Un cantiere abbandonato in un quartiere povero di Luanda, Angola, 11 novembre 2018. (Rodger Bosch, Afp)

La sfida dei bambini di strada a Luanda

Un cantiere abbandonato in un quartiere povero di Luanda, Angola, 11 novembre 2018. (Rodger Bosch, Afp)
25 gennaio 2019 13:00

Quando c’erano i soldi. Quando c’erano i soldi a Luanda si alzavano grattacieli. Quando c’erano i soldi si progettavano grandi complessi residenziali fuori città. Quando c’erano i soldi gli stipendi dell’élite arrivavano a diecimila dollari, e un appartamento non ne costava meno di quattromila. Luanda si piazzava nelle classifiche internazionali come la città più cara del mondo. “Quando c’erano i soldi” è un ritornello frequente nella capitale angolana.

In effetti negli ultimi anni molto è cambiato, lo si vede prima di tutto nelle strade. I grattacieli avviati nell’era delle vacche grasse sono rimasti a metà e sembrano destinati a restare ricoperti di teloni e circondati da altissime gru nell’ottimistica attesa che i soldi ritornino: le auto passano indifferenti accanto a questi cantieri che sembrano dire “fine lavori mai”, e che ormai fanno parte dell’arredo urbano.

Anche il traffico è cambiato. Fino al 2014, quando la crisi del prezzo del petrolio ha cominciato a farsi sentire, le famiglie della nuova classe media angolana potevano permettersi più di un’automobile: oggi le quattro ruote sono diminuite, e il traffico nella capitale ha ritmi più scorrevoli. Anche se c’è ancora qualcuno che la mattina esce da casa alle quattro e mezza per arrivare in ufficio, dove si rimette a dormire per un po’ in attesa di cominciare a lavorare.

Senza entrate alternative
Proprio la classe media è stata la più colpita dalla crisi. Fino all’estate del 2014 il prezzo del greggio era salito inesorabilmente, arrivando a superare i cento dollari al barile. Oggi è sceso intorno ai 60. Il paese, che è tra i primi dieci produttori di petrolio al mondo, non ha saputo approfittare della pace, arrivata nel 2002.

Dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo, l’economia del paese è rimasta ancorata all’oro nero, che ha arricchito chi è riuscito ad accaparrarsene i profitti ma non ha creato fonti di guadagni alternative: metà del prodotto interno lordo si basa sul petrolio, mentre il paese è costretto a importare il 90 per cento del cibo che consuma.

Solo da qualche anno si sta provando a recuperare la produzione agricola, prima di tutto banane, mais, canna da zucchero e caffè: l’attività agricola era stata gravemente danneggiata dalla guerra civile, le incursioni dei ribelli dell’Unita (Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola, finanziata dagli Stati Uniti e dal Sudafrica) soprattutto nelle zone rurali avevano danneggiato i campi e costretto migliaia di persone ad abbandonare tutto e a rifugiarsi in città. Ma ora si punta a diversificare l’economia per riconquistare il mercato interno e quello del continente intero.

Il mondo dei bambini di strada
Le persone arrivate in città durante la guerra, però, ci sono rimaste e per sopravvivere si arrangiano. I venditori ambulanti propongono grucce e arance, schede telefoniche e profumatori per auto, ma sono pronti alla fuga quando intravedono l’arrivo di un poliziotto.

Anche i bambini di strada, i meninos da rua, sono veloci ad allontanarsi da piazza Primo maggio, dove si radunano in gruppi già durante il giorno.

Qualcuno più temerario – o più stordito dalla droga dei poveri, la colla da inalare – si diverte a stuzzicare i poliziotti, ma la maggior parte si sposta solo un po’, pronta a tornare appena possibile. Lo stesso accade sulla Ilha, la lingua di terra che si estende davanti al lungomare della città, dove i locali notturni frequentati soprattutto dai dipendenti delle numerose aziende petrolifere attive nel paese attirano giovani donne e meninos da rua in cerca di opportunità per guadagnare qualcosa.

Anche il mondo dei bambini di strada è cambiato. Durante la guerra si trattava soprattutto di orfani arrivati in città dopo essersi messi in marcia da soli o con la famiglia che per motivi vari era andata perduta: i genitori uccisi, i nonni rimasti al villaggio, fratelli o zii spariti nelle vicende del conflitto.

La morte di Jonas Savimbi sembrava aver aperto una fase di pace, invece era cominciata la grande spoliazione

Gruppi di bambini si aggiravano tra le macerie aiutandosi tra di loro per sopravvivere. Con la pace, però, i meninos da rua non sono scomparsi. Me lo spiega fratel Massimo, un salesiano che si occupa di questo mondo a Luanda dagli anni novanta. Nel 1994, quando gli scontri tra forze governative e i ribelli dell’Unita erano particolarmente violenti, i religiosi avevano messo in piedi una tendopoli per affrontare l’emergenza dei profughi arrivati in città dalle campagne, e ospitavano almeno 700 bambini.

L’emergenza è durata fino alla fine della guerra, quando la morte del leader dell’Unita, Jonas Savimbi – oppositore dei portoghesi prima, e del governo angolano filosovietico poi – sembrava aver aperto un nuovo capitolo per il paese. Un futuro di libere elezioni, tranquillità e benessere. Invece si è aperta l’era della grande spoliazione.

Gli obiettivi più facili
Nel 1979, dopo la morte del primo presidente dell’Angola indipendente, il medico e poeta Agostinho Neto, era salito al potere José Eduardo dos Santos: Dos Santos ha governato con pugno di ferro per i cittadini e manica larga per i suoi fedelissimi, soprattutto i familiari.

