Un edificio bombardato a Debaltseve, Ucraina, 23 febbraio 2015. (Vadim Ghirda, Ap/Ansa)

Le violenze sessuali in Ucraina e il lungo cammino verso la giustizia

Un edificio bombardato a Debaltseve, Ucraina, 23 febbraio 2015. (Vadim Ghirda, Ap/Ansa)
05 febbraio 2019 11:04

Due anni fa Zero Impunity ha fatto luce sulle violenze sessuali commesse nel conflitto ucraino, usate dalle forze armate come mezzo di tortura nei confronti di prigionieri civili, ma commesse anche in aree vicine alla linea del fronte, e passate sotto silenzio. Nel 2017 alcune ong hanno pubblicato rapporti allarmanti su queste violenze. L’intento è di adeguare il codice penale ucraino alle norme internazionali, per renderlo funzionale in tempo di guerra e mettere fine all’impunità. Nonostante gli apparenti sforzi del governo ucraino, un reale cambiamento tarda ad arrivare.

“Ci avevano portato una ragazza, non avrà avuto più di 14 o 16 anni. A Maniaco (un criminale di guerra, ndr) non era piaciuto che fosse uscita nel corridoio senza permesso. L’ha punita mandandola in dono ai militari sulla linea del fronte perché potessero soddisfare i loro bisogni sessuali. È stata violentata diverse volte”.

Il 29 agosto 2018, alcuni attivisti e vittime di guerra che non hanno mai avuto giustizia hanno letto ad alta voce i racconti degli stupri e delle torture davanti al consiglio dei ministri di Kiev.

Olexandra Matviychuk è la leader del Center for civil liberties e di Euromaidan Sos, un’associazione che documenta gli abusi commessi dal 2014. È in piedi, altri sei manifestanti sono al suo fianco. Con i cartelli tra le mani, fronteggiano i giornalisti dando le spalle all’imponente edificio bianco dove da oltre un anno è bloccata la loro proposta di riforma del codice penale. Matviychuk sta perdendo la pazienza. “Il conflitto va avanti da cinque anni e ancora non è possibile condannare i criminali di guerra. Migliaia di vittime aspettano questa legge, una legge che può portare giustizia!”.

Il testo, redatto da alcuni esperti di diritto internazionale, potrebbe fornire gli strumenti e un quadro giuridico efficace per condannare questi crimini di guerra. Perché il problema, spiega Nataliya Pylypiv, coordinatrice dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhcr), è che “ci sono troppi vuoti legislativi nell’attuale codice penale ucraino. È ancora quello dell’epoca sovietica e, anche se è stato emendato diverse volte, non è mai stato adeguato alla realtà di un conflitto armato”. Questi vuoti legislativi impediscono all’Ucraina di condannare i crimini di guerra che si accumulano a partire dal 2014, quando è cominciato il conflitto tra filorussi e filoucraini. Il testo della riforma, ispirata al diritto penale internazionale, definisce chiaramente i crimini di guerra, comprese le violenze sessuali, e i crimini contro l’umanità.

“Il 25 agosto una fonte interna del ministero della giustizia ci ha detto che il giorno dopo il nostro progetto di legge sarebbe finalmente passato in consiglio dei ministri per essere valutato”, continua Matviychuk. “Ma, qualche ora dopo, la stessa fonte ci ha detto che sarebbe stato rimandato un’altra volta!”. Stanca di aspettare, nell’arco di una notte Matviychuk ha riunito vittime, parenti di vittime e attivisti per farsi sentire dal consiglio dei ministri. La manifestazione si è svolta un anno dopo la presentazione del progetto di riforma del codice penale che permetterà di condannare correttamente i crimini di guerra.

La manifestazione era stata indetta in seguito alla pubblicazione degli articoli di Zero Impunity, che nel 2017 ha fatto luce sui crimini sessuali nel conflitto ucraino. In collaborazione con Matviychuk, il gruppo di Zero Impunity ha messo online una petizione, firmata da 38.307 persone, che chiede la riforma del codice penale ucraino. I registi Stéphane Hueber-Blies e Nicolas Blies, promotori e creatori del progetto Zero Impunity, accompagnati dall’artista e videomaker Olivier Crouzel e da Matviychuk e dal suo gruppo, hanno anche proiettato le videotestimonianze di alcune vittime su diversi edifici, a Kiev e in altre città ucraine, per attirare l’attenzione dei politici. Ma, come sempre, i cambiamenti si fanno attendere.

