Diario di bordo dalla nave che salva i migranti

A bordo della Phoenix la priorità è salvare i naufraghi

02 luglio 2015 17:42

Il mare è calmo, una tavola quasi immobile che si estende a perdita d’occhio. “Sei stato fortunato rispetto al giornalista che è venuto la settimana scorsa. Allora, c’erano onde alte quattro metri”, mi dice il capitano Gonzalo, uno spagnolo dal sorriso gioviale che scruta l’orizzonte inchiodato alla plancia di comando, mentre io accarezzo fiducioso la scatola di Xamamina che tengo in tasca come un amuleto.

Eccomi in mezzo al Mediterraneo a bordo della Phoenix, la nave del Migrant offshore aid station (Moas), l’organizzazione non governativa fondata dai coniugi Regina e Christopher Catrambone più di un anno fa con l’obiettivo dichiarato di “partecipare alle operazioni di soccorso dei migranti in mare”. Equipaggiata con strumenti d’avanguardia, tra cui anche due droni giganti, la Phoenix ha tratto in salvo nel 2014 circa tremila persone, e altrettante quest’anno solo da maggio a oggi.

Il capitano Gonzalo della Phoenix, la nave del Migrant offshore aid station (Moas).


Siamo partiti ieri sera dal porto di Trapani, appena terminate le operazioni di sbarco del precedente salvataggio: 349 persone di 15 diverse nazionalità. La nave funziona senza soluzioni di continuità: parte, compie operazioni di soccorso, carica i migranti a bordo, li sbarca e riparte verso la cosiddetta “area delle operazioni”, ossia al largo delle coste libiche.

Quest’area è lontana, impiegheremo circa 25-30 ore per raggiungerla e l’equipaggio sembra abbastanza sollevato da quello che si prospetta come un giorno d’inattesa quiete. A bordo siamo poco più di una ventina.

C’è il gruppo del search and rescue, quattro robusti maltesi che entrano in azione al momento del salvataggio, mettendo in mare i due gommoni d’ordinanza e trasbordando i migranti verso la nave madre. Li coordina Marco, un gigante loquace dalla risata fragorosa che prima lavorava per la guardia costiera maltese.

C’è il gruppo di Medici senza frontiere, una brigata internazionale che dipende dalla sede olandese dell’organizzazione e si occupa del sostegno medico e infermieristico alle persone soccorse; il gruppo dello Schiebel, tre austriaci taciturni che passano tutto il giorno al computer e hanno il compito di far volare i droni; la cuoca Susanna, il capitano Gonzalo e la sua vice Pauline; tre del settore dei mezzi d’informazione (la giornalista statunitense Lynsey Addario, Jason il fotografo di bordo e io). E, last but not least, Regina Catrambone.

Penso che in queste circostanze sia un dovere morale intervenire. Chi può, deve fare qualcosa

Biondissima e vulcanica, questa donna di 39 anni di Reggio Calabria racconta come è nata l’iniziativa. Tutto è cominciato nel luglio del 2013. Era in vacanza nel Mediterraneo insieme al marito e alcuni amici negli stessi giorni in cui papa Francesco sbarcava a Lampedusa per il suo primo viaggio pastorale e, nella sua ormai celebre omelia, tuonava contro la “globalizzazione dell’indifferenza”.

Regina Catrambone.

Loro erano appena partiti dall’isola Pelagia e hanno visto la predica in televisione sullo yacht che avevano noleggiato. “Quel giorno”, racconta Regina, “stavamo navigando verso la Tunisia e a un tratto ho visto una giacca che galleggiava tra le onde. È scattato qualcosa in me. Come un clic. Ne abbiamo parlato con mio marito e abbiamo pensato che dovevamo agire. E anche in fretta”.

I due hanno investito otto milioni di dollari nell’acquisto della nave, nel suo restauro e nelle operazioni burocratiche necessarie all’impresa – fondazione dell’organizzazione non governativa, consulenze di avvocati, ricerca dell’equipaggio. I risparmi di una vita impiegati nella realizzazione di un sogno, o di un’idea. “Alcuni nostri amici ci dicevano che eravamo pazzi. Ma le critiche mi scivolano addosso. Penso che in queste circostanze sia un dovere morale intervenire. Chi può, deve fare qualcosa”.