Il nuovo presidente angolano João Lourenço ha lanciato la sua battaglia “mani pulite” e ha cominciato con delle azioni simboliche, e dopo il suo insediamento la famiglia Dos Santos è stata duramente ridimensionata: il figlio dell’ex presidente, José Filomeno, è stato arrestato nel settembre del 2018 per riciclaggio e abuso nella gestione del fondo sovrano dell’Angola (cinque miliardi di dollari); la figlia Isabel, anche detta la “principessa”, la donna più ricca d’Africa, ha dovuto lasciare la presidenza della Sonangol, la compagnia petrolifera statale.

Oggi, la residenza Dos Santos, sulla collina Miramar di Luanda, migliaia di metri quadrati affacciati sul porto e sulla Ilha, guarda arroccata e un po’ dimenticata le pendici della collina su cui fino a poco tempo fa sorgeva un’enorme baraccopoli. Lourenço invece porta avanti le sue azioni dal sapore dimostrativo.

A novembre del 2018 il governo ha avviato l’Operação resgate, con la quale si voleva riportare “ordine, disciplina e rispetto” nel paese. Tra gli obiettivi primari c’era la lotta ai venditori ambulanti, ai tassisti abusivi, ai mendicanti, all’immigrazione illegale. Ovviamente i meninos da rua erano gli obiettivi più facili.

Nel quartiere di Viana a Luanda, Angola, 22 agosto 2017. (Marco Longari, Afp)

Oggi quelli che vivono in strada sono soprattutto figli della povertà: famiglie sfasciate, secondi mariti o seconde mogli che non ne vogliono sapere dei figli nati dal primo matrimonio e che quindi li maltrattano, famiglie che non riescono a mantenere tutti, bambini accusati di essere feticeiros, stregoni, fonte di ogni sfortuna del nucleo familiare e che quindi sono sottoposti a riti violenti oppure direttamente messi alla porta.

Con loro la sfida più grande è quella di farli tornare a casa, e il percorso può essere davvero lungo. In Angola ci provano varie ong, cercando di fare rete per proporre un’alternativa ai minori che vivono in strada. L’associazione Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis) in collaborazione con i salesiani di Luanda e l’ong francese Samusocial international, e con il finanziamento dell’Unione europea, ha avviato il progetto Vamos juntos che si pone obiettivi ambiziosi. La prima mossa è stata creare delle équipe di strada che hanno individuato i punti dove i meninos da rua passano le loro giornate e le loro notti.

Rompere il ghiaccio
Si parte la sera, quando i ragazzi lasciano il centro della città e si rifugiano in edifici abbandonati. Qui i meninos si sono dati una forma di organizzazione interna: uno di loro, più grande o comunque più forte, controlla chi entra, mantiene una certa pulizia del luogo e difende il gruppo da intromissioni esterne. In uno di questi luoghi, nascosto dietro ai locali della Ilha, si entra varcando un cancello divelto e appoggiato al muro. Prima di farlo gli operatori chiedono il permesso: il terreno non è neutrale. Qui ci vivono una quindicina di adolescenti, anche delle giovani ragazze, le più vulnerabili e le più difficili da riportare verso la “normalità”.

Lo stigma su di loro è ormai forte e il rientro in famiglia davvero difficile. Rosa è sordomuta, ma partecipa volentieri ai balli e canti avviati dagli operatori per rompere il ghiaccio. C’è anche una coppia, alla quale è riservata una delle “stanze” affacciate su questo cortile sterrato. Una volta erano dei negozietti, e sul retro qualcuno ha cercato di mantenere in piedi l’attività. Ora è solo l’alternativa a una notte passata da soli all’aperto e senza nessun riparo, situazione difficile particolarmente durante la stagione delle piogge, come ricordano molto concretamente i ragazzi.

A Luanda sono almeno una dozzina i luoghi del genere, e il progetto ha l’ambizione di censire tutti i bambini, avendone già identificati più di trecento. Per ognuno di loro l’obiettivo è il rientro in famiglia, e per questo si seguono varie fasi: una prima accoglienza temporanea, anche saltuaria, che consente agli operatori di conoscerli meglio; poi, in una seconda fase, un centro più stabile, in cui si cerca di riannodare i fili con i familiari, si tenta un reinserimento scolastico, si incoraggia l’abbandono delle abitudini della strada; per chi non potrà tornare in famiglia, o per chi è già ormai adulto, c’è la possibilità di seguire corsi di formazione professionali, anche grazie alla residenza in una casa protetta ma indipendente, dove cominciare a costruirsi una propria autonomia.

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Il punto non è imporre loro un cambiamento, spiega fratel Massimo. Ma aiutarli a valorizzare quello che già hanno in se stessi. Non è una missione impossibile: una cinquantina ce l’ha fatta. Alcuni di loro lo raccontano in occasione del forum organizzato il 7 dicembre 2018 dal progetto Vamos juntos. “Siamo quello che siamo. Non possiamo dimenticare la nostra storia”, dice Domingos. “La famiglia ci ha abbandonato? Ok, ora andiamo avanti”. Anche João Antonio ci tiene a precisarlo: “Io sono un successo perché ho voluto essere un successo. Il mio orgoglio è essere quello che sono ora nonostante quello che sono stato in passato”.

Sono ex ragazzi di strada che ce l’hanno fatta a costruirsi una loro famiglia e ne sono fieri: lo raccontano a una platea di ragazzini che stanno seguendo il loro stesso percorso e durante il forum raccontano con ironia le loro esperienze di strada con scenette e canzoni. Allegri e generosi nonostante il loro passato: “Siamo stati abbracciati, ora tocca a noi abbracciare. Aiutare i giovani che oggi sono nella strada è il mio impegno per il futuro”, conclude Tiago dopo aver raccontato gli anni della sua vita di menino da rua.

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