Crimini di guerra in totale impunità
A cinque anni dall’inizio del conflitto armato, Pylypiv continua a incontrare vittime che le dicono di non essere riuscite ad avere giustizia, nonostante abbiano sporto denuncia alla polizia. Ma “dal 2014 la situazione non è cambiata. I civili continuano a essere imprigionati e torturati. Ce ne sono meno, ma la percentuale delle persone oggetto di violenza sessuale rimane la stessa”, spiega Anna Mokrousova. Anna lavora per l’associazione Uccello blu, che fornisce sostegno psicologico alle vittime del conflitto ucraino.

Dal 2014, la guerra tra le forze ucraine e le repubbliche separatiste filorusse ha fatto più di 10.300 morti. Tra il 2014 e il 2016, nella fase più violenta del conflitto, l’associazione riceveva da una a quindici vittime al giorno. Oggi, con le repubbliche separatiste più stabili e le forze armate organizzate meglio, “si tratta di una o due persone alla settimana”, dice Anna, ma i fatti sono gli stessi.

Minacce di stupro, stupri, scariche elettriche sui genitali: le violenze sessuali come arma di guerra, contro i civili o i dissidenti, continuano a essere utilizzate nei luoghi di detenzione da entrambi i lati della linea del fronte. Secondo il dossier War without rules: gender-based violence in the context of the armed conflict in eastern Ukraine (Guerra senza regole: la violenza di genere nel contesto del conflitto armato in Ucraina orientale), realizzato nel 2017 dalla Coalizione per la pace e la giustizia nel Donbass, tra le persone che escono dalla detenzione una su quattro ha subìto violenze sessuali.

Il problema sono i vuoti legislativi del codice penale ucraino, che non contempla né le violenze sessuali né i crimini di guerra

Nello stesso anno anche l’Unhcr ha dedicato un rapporto a questo argomento, giungendo alla stessa constatazione. “La maggioranza dei casi documentati dall’Unhcr mostra che le violenze sessuali sono state utilizzate come metodo di tortura e di maltrattamento nel contesto di detenzione legato al conflitto armato in Ucraina orientale, così come nella Repubblica autonoma di Crimea”, spiega il rapporto. Nataliya Pylypiv, che l’ha coordinato, aggiunge che, oltre che nei luoghi di prigionia, questi abusi avvengono anche in altri contesti, più difficili da documentare, come i check point e le zone lungo la linea del fronte, dove coabitano civili e militari.

Il problema, sottolineano gli attivisti, sono i vuoti legislativi del codice penale ucraino, che non contempla né le violenze sessuali né i crimini di guerra, impedendo inchieste e procedimenti giudiziari. L’attuale definizione dei crimini di guerra, negli articoli 437 e 438, è estremamente vaga e non comprende le violenze sessuali. Per quanto riguarda i crimini contro l’umanità, i reati commessi in esecuzione di un ordine e “nell’ambito di un esteso o sistematico attacco contro le popolazioni civili”, sono semplicemente inesistenti.

Quindi “i rari casi che giungono in tribunale sono trattati come stupri o torture comuni, non come crimini di guerra”, spiega Olexandra Matviychuk. Ma in Ucraina indagare su casi di violenza sessuale non è mai banale, neanche in un contesto di pace. Infatti l’articolo 152 del codice penale, che definisce il reato di stupro, considera tale solo un atto tra persone di sesso diverso, quando un corpo estraneo (non un oggetto) sia introdotto in modo forzato per via vaginale. Tra persone dello stesso sesso, o se lo stupro è commesso per via anale, non è più considerato tale, ma ricade nell’ambito dell’articolo 153, che definisce il reato di “Soddisfazione forzata di un desiderio sessuale in modo innaturale”. Questi due articoli sono stati modificati nel 2016 e i cambiamenti entreranno in vigore nel gennaio 2019. L’articolo 152 definirà come stupro tutti i tipi di penetrazione, anche tra persone dello stesso sesso e per mezzo di oggetti. Per quanto riguarda invece le violenze sessuali in senso più ampio, come le minacce a carattere sessuale o le molestie, continua Pylypiv, “non esistono”.

