11 luglio 2016 17:53

“È terribile quello che è successo a Dhaka. Ma non è stata la povertà a spingerli a uccidere. In Bangladesh, come qui in Europa, il problema dei giovani è il nichilismo”. A parlare è Rifat, figlio di genitori bangladesi, cresciuto nella periferia est di Roma. “In Bangladesh c’è molta confusione, la situazione politica non è chiara. Ci sono spesso assassini e arresti. Dal punto di vista religioso ci sono molte scuole dottrinali. Alcune sono molto retrograde. È facile che qualcuno influenzi negativamente i giovani”.

Rifat ha la stessa età degli autori dell’attentato di Dhaka. È uno studente, come lo erano gli attentatori. È iscritto a ingegneria e trova che tra scienza e fede non ci sia contraddizione. L’islam ha un posto centrale nella sua vita. È credente, praticante, e impegnato nell’associazionismo religioso musulmano in Italia, ma la sua fede non ha nulla a che vedere con quella dei giovani che hanno attaccato il ristorante Holey Artisan bakery la notte del 1 luglio. Per Rifat l’islam non giustifica in nessun modo la violenza, è una religione di pace.

Non è il solo a pensarla così. In questi giorni la comunità bangladese, che vive in Italia ormai da vent’anni e che rappresenta una delle principali nazionalità musulmane nel paese, ha espresso più volte il suo cordoglio per l’uccisione dei nove italiani. “Nove connazionali”, li ha definiti Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia.

E certamente per Rifat, e per i ragazzi e le ragazze della sua generazione, Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestri, Maria Riboli, Christian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti erano dei connazionali. Dhaka, il Bangladesh sono lontani. I giovani cresciuti in Italia conoscono poco il paese d’origine dei genitori. Sebbene parlino il bengalese, molti non lo sanno scrivere e hanno difficoltà a leggerlo. In Bangladesh vanno raramente: le ore di volo sono molte, i biglietti di aereo cari, e molte famiglie si sono impoverite da quando in Italia si è aggravata la crisi economica.

La differenza tra generazioni è particolarmente evidente nel rapporto tra madri e figlie

Rifat in Bangladesh è andato una sola volta da quando è arrivato in Italia all’età di dieci anni. Nei 13 anni vissuti qui si è radicato profondamente nella realtà italiana. Il suo islam è diverso da quello dei genitori: è un islam “globalizzato”, lontano dalle tradizioni del paese d’origine e da molti degli usi delle prime generazioni di migranti. Se i padri e le madri tendono a riprodurre qui in Italia una visione della religione su base etnico-nazionale dai crescenti tratti neotradizionalisti, riunendosi in moschee rivolte essenzialmente a soli bangladesi maschi, Rifat e molti suoi coetanei tendono invece a un islam transnazionale, che se proprio ha una radice territoriale è in Europa, in Italia, piuttosto che in Bangladesh. Il loro rapporto con la religione è individuale, scelgono le loro autorità e provano ad andare direttamente alla fonte dei testi sacri.

Mentre le “prime generazioni” vivono nell’eterno mito del ritorno, e scelgono quindi di stabilire relazioni soprattutto con i connazionali e di vivere nei quartieri dove sono più presenti (non a caso definiti “Banglatown”) al fine di rafforzare l’identità nazionale bangladese, le cosiddette “seconde generazioni” sfidano i confini materiali e simbolici della comunità.

Nel rapporto tra madri e figlie questa differenza tra generazioni è particolarmente evidente. Per le donne che arrivano in Italia al seguito dei mariti, il rapporto con il mondo circostante è molto limitato. Spaventate da un contesto che non conoscono e indotte, dalla morale maggioritaria, a non mettere in discussione la tradizionale segregazione tra i generi, sono tante quelle che nei primi anni vedono i loro movimenti limitati alla casa e ai pochi isolati circostanti. Le loro figlie, cresciute in Italia, sovvertono ben presto i modelli materni, mettendo in discussione i rigidi schemi comunitari. Non è sempre facile: il controllo sociale è alto e la pratica dei matrimoni combinati è ancora diffusa. Andare a scuola, studiare, è per molte il primo e il principale strumento di emancipazione. Nel presente permette loro di uscire dall’ambito familiare e comunitario, nel futuro è una speranza di autonomia.

Londra resta un sogno

“Io sono una di quelle che dice sempre: ‘Prima di sposarmi voglio diventare una persona, voglio fare dei soldi’. Non voglio dipendere da mio marito, voglio dipendere dalle mie forze”, afferma Maimuna, 17 anni, e nelle sue parole si ritrovano le convinzioni di molte sue coetanee. A Mumtaz, stessa età, studentessa di un liceo del centro di Roma, ottimi voti alla fine di ogni anno scolastico, la scuola ha aperto molte porte. Le ha permesso di avere comitive di amici in cui ci fossero insieme italiani d’origine bangladese e italiani da generazioni, di viaggiare in Italia e all’estero. Tra un anno dovrà scegliere l’università. Malgrado Roma sia la sua città da sempre e la ami, non crede che il suo futuro potrà essere lì a causa della crisi economica. Con la sua famiglia pensava di trasferirsi nel Regno Unito, nella speranza di avere maggiori opportunità lavorative, come tanti bangladesi italiani che negli ultimi anni sono emigrati oltre la Manica. Ma ora, con l’uscita del Regno Unito dall’Ue, è tutto da ripensare, anche se Londra resta un sogno.

La miglior amica di Mumtaz, Razia, 17 anni, italiana di origine bangladese, vive nel centro dell’Inghilterra da oltre un anno. Nella sua nuova città ha ritrovato molti bangladesi e figli di bangladesi che come lei hanno lasciato l’Italia rincorrendo il sogno di un lavoro stabile e di sussidi per la famiglia. “Io mi sto abituando a vivere qui, ma l’Italia mi manca, è il mio paese, vorrei tornarci. Qui il razzismo è aumentato in pochissimo tempo. Ormai la parola ‘negro’ è un insulto quotidiano. Per loro tutti i musulmani sono terroristi”.

Giovani come Razia, Maimuna, Mumtaz, Rifat sentono la crisi economica e gli attentati terroristici compiuti in nome dell’islam ripercuotersi con particolare violenza sulle loro vite. Le loro identità plurali sono costantemente scandagliate, passate al vaglio. A loro è continuamente chiesto di dissociarsi dal terrorismo, e lo fanno. Lo fanno in quanto italiani, musulmani, persone d’origine bangladese, ma vorrebbero non doverlo fare più, perché riconosciuti come gli altri parte integrante dei paesi e della cultura in cui sono cresciuti.