Durante la fase dei preparativi è successa la tragedia del 3 ottobre 2013, quando sono morti 366 migranti al largo di Lampedusa. “Abbiamo pensato che la nostra volontà di intervenire diventava sempre più una necessità”.

La donna racconta come all’inizio nessuno li abbia presi sul serio, bussavano a porte che non si aprivano; ricevevano esortazioni a lasciar perdere. “Ma quando credi in qualcosa e lo porti avanti, il tuo sogno si realizza”. Così, il Moas oggi è una realtà riconosciuta, tanto che i Catrambone sono stati invitati a Ginevra dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Antonio Guterres.

Qual è l’obiettivo di questo soccorso privato? Vuole sostituirsi alla scarsa azione degli stati? È una critica velata al silenzio dell’Europa?

Regina mescola l’impeto della visionaria con un pragmatismo tutto americano. Sogna di ampliare le operazioni, con altre navi e altri progetti, che non vuole specificare per riservatezza o per scaramanzia. Auspica il coinvolgimento di altri soggetti privati, che seguiranno il suo esempio o la affiancheranno. Oggi l’impresa è in piedi grazie al crowdfunding, alle donazioni di singoli cittadini o imprenditori. Piccole somme o contributi più rilevanti: il magnate tedesco del petrolio Jürgen Wagentrotz, per esempio, ha donato 180mila euro all’organizzazione più una somma analoga in carburante.

Ma qual è l’obiettivo di questo soccorso privato? Vuole sostituirsi alla scarsa azione degli stati? È una critica velata al silenzio dell’Europa, che l’anno scorso ha fatto pressioni sull’Italia per chiudere l’operazione Mare nostrum?

Regina non è un’attivista; non percepisce la sua iniziativa come un’alternativa a quelle messe in piedi o meno dagli attori pubblici. Anche in questo ha una visione americana: se lo stato non ce la fa, i singoli cittadini possono e devono affiancarlo.

“Gli europei tendono a pensare che sia il pubblico a dover risolvere i problemi. Qui da noi è poco diffusa la tradizione filantropica statunitense, in cui privati che hanno in mezzi si impegnano in azioni che considerano benefiche”.

Il Moas non è in competizione con il soccorso istituzionale, con la missione Triton o con le autorità italiane. Tutt’altro: lavora a stretto contatto con la guardia costiera, comunica con il comando centrale di Roma, scambia con loro informazioni e si rimette alle loro indicazioni sia per i soccorsi sia per lo sbarco dei migranti.

In questo, è diverso dalle iniziative precedenti in mare, come la famosa nave tedesca Cap Anamur, che nel 2004 soccorse e trasbordò in Italia un gruppo di migranti subsahariani, con tanto di incriminazione per “favoreggiamento all’immigrazione clandestina” e processo al capitano (che poi è stato assolto).

Certo, i tempi sono cambiati e anche le leggi. Oggi l’Italia non respinge più le persone in mare ma le salva, andandole a prendere fino al largo della Libia. Ma la cosa non può non avere implicazioni politiche, quando da alcune parti si grida all’invasione e si esorta ad abbandonare i migranti al loro destino.

“Io inviterei Matteo Salvini a bordo della Phoenix, così vediamo se continua a dire quello che dice”, ride Regina. Ma poi cambia rapidamente discorso. La sua priorità è un’altra: fare, agire, non perdere tempo in polemiche.

L’orizzonte è vasto. Mentre navighiamo verso sud, alcuni pescherecci poco lontano da noi si dedicano alla pesca del tonno. La superficie dell’acqua è uno specchio, su cui fluttuano paciosi gruppi di tartarughe. Nessun barcone di migranti in vista. Ma già domani mattina tutto sarà diverso, afferma Gonzalo. “Con questo mare calmo, ci saranno sicuramente partenze. E noi saremo pronti a intervenire”, continua il capitano, guardando in lontananza e assaporando quella che ha tutta l’aria di una pace leggera a cui non sembra molto abituato.

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