Due prove impossibili
Maxim Komarnitsky è un pubblico ministero del dipartimento per i crimini di guerra presso l’ufficio del procuratore generale militare. La maggior parte dei casi di cui si occupa riguarda gli abusi commessi da criminali separatisti nelle Repubbliche di Donetsk (Rpd) e di Luhansk (Rpl). È già difficile indagare sui casi di tortura per mancanza di accesso a questi territori, dice, ma “procedere per violenza sessuale è almeno dieci volte più difficile. Se non ci sono lacerazioni a livello genitale, è quasi impossibile”. In caso di tortura fisica, i segni restano sul corpo più a lungo, permettendo quindi un esame medico delle vittime al ritorno dalla prigionia, nel territorio controllato dal governo.

Ma un procedimento per stupro richiede due condizioni. Primo, la prova dell’avvenuta penetrazione mediante una visita medica fatta al massimo 36 ore dopo i fatti. “In caso di detenzione è impossibile: la vittima non può rivolgersi a un medico e, quando torna in territorio filogovernativo, di solito è troppo tardi per trovare delle tracce”, spiega Komarnitsky. La seconda condizione richiesta è la prova materiale della mancanza di consenso e dell’“impotenza” della vittima. In pratica, ciò significa che “soltanto i lividi o le tracce fisiche possono dimostrare che la vittima ha opposto resistenza”, spiega Nataliya Pylypiv. “Ma in un contesto di guerra non funziona. Se la vittima ha un’arma puntata contro, o se è circondata da diversi aggressori, non è detto che opporrà resistenza, perché è consapevole che potrebbe peggiorare la sua situazione”.

Per sanzionare più facilmente queste violenze l’Unhcr raccomanda di sostituire il concetto di “situazione di impotenza della vittima” con quello di “situazione vulnerabile”, che permetterebbe di fare a meno delle prove materiali. Una tecnica che funziona nel diritto internazionale e che permette di aprire un fascicolo d’inchiesta a partire dalle testimonianze. “Ma, quando si parla di questo a un ucraino, non capisce”, spiega desolata Pylypiv. “Risponde che senza queste due prove materiali non si può”.

Soldati ucraini tra Debaltseve e Artemivsk, Ucraina, 14 febbraio 2015. (Petr David Josek, Ap/Ansa)

I risultati si traducono in cifre. Secondo i dati forniti dall’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina, il numero dei criminali giudicati ai sensi degli articoli 152 e 153 è aumentato solo di poco. Nel 2017 ci sono stati rispettivamente 174 e 156 casi giunti in tribunale, 65 e 335 tra gennaio e luglio 2018, contro 155 e 120 nel 2015. Per quanto riguarda i crimini di guerra, articoli 437 e 438 del codice penale ucraino, l’ufficio del procuratore generale risponde che “non ci sono statistiche riguardanti persone che hanno commesso un reato ai sensi di questi articoli, anche in combinazione con un altro articolo. È quindi impossibile fornire queste informazioni”.

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La guerra va avanti da cinque anni, ma la procura ha mantenuto le sue abitudini di lavoro in tempo di pace. Tanto che “ho sentito parlare soltanto di un caso in cui un giudice abbia emesso una condanna per un crimine di guerra”, afferma Anton Korynevych, giurista specializzato in diritto internazionale che ha contribuito alla stesura del progetto di riforma del codice penale ucraino. Si tratta di un caso trattato dal tribunale di Slaviansk a giugno del 2017, riguardante la partecipazione di un cittadino ucraino alla Rpd. Poiché nell’attuale codice penale ucraino il concetto di crimine di guerra è vago, “le sentenze sono vaghe. La procura ci prova ma non sa come fare, per loro è una novità”.

“Nel disegno di legge che abbiamo presentato, ispirato all’articolo 8 dello Statuto di Roma, descriviamo in dettaglio i vari crimini di guerra, compresi gli stupri. Questo faciliterà processi e condanne”, afferma Anton Korynevych. In questa nuova versione del codice penale ucraino, infatti, all’articolo 438, che definisce e descrive i crimini di guerra, compaiono lo stupro e la violenza sessuale. L’articolo supererebbe anche i problemi legati alle prove materiali del mancato consenso, poiché alla violenza fisica presente nella definizione di stupro aggiunge “la minaccia del suo uso o coercizione, la pressione psicologica o abuso di autorità nei confronti della vittima e/o di un’altra persona, (o il fatto di essere, ndt) commesso in un ambiente in cui la persona non è in grado di esprimere la sua vera volontà”.

