Il 13 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha incoraggiato i manifestanti iraniani a continuare le loro proteste fino a rovesciare il regime, sottolineando sul suo social network Truth Social che “l’aiuto è in arrivo”, senza fornire ulteriori dettagli.

“Patrioti iraniani, CONTINUATE A MANIFESTARE, PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!!”, ha scritto Trump, aggiungendo di aver “annullato tutti gli incontri con funzionari iraniani finché non cesseranno gli insensati omicidi di manifestanti”.

Il giorno prima il presidente statunitense aveva annunciato l’imposizione di dazi doganali del 25 per cento a tutti i paesi che fanno affari con l’Iran.

Trump ha più volte minacciato di “colpire molto duramente” la Repubblica islamica in caso di repressione delle manifestazioni, ma finora non ha dato seguito alle minacce.

Il 12 gennaio la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva dichiarato che “gli attacchi aerei sono una delle tante opzioni possibili”, assicurando però che “la diplomazia rimane la prima opzione del presidente”.

Secondo lei, una soluzione diplomatica è ancora possibile “in quanto il regime iraniano usa toni più concilianti” durante le discussioni private con l’inviato statunitense Steve Witkoff.

“Ciò che il regime iraniano dice all’amministrazione statunitense è molto diverso da ciò che afferma in pubblico”, ha sottolineato.

Secondo l’ong Iran human rights (Ihr), che ha sede in Norvegia, almeno 648 manifestanti sono stati uccisi dall’inizio del movimento di protesta, uno dei più imponenti dalla nascita della Repubblica islamica nel 1979.

Tra le vittime ci sono almeno nove minorenni, ha precisato l’ong, che ha riferito anche di migliaia di feriti. Altre stime, che l’ong non ha potuto verificare, evocano un bilancio molto più alto, di più di seimila vittime, ha aggiunto.

Il 13 gennaio l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, si è detto “inorridito” dalla “repressione delle manifestazioni in Iran”.

I mezzi d’informazione statali hanno invece riferito di “decine di membri delle forze di sicurezza uccisi dai rivoltosi”.

A partire dall’8 gennaio l’Iran ha inoltre bloccato l’accesso a internet in tutto il paese, impedendo ai cittadini di condividere con il resto del mondo informazioni sul movimento di protesta in corso.

Intanto, il 13 gennaio la procura iraniana ha annunciato che alcune delle persone arrestate durante le manifestazioni rischiano la pena di morte.

L’ufficio dei procuratori di Teheran ha infatto affermato che un numero imprecisato di manifestanti sarà perseguito per moharebeh (guerra contro Dio), un reato punibile con la pena di morte, secondo un comunicato citato dalla tv di stato.