ha beneficiato del crollo dell’Edl e dell’inerzia dei dirigenti politici. Nel 2018, secondo la Banca mondiale, soddisfaceva il 40 per cento della domanda di elettricità e aveva più di un milione di clienti. “La concorrenza al loro interno è organizzata. Possono tagliare l’elettricità quando vogliono”, spiega Marc Ayoub, esperto d’energia all’Università americana di Beirut.

“Alcuni operatori si mettono d’accordo per aumentare il prezzo e obbligare la gente a pagare”, conferma un operatore del quartiere di Achrafieh, che preferisce restare anonimo. “In alcuni villaggi l’operatore paga il sindaco per agire indisturbato. Taglia l’elettricità a chi contesta le tariffe e impedisce agli altri operatori d’installarsi”. Questo settore è una manna, non tassata, che dà da vivere a più di quarantamila persone. Secondo la Banca mondiale, nel 2018 l’affitto di un generatore da cinquecento chilovoltampere (kVA) generava in media 4.200 dollari di profitto al mese – all’epoca quattro volte il reddito medio di una famiglia – mentre un grosso operatore (da cinquemila kVA) poteva guadagnare tra i 160mila e i 211mila dollari al mese.

Richiamo all’ordine
Lo stato, sotto la pressione dei consumatori, ha cercato di regolamentare il commercio. Nel 2011 il ministero dell’energia aveva imposto un sistema tariffario. Nel 2018 è diventata obbligatoria l’istallazione di contatori. Questa direttiva è stata poco seguita a Beirut, dove prima della crisi le interruzioni elettriche duravano appena tre ore al giorno, rispetto alle dodici del resto del paese. Dopo un richiamo all’ordine, alla fine del 2021, il ministero dell’economia ha stimato che in Libano il 75 per cento dei clienti è dotato di contatori.

Alcuni clienti non li vogliono, sapendo che il loro consumo supera il canone fisso. Gli operatori rifiutano d’installarli a spese loro (circa nove euro l’uno). Alcuni non li installano e basta. “Molte persone usano poca elettricità, è più conveniente fatturarla a prezzo fisso. Avere molti piccoli consumatori dotati di contatori non è un buon affare per noi: il generatore continua a girare, che le persone consumino o meno”, spiega l’operatore di Achrafieh, che dichiara di fare “mille dollari di profitto al mese, rispetto ai cinquemila di prima”. Ha 350 clienti, quasi tutti con un abbonamento fisso.

“In Libano non si può chiedere conto a uno stato corrotto, quindi siamo noi a essere accusati. Ma il sistema tariffario imposto dallo stato non ci permette di recuperare le spese”, replica un altro operatore di Beirut, che chiede di restare anonimo. Per limitare le perdite ha lasciato un centinaio di clienti che non pagavano più, su duemila famiglia dotate di contatore. La fattura di gasolio e dei pezzi di ricambio, in dollari, s’è impennata. Le rimesse di denaro, in lire libanesi, soffrono la fluttuazione dei tassi di cambio. “Non hanno più gli stessi margini di profitto di prima, ma comunque guadagnano. Dipende da come si comportano con i clienti. Alcuni hanno cominciato a fatturare in dollari”, sostiene invece Marc Ayoub.

Dalla primavera del 2021 la banca del Libano non può più finanziare le importazioni di carburante che alimentano le due centrali del paese

La penuria di gasolio fa lievitare le bollette. Gli operatori dipendono da tredici importatori privati che controllano, sotto licenza dello stato, il 70 per cento delle importazioni di prodotti derivati dal petrolio nel paese. Formano un cartello che si spartisce il mercato. Sono loro che beneficiano più di tutti del mercato dei generatori, secondo la Banca mondiale, che in un rapporto sottolinea la “contiguità tra gli azionisti di queste società e l’establishment politico del paese”. Il leader druso Walid Jumblatt e suo figlio Taymur, per esempio, detengono il 40 per cento delle azioni della società Cogico, mentre i fratelli Teddy e Raymond Rahmé, noti per la loro vicinanza al capo del parlamento Nabih Berri e al leader cristiano Sleiman Frangié, sono a capo della società ZR Energy.