Ostacoli della riforma
Secondo Matviychuk, “manca semplicemente la volontà politica”. Anton Korynevych conferma: “Questo testo non riguarda il mondo delle imprese, non ha niente di attraente; forse, semplicemente, non è una priorità”.

Soprattutto nell’imminenza di due campagne elettorali, quella per le presidenziali di marzo e quella per le politiche, sempre nel 2019. Sull’immagine dei soldati ucraini c’è una posta in gioco politica. “Il processo Tornado è un esempio perfetto”, continua Anton Korynevych evocando uno dei pochi casi giudiziari riguardanti le violenze sessuali nel contesto del conflitto.

Il battaglione Tornado, creato e inviato al fronte nel 2014, è stato smantellato nel giugno 2015 per saccheggio. Dodici suoi componenti sono accusati tra l’altro di criminalità organizzata, rapimento, tortura e soddisfazione forzata di desideri sessuali in modo innaturale. Sono stati processati per aver abusato di oltre dieci civili, tra i quali almeno due vittime di stupro.

Vladimir Yakimov, un avvocato della difesa, gongola: “Perfino Yuri Karmazin si è unito alla difesa!”. Yuri Karmazin, oltre che un avvocato, è il leader del Partito dei difensori della madrepatria, ed è stato candidato alle elezioni presidenziali del 1999 e alle politiche del 2002 e del 2006: lo spirito nazionalista e la volontà di proteggere l’immagine del combattente è una posta in gioco politica. Il processo si è svolto a porte chiuse e molte udienze sono state rimandate a causa delle manifestazioni che chiedevano la liberazione dei componenti del battaglione. Komarnitsky ricorda che “alcuni manifestanti avevano visto i video dello stupro: sono orribili, il reato è innegabile. Eppure venivano a dirci che i membri del battaglione erano innocenti! È assurdo”. L’anno scorso è stata emessa la sentenza: otto veterani sono stati condannati a pene da otto a undici anni di carcere, e quattro a cinque anni con la condizionale. “Sono stati giudicati come delinquenti comuni, non come criminali di guerra. Perciò le pene sono inferiori”, continua Anton Korynevych. Per undici di loro, il caso è passato alla corte d’appello.

Oggi in Ucraina sono rimaste solo le ong a documentare le violenze sessuali come crimini di guerra

Un articolo uscito sulla stampa ucraina nel luglio del 2017 denuncia l’uso ricorrente della circostanza di trovarsi in una zona di operazioni antiterrorismo come attenuante, per mitigare le pene dei combattenti. “È una cosa che per la legge non esiste, ma i giudici la utilizzano”. È quanto accaduto a Diana. Nel 2015, all’età di sedici anni, è stata violentata per via anale da un soldato nella regione di Kiev, come confermato da una visita medica.

L’aggressore, Nikolay Vasyanovich, accusato ai sensi dell’articolo 153 di “soddisfazione forzata di desiderio sessuale in maniera innaturale”, rischiava una pena dai tre ai sette anni di carcere. Se l’è cavata con due anni di libertà vigilata e l’obbligo di un risarcimento per danni morali pari a tremil grivnie, l’equivalente di 90 euro. Una delle ragioni citate come circostanza attenuante, il fatto che si trovava in una zona di operazioni antiterrorismo.

Processato in appello a febbraio del 2017, la sua pena è stata aumentata a quattro anni con la condizionale e a un risarcimento di centomila grivnie, pari a circa tremila euro. “E di questi soldi non abbiamo visto neanche il colore”. Amareggiata, la madre di Diana, che voleva vedere il soldato dietro le sbarre, alla fine si è arresa. “Mia figlia non vuole pensarci più, vuole lasciarselo alle spalle. E nemmeno io desidero parlarne più”.

Così, “oggi in Ucraina sono rimaste solo le ong a documentare le violenze sessuali come crimini di guerra”, afferma Mykola Gnatovsky, giurista ucraina e presidente del comitato europeo per la prevenzione contro la tortura. Sugli abusi di questo tipo “c’è una mancanza di comprensione. La procura non è formata e non capisce di cosa si tratta”. Eppure sono sempre più numerosi i giudici e i procuratori che le chiedono come portare correttamente a processo i criminali di guerra.

