24 aprile 2022 09:33

“Combattere per la vittoria finale”, “Riprendere il continente”. Gli slogan dell’epoca di Chiang Kai-shek sono ancora lì, sugli edifici in marmo e granito del villaggio Qinbi, da dove un tempo venivano diffusi anche attraverso una stazione di trasmissione rivolta ai nemici. “Sento questi spari da quando sono piccolo, perché dovrei essere preoccupato?”, dice il signor Chen mentre fuma una sigaretta sul belvedere di fronte all’isola di Gueishan. In sottofondo il rumore dei colpi di un’esercitazione militare.

Siamo a Beigan, una delle cinque isole abitate dell’arcipelago delle Matsu, nello stretto di Taiwan. In acqua si vede passare una decina di navi commerciali cinesi. In cielo, poche settimane fa, un aereo militare di Pechino è passato molto vicino all’isola di Dongyin, il territorio più settentrionale amministrato da Taipei. Dall’altra parte dello stretto di Formosa, che in questo punto è largo non più di una ventina di chilometri, oltre un velo di foschia s’intravede la provincia cinese del Fujian.

Le Matsu non sono amministrate dalla Repubblica popolare cinese, ma non siamo nemmeno esattamente a Taiwan. L’arcipelago è la manifestazione più concreta della Repubblica di Cina, quella che il nazionalista Chiang Kai-shek trasferì a Taiwan nel 1949. Oltre alle statue della dea dei mari Mazu (o Matsu), che dà il nome all’arcipelago, ci sono anche quelle del leader del Kuomintang, che al contrario di quel che accade a Taiwan, qui non sono rimosse e abbandonate in qualche parco di periferia. “Perché dovremmo toglierle? Gli abitanti di Matsu non odiano Chiang e la storia non si cancella. Senza contare che sono anche un’attrazione turistica”, dice Chang Longde, segretario generale del governo locale, guidato dal Kuomintang. Il partito nazionalista cinese qui domina ininterrottamente da decenni ed è per ora rimasto immune alla crisi d’identità che sta vivendo a Taipei e dintorni.

Le isole Matsu, bersaglio dei bombardamenti di Mao Zedong negli anni cinquanta e sessanta, hanno sempre fatto parte della Repubblica di Cina dalla sua fondazione (1912) e non sono mai state colonizzate dal Giappone. E l’arrivo di Chiang dopo la sconfitta nella guerra civile non è stato vissuto come un’occupazione. “La popolazione di Matsu si è sempre sentita appartenente a una sola famiglia, quella cinese”, spiega Chang. Del resto l’arcipelago fa parte della contea di Lienchiang, il cui territorio si divide tra una parte amministrata dalle Matsu (e dunque da Taiwan) e una parte amministrata dal Fujian (quindi dalla Repubblica popolare).

Promesse turistiche
Fino al 1992, anno in cui è stata abolita la legge marziale (cinque anni dopo rispetto all’isola principale di Taiwan), la maggioranza degli abitanti delle Matsu era composta da soldati. Dai cinquantamila di un tempo, ora sono circa tremila su una popolazione di 13mila persone, che negli ultimi anni è aumentata. Così come l’industria del turismo, che da meno di tremila visitatori di trent’anni fa è passata ad accoglierne circa 200mila (prima della pandemia di covid-19) con un tasso di crescita annuale tra il 25 e il 30 per cento dal 2015 in avanti.

“Molti giovani decidono di trasferirsi qui. Non solo figli di persone originarie delle Matsu, ma anche taiwanesi”, spiega Chang. Tra questi ci sono anche i due fratelli Zhang, che otto anni fa sono arrivati dalla città industriale di Hsinchu e hanno aperto il primo bar/bed and breakfast dell’arcipelago. Ne sono seguiti tanti altri. “Ma il governo non sostiene abbastanza l’industria turistica. Mancano infrastrutture e mezzi di trasporto”, dice la giovane gestora del bed and breakfast. “Senza contare le difficoltà dovute alla sospensione dei voli dall’inizio della pandemia”, aggiunge, e alla mancanza dei visitatori dalla Repubblica popolare, visto che il collegamento tra Matsu e il Fujian è interrotto da più di due anni.

Il segretario generale del governo locale garantisce che la situazione migliorerà. “Costruiremo un ponte tra le isole di Nangan e Beigan, amplieremo l’aeroporto di Beigan e ristruttureremo l’area di quello di Nangan con l’aggiunta di nuove strutture ricettive”, promette Chang. “Ma abbiamo bisogno del sostegno del governo centrale”.