Gli importatori di prodotti derivati del petrolio hanno ottenuto importanti profitti all’epoca in cui i carburanti erano sovvenzionati. Alcuni sono accusati di alimentare, con i loro distributori, il mercato nero e il contrabbando verso la Siria, dove il gasolio è venduto a un prezzo più alto.

In mano ai partiti
“Durante le penurie dell’estate 2021 se avevi davvero bisogno di gasolio il nostro fornitore ci proponeva di cercarne sul mercato nero, a un prezzo molto più alto. Quel gasolio è quasi interamente destinato al mercato siriano. Succede ancora oggi”, spiega un operatore di Sin el Fil, a Beirut. In molti si riforniscono ancora quasi totalmente su questo mercato. “Ho comprato del gasolio sul mercato nero a Baalbek (vicino alla frontiera siriana), ho perfino istallato una cisterna. È vietato, ci prendiamo dei rischi”, racconta Abed Hamid, un piccolo operatore del quartiere di Tarik Jdidé, che dice di pagare il 10 per cento in più rispetto al mercato ufficiale.

In passato la zona aveva beneficiato della generosità dei partiti politici che usano il gasolio a fini clientelari. Il partito Movimento per il futuro di Saad Hariri, che detta legge in questo quartiere a maggioranza sunnita, nel settembre del 2021 gli aveva dato “alcuni buoni per acquistare tra le tre e le quattro tonnellate sul mercato ufficiale”. Ne abbiamo avute solo una e mezza e abbiamo dovuto pagare il trasporto, dice Hamid, che avrebbe bisogno di otto tonnellate al mese. “Poi c’è stato il gasolio iraniano: la società Amana, controllata da Hezbollah, è venuta a trovarci e ci ha dato sei tonnellate per un mese. Un gesto politico”, continua. In segno di sfida nei confronti dello stato, il partito islamista sciita aveva annunciato ad agosto l’importazione di gasolio iraniano, fatto arrivare attraverso la Siria.

Anticipando i nuovi aumenti del prezzo del gasolio, gli operatori dicono che dovranno razionare ulteriormente le ore d’attività dei generatori, soprattutto d’estate. “Per ridurre le bollette dell’elettricità, occorre che l’Edl ne fornisca almeno quindici ore al giorno e che lo stato smetta di fatturarci il gasolio in dollari”, sostiene Abdo Saadé, rappresentante del sindacato dei fornitori di generatori. “Non possiamo continuare a dipendere da queste fonti così inquinanti”, replica Marc Ayoub, che invita a una riforma del settore dell’elettricità e a una transizione verso le energie rinnovabili. Rispolverata da ogni governo, sotto la pressione dei donatori internazionali, questa riforma non è mai stata messa in pratica.

“Le soluzioni sono sempre state chiare e semplici, sia tecnicamente sia operativamente, ma si complicano appena interviene la politica. Non so se i politici abbiano preso coscienza del fatto che non si può andare avanti così”, dice il ministro dell’energia Walid Fayyad. Il piano di riforme che ha presentato a febbraio mira a una copertura elettrica da parte dell’Edl di 24 ore su 24 da qui a cinque anni. Dalla sua attuazione dipende anche l’importazione di gas egiziano e di elettricità dalla Giordania, via Siria, grazie a un prestito della Banca mondiale, che potrebbe fornire rapidamente dalle sei alle otto ore supplementari.

“Tutta questa elemosina per garantire, al massimo, dieci ore al giorno. Chi si occuperà del resto? Noi fornitori di generatori”, dice Abdo Saadé, certo che il settore abbia ancora un bel futuro davanti a sé. “Noi siamo l’istituzione e loro l’alternativa. Non il contrario, come sostengono”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato da Le Monde.

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