Recentemente la vicepresidente della Scuola nazionale dei magistrati ha scritto a Kateryna Levchenko, commissaria del governo per l’uguaglianza di genere, per chiederle di aiutarla a istituire corsi di formazione specifica sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto. “A mio avviso”, conclude Gnatovsky, “la volontà della procura non è in discussione. Ma per la loro formazione abbiamo bisogno di aiuto al livello internazionale”.

Bloccata tra il passato e l’Europa
La Danimarca finanzia dal 2015 un programma di formazione dei procuratori e dei giudici sui crimini di guerra, istituito dal Consiglio dell’Unione europea. Ma le azioni intraprese dagli altri paesi dell’Ue per condannare i crimini di guerra sono scarse. In Francia “siamo pronti e vogliamo aiutarvi, ma non siamo obbligati; non risolveremo i problemi dell’Ucraina al posto suo”, ha dichiarato in un’intervista Valéria Faure-Muntian, nata in Ucraina, deputata di En Marche e presidente del gruppo di amicizia Francia-Ucraina.

“Innanzitutto”, spiega Faure-Muntian, “prima di chiedere aiuto al livello internazionale l’Ucraina deve decidere cosa vuole per se stessa. Penso infatti che ci sia una schizofrenia”. Da una parte, dice la deputata, c’è la brava scolara, che firma la maggior parte degli accordi internazionali sui diritti umani e sui diritti delle donne, e si impegna contro la corruzione. Dall’altra, ci sono le vecchie abitudini difficili da dimenticare, che frenano i cambiamenti. “Kiev è bloccata tra la sua cultura sovietica e le sue aspirazioni europee”.

Civili in un rifugio sotterraneo a Slovyansk, nell’est dell’Ucraina, 3 giugno 2014. (Vadim Ghirda, Ap/Ansa)

Per quanto riguarda la condanna dei crimini di guerra e la ratifica dello Statuto di Roma, secondo Valéria Faure-Muntian “l’Ucraina sta avviando delle riforme dopo ventisette anni di immobilismo, e per i suoi dirigenti deve essere una priorità. Finché non sarà tra i principali obiettivi a livello internazionale, l’Ucraina non potrà farne una priorità”. Eppure la segreteria della deputata, contattata da Zero Impunity a giugno, aveva rifiutato un incontro con Matviychuk. “Stiamo attraversando un periodo complicato per quanto riguarda l’uso del tempo della signora deputata”, spiegavano. “Sicuramente contatteremo la signora Olexandra Matviychuk per poterla incontrare, perché ai nostri occhi la sua lotta è molto importante”. Stephane Hueber Blies, Nicolas Blies e Oleksandra hanno finalmente ottenuto un appuntamento con la deputata lo scorso 14 novembre.

Secondo Nataliya Pylypiv, tra le riforme in corso c’è “una luce alla fine del tunnel” che potrebbe risolvere rapidamente alcuni problemi riguardanti l’impunità. L’Ufficio investigativo di stato (Uis), un comitato d’inchiesta indipendente che ha cominciato a lavorare a fine novembre, ha il compito di indagare su reati gravi come la corruzione di alto livello o i crimini di guerra. Ma, alcuni mesi prima della sua creazione, Maxim Komarnitsky si mostrava preoccupato: “Quando l’Uis comincerà a lavorare i militari potranno cavarsela ancora più facilmente”.

Luci alla fine del tunnel
Gli investigatori dell’ufficio del procuratore generale militare avevano il diritto di accedere alle basi e ai documenti delle forze armate, mentre quelli dell’Uis, in quanto civili, “non avranno gli accessi e non potranno indagare su di loro i militari. Da marzo, quando è stata tolta la competenza all’ufficio del procuratore generale militare, “non abbiamo più forze dell’ordine in grado di investigare”. Finché l’Uis non ha cominciato a funzionare, a novembre, sono stati i servizi di sicurezza e la polizia nazionale a lavorare sulle settemila inchieste in corso. “Ma non hanno avuto una formazione su questo. Non è stata aperta nessuna nuova inchiesta, ma i crimini sono proseguiti”, continua Komarnitsky.