Se Taiwan è in prima linea davanti alle ambizioni cinesi, le isole Matsu sono il fronte di questa prima linea

C’è anche un altro ponte che potrebbe sorgere in futuro tra le Matsu e il Fujian. Il progetto rientra in un più ampio programma d’interconnessione che prevede anche la realizzazione di collegamenti idrici ed elettrici. È un’idea di cui il governo del Fujian aveva parlato prima della pandemia, ma che il recente aumento delle tensioni sembrava aver fatto saltare definitivamente. Chang non la pensa così. “Noi eravamo favorevoli a questo progetto, ci aiuterebbe a rafforzare il turismo e l’economia. Ma serve il via libera del governo centrale”. Sembra difficile, se non impossibile, che questo possa succedere con il Partito progressista democratico (Dpp) al governo. “Ma”, dice Chang, “al di là delle parole, l’amministrazione di Tsai Ing-wen non vuole rompere tutti i rapporti con Pechino”.

Eppure la costruzione di un ponte tra le Matsu e il Fujian potrebbe estendere l’area grigia entro cui l’esercito cinese si muove con sempre maggiore assertività. Quasi un inglobamento di fatto. Se Taiwan è in prima linea davanti alle ambizioni cinesi, le Matsu sono il fronte di questa prima linea. Molti analisti ritengono che in caso di attacco militare cinese, proprio queste isole potrebbero essere il primo bersaglio, in una sorta di stress test per saggiare le intenzioni degli Stati Uniti e costringere il governo taiwanese a sedersi al tavolo negoziale. Anche perché, rispetto a Kinmen, qui si trova un sito missilistico che viene ritenuto un obiettivo sensibile. Secondo l’ex ammiraglio Tan Chih-lung l’isola di Dongyin sarebbe tra i primissimi obiettivi militari di un attacco cinese.

Una delle tante statue di Chiang Kai-shek. (Lorenzo Lamperti)

“Ma io continuo a pensare che il Partito comunista non voglia la guerra. Molti fanno paragoni con il conflitto in Ucraina, ma la Cina è molto diversa dalla Russia. Credo anzi che l’invasione russa stia creando più problemi che opportunità a Xi Jinping”, aggiunge Chang. “Nei nostri contatti con il governo del Fujian si parla poco di politica, si affrontano temi molto pratici. Loro, poi, insistono sull’aspetto culturale e identitario nel tentativo di creare un legame emotivo”. Negli ultimi anni, però, le incursioni aeree e navali sono aumentate. “Ma la situazione era di gran lunga peggiore durante la terza crisi sullo stretto del 1995 e 1996. Per questo la gente di Matsu non ha paura”, dice uno dei fratelli Zhang. “Semmai, dopo la stretta a Hong Kong, più persone, non solo giovani, hanno un’opinione molto negativa della Repubblica popolare. Sarà molto difficile trovare un nuovo modello dopo il fallimento di ‘un paese, due sistemi’ (che garantiva all’ex colonia britannica autonomia e alcune libertà). Per questo la cosa migliore per Taiwan è rafforzare lo status quo”. Ma in caso d’invasione gli abitanti di Matsu sarebbero pronti a difendersi come stanno facendo gli ucraini? “Sarebbero pronte a combattere per la Repubblica di Cina. Ma se il governo di Taipei oltrepassasse qualche linea rossa, per esempio dichiarando l’indipendenza come Repubblica di Taiwan, la situazione cambierebbe”, secondo Chang.

Rinnovamento politico
“Repubblica di Cina” è infatti ancora il nome ufficiale che garantisce l’indipendenza di fatto di Taipei, che la popolazione identifica sempre di più con il nome di una forza d’occupazione. Un rimasuglio storico di cui sbarazzarsi nel percorso della costruzione dell’identità taiwanese. Perfino gli Stati Uniti in passato avevano avuto la tentazione di sbarazzarsi di questo primo cordone di sicurezza. Il destino delle Kinmen e delle Matsu fu un tema importante della campagna elettorale delle presidenziali del 1960. In quell’occasione, John Fitzgerald Kennedy cambiò il suo atteggiamento e cominciò a sostenere che lasciare quei due arcipelaghi avrebbe lanciato un messaggio sbagliato a Mao, facendogli credere che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti in difesa di ChiangKai-shek in caso di aggressione.

Non la pensa così Lii Wen, il rappresentante locale del Dpp. “Sostenere la nostra sovranità non significa trovare le differenze tra la cultura taiwanese e quella cinese. Dobbiamo aumentare il senso di appartenenza non promuovendo l’uniformità, ma la diversità”, sostiene. “Il Partito comunista continua a ripetere che chiunque s’identifichi con l’eredità culturale cinese deve stare con il governo di Pechino, ma io non sono d’accordo. L’esistenza della Repubblica di Cina e la stessa esistenza di queste isole dimostra il contrario. Sentire di appartenere alla sfera culturale cinese, non significa, per i taiwanesi, e neppure per la popolazione di Matsu, voler rinunciare a vivere in una democrazia per finire sotto un governo autoritario”.