Da alcuni mesi, perciò, quando finisce la sua giornata di lavoro come procuratore va ad aiutare i poliziotti in caso non abbiano accesso ai documenti o ai luoghi. “Vado sul campo, conduco degli interrogatori. È durissima, penso di poter andare avanti così ancora un anno. Ma nel mio ufficio ho paura che alcune persone crollino, con la quantità di lavoro in più che questo comporta”.

Al livello legislativo, Komarnitsky segnala un altro problema emerso quando l’Uis ha cominciato a lavorare: “Non possiamo più processare i criminali separatisti che non si trovano nel territorio controllato dal governo”. Dal 2016 l’Ucraina può svolgere processi in contumacia a carico dei criminali che si trovino nelle zone separatiste in due casi: se il criminale ha un mandato d’arresto internazionale dell’Interpol, o se si nasconde da più di sei mesi nel territorio occupato. Ma, da quando l’Uis ha cominciato a funzionare, quest’ultima condizione è sparita. E, poiché l’Interpol rifiuta di perseguire i separatisti, che considera criminali politici, “a partire da quel momento non possiamo più fare nulla”, si rammarica Komarnitsky.

Eppure si intravedono alcuni passi avanti. Gli articoli 152 e 153, riguardanti lo stupro e le violenze sessuali, sono stati modificati nel 2016, e i cambiamenti entreranno in vigore nel gennaio 2019. Nel 2016 la costituzione ucraina è stata emendata per renderla compatibile con lo Statuto di Roma e poter infine ratificare quest’ultimo, ma i cambiamenti saranno applicati solo nel 2019. Per quanto riguarda la ratifica dello Statuto in sé, la questione non si è ancora posta ma la battaglia si annuncia difficile, spiega Matviychuk. “I parlamentari hanno paura, pensano che la Corte penale internazionale sarà utilizzata dalla Russia per imprigionare gli ucraini. Ma alla Cpi verificano tutti i dossier!”.

Per quanto riguarda il disegno di legge sostenuto da Matviychuk, c’è finalmente un’evoluzione. Dopo anni di trattative, manifestazioni e pressioni da parte degli attivisti, il consiglio dei ministri ha finalmente dato il suo consenso, convalidando il testo di legge il 20 dicembre 2018. Questo è stato inviato alla rada, il parlamento ucraino, dove deve essere discusso e votato. Gli attivisti già prevedono le difficoltà legate alla mancanza di conoscenza del diritto internazionale da parte dei parlamentari. Korynevych rincara la dose: “Alcuni confondono questa legge con la ratifica dello Statuto di Roma, con cui non ha nulla a che vedere”.

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Matviychuk è consapevole di queste difficoltà, ma non si lascia scoraggiare. Conta di volgere le campagne elettorali a proprio vantaggio, approfittandone per chiedere pubblicamente ai futuri candidati di inserire nel loro programma la ratifica dello Statuto di Roma e la riforma del codice penale. Come sa bene, “senza un’azione pubblica non cambia nulla. È una battaglia lunga, si avanza gradualmente. All’inizio in consiglio dei ministri c’erano delle obiezioni ma, dopo anni di negoziati, non ce ne sono più. Oggi in parlamento comincia un’altra battaglia. Non sarà facile”.

Tanto più che Matviychuk è decisa a far passare la legge entro l’ottobre 2019: in Ucraina ci saranno non solo un nuovo governo e un nuovo presidente a marzo, ma anche un nuovo parlamento in autunno. Se la rada non approverà la legge prima di questa scadenza, il testo dovrà tornare in consiglio dei ministri, essere convalidato dal nuovo governo e poi passare al nuovo parlamento. Alla domanda se speri davvero nell’approvazione del testo entro l’autunno, Matviychuk risponde decisa: “Sarà molto difficile, ma lavoriamo per renderlo possibile”. Nonostante i cerchi scuri che le segnano gli occhi, raddoppia gli sforzi per evitare che la riforma torni alla casella di partenza.

(Traduzione di Cristina Biasini)

Questa inchiesta fa parte del progetto Zero Impunity, che documenta e denuncia l’impunità di cui godono i responsabili di violenze sessuali in contesti di guerra. Il progetto è a cura di Nicolas Blies, Stéphane Hueber-Blies e Marion Guth (a Bahn), “documentaristi attivisti” che con il loro sito promuovono anche una mobilitazione per chiedere alle autorità di dotarsi degli strumenti necessari a combattere questo fenomeno e a perseguire i colpevoli.

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