Rafforzare il legame con territori come Matsu, secondo il giovane consigliere Lii toglierebbe un argomento a Pechino per farne il nuovo Donbass

Lii è uno dei giovani lanciati dal partito di Tsai dopo la batosta subita alle elezioni locali del 2018. All’epoca il Dpp era in grande difficoltà. Poi, il durissimo discorso di Xi Jinping per il capodanno del 2019, in cui non escludeva l’uso della forza per risolvere la questione taiwanese che “non può essere tramandata di generazione in generazione”, insieme alla repressione delle proteste di Hong Kong, hanno cambiato completamente lo scenario e spinto Tsai verso la riconferma. A Lii fu chiesto di candidarsi in uno dei distretti di Taipei in vista delle elezioni politiche del 2020. Lui però aveva un’altra idea. “Ho proposto di candidarmi alle Matsu, dove il Dpp non si presentava da 12 anni”.

Nel 2008 il suo predecessore aveva totalizzato 142 voti (3,24 per cento). Lui nel 2020 ne ha presi 706 (12 per cento). “Quando sono arrivato qui, tanti giovani erano sfiduciati perché sentivano di non poter partecipare a una vita politica blindata da figure più anziane che li dissuadevano dal provare a candidarsi e a far sentire la loro voce. Noi invece vogliamo farli parlare”. Dopo aver aperto la prima sede locale del Dpp nel 2021, oggi Lii sta selezionando i candidati in vista delle elezioni locali del prossimo autunno. “Per ogni forza politica è importante parlare anche con elettori diversi da quelli tradizionali. Nessuna parte del territorio va abbandonata, neppure le Matsu, che sono sempre apparse come una battaglia persa”, dice Lii. “Le isole offshore sono una componente fondamentale del nostro territorio. Sono una regione di confine che fornisce insegnamenti fondamentali in materia di immigrazione, ambiente, sicurezza, difesa e relazioni nello stretto”.

Obiettivi comuni
Per Lii, Repubblica di Cina e Taiwan non sono in contraddizione, ma sono due anime che possono trovare una sintesi in grado di rafforzare il percorso identitario e statuale di Taipei. “Le due entità hanno storie diverse che, dopo essersi ritrovate unite per caso per effetto di una serie di eventi imprevedibili, si stanno fondendo insieme. In molti si identificano con entrambe, anche tra i più giovani”. Lii ne è un esempio pratico: la famiglia di suo padre è emigrata dalla Cina continentale più di due secoli fa, quella di sua madre è arrivata nel 1949 dallo Shaanxi insieme agli esuli di Chiang. “Le due parti hanno simboli e riferimenti storici diversi, ma condividono lo stesso obiettivo: mantenere la sovranità nazionale”, spiega Lii. “L’esistenza delle Matsu dimostra la simultanea esistenza di due Cine, la Repubblica popolare e la Repubblica di Cina”, insiste Lii.

Rafforzare il legame con territori come Matsu, dotati di una prospettiva molto diversa da quella dell’isola principale di Taiwan, toglierebbe secondo Lii un argomento a Pechino per farne il nuovo Donbass. “Vladimir Putin ha usato l’argomento della protezione dei russofoni per invadere l’Ucraina. Qui alle Matsu si parla lo stesso dialetto che si parla a Fuzhou, nel Fujian. Le somiglianze culturali e storiche, così come i rapporti personali e familiari, tra le due sponde sono fortissimi. Questo non deve diventare una scusa per pensare di poter lasciare questa zona di confine alla Repubblica popolare”.

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Una zona di confine dove molti avamposti militari, tunnel e bunker sono diventati delle attrazioni turistiche. Alcuni sono usati per conservare il gaoliang, il liquore di sorgo fermentato prodotto tra Matsu e Kinmen e protagonista nell’incontro del 2015 tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou, primi due leader in carica delle due sponde dello stretto a parlarsi di persona. Altri ospitano esposizioni o installazioni artistiche come durante la recente prima edizione della biennale di Matsu. Le navi militari cinesi non si sono ancora avvicinate all’arcipelago. Quelle civili invece sì, portando avanti azioni di dragaggio dei fondali che il governo taiwanese ritiene illegali e per le quali ha recentemente aumentato le sanzioni economiche e le pene detentive.

La guerra in Ucraina non deve necessariamente avere un rapporto di causa effetto con la situazione sullo stretto di Taiwan. Alle Matsu nessuno pensa più a riconquistare il continente o a “distruggere il traditore Mao”, come si legge ancora sui vari cartelli affissi sugli edifici dei villaggi. “Sopravvissuti alla morte”, recita un altro con vista sulla lingua di mare che separa le Matsu dal Fujian. Un altro sparo. Un’altra esercitazione. Una decina di navi. A pomeriggio inoltrato la foschia si dirada un po’. E si vede un po’ più chiaramente il